La psicoanalisi non è una clinica dello sguardo ma una clinica dell’ascolto. È la parola, la voce che vengono in primo piano.
Se la psichiatria aveva privilegiato lo sguardo sulla voce, la psicoanalisi fin dai suoi inizi ha privilegiato la parola. Ma ad ogni modo, da sempre, le immagini e gli sguardi sono convocati nella seduta psicoanalitica. E diremo che, principalmente, essi sono convocati secondo due forme: la forma del trauma e la forma del fantasma.
La forma del trauma è quella che noi ritroviamo all’origine di ciò che motiva Freud a fare l’ipotesi dell’inconscio, e che ritroviamo, eventualmente, all’origine di ogni domanda di analisi. Domanda provocata, di solito, dall’incontro con un reale, di cui rimangono brandelli di sguardi, perturbazioni.
E la forma del fantasma, che noi ritroviamo come materiale stesso su cui opera l’analisi, tanto da poter dire che il soggetto, rispetto a questo fantasma, non è o non dovrebbe, alla fine di un’analisi, essere nella stessa posizione in cui si trovava all’inizio.
Dunque tramite il trauma che si incontra e il fantasma che si costruisce, le immagini e gli sguardi popolano le sedute psicoanalitiche. In psicoanalisi è la trama che interessa per costruire il fantasma, è la trama in quanto è tessuta dal significante, dalla catena significante, trama da elaborare fino a quel punto dell’irrappresentabile dell’immagine, in cui si situa lo sguardo, questo “rovescio della coscienza” (Sem XI, p. 85) in cui il soggetto, accomodandosi su questo sguardo, diventa un oggetto puntiforme, un punto di essere evanescente.

Dall’introduzione di Antonio di Ciaccia