Alberto Turolla

<La coscienza europea, al pari della coscienza nazionale, per dirla con Carlo Cattaneo è “ come l’io degli ideologi che si accorge di sé nell’urto con il non io”> [1]

1915, la prima guerra mondiale, così denominata ex post, era in corso, segnatamente in Europa avrebbe determinato un vero e proprio sconvolgimento nel modo di sentire, di vedere amici e nemici, oltreché di combattere: nuove armi, metodi, tecniche di guerra e di sterminio.

Freud, che nel 1914 allo scoppio della guerra condivise una sorta di euforia con la maggior parte di austro-ungarici, come ci dice Jones, scrive, fra gli altri, due testi unificati sotto lo stesso titolo: Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, nei quali è evidente il rovesciamento rispetto all’euforia della prima ora.

Nel primo di questi due scritti, intitolato “ La delusione della guerra” leggiamo:” Dalle grandi nazioni di razza bianca dominatrici del mondo, nelle cui mani è affidata la guida del genere umano, che sapevamo intente a perseguire interessi estendentisi al mondo intero, e a cui erano dovuti i progressi tecnici per il dominio della natura nonché i valori della cultura, dell’arte e della scienza, da questi popoli, almeno, ci aspettavamo che giungessero a risolvere per altre vie i loro malintesi e i loro contrasti di interesse…

E’ vero infine che si poteva costatare che all’interno di queste nazioni civili erano qua e là frammischiate minoranze etniche universalmente impopolari, e perciò ammesse solo controvoglia, e non completamente, a partecipare al comune lavoro civile, benché si fossero dimostrate sufficientemente idonee a svolgerlo. Tuttavia, si poteva supporre che questi grandi popoli avessero acquisito tanta comprensione per ciò che fra loro vi è di comune, e tanta tolleranza per ciò che vi è di diverso, da non poter più, come avveniva nell’antichità classica, confondere in un unico concetto lo “ straniero” e il “nemico”.”[2] Questa ultima frase è di grande attualità, al di là della datazione e del contesto in cui si trova.

E’ unanimemente riconosciuto che la fine della prima guerra mondiale con il nuovo assetto politico dell’Europa non fa altro che preparare la seconda, al termine della quale prende nuovo vigore l’idea di un’Europa unita, prima con il trattato di Parigi del 1951 e poi con i trattati di Roma del ’57, da un punto di vista di sviluppo e scambi economici, poi con un anelito di unificazione e libera circolazione non solo delle merci: Schengen.

Nel 1915 Freud scrive anche Pulsioni e loro destini, dove incontriamo il concetto di ambivalenza, che Freud usa per significare la compresenza di amore e odio: ambivalenza emotiva, la chiama. Lacan unifica in un neologismo quel concetto: hainemoration, dando la priorità all’odio haine, passione dell’essere posta nella giunzione tra immaginario e reale[3] e, potremmo dire oggi allo zenit, frutto anche dei “mercati comuni” come preconizzava Lacan già nel 1967.

Secondo il Censis, infatti: “I nostri concittadini sono in preda a una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico, talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore – diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”[4]. E non solo in Italia, va aggiunto. Nel momento in cui sto scrivendo, scorrono le immagini dei Gilets jaunes e la devastazione in atto a Parigi, e in altri città della Francia.

Quanto ripreso più sopra dalla penna di Freud, risulta attuale, al di là del”conflitto”  mondiale a cui si riferisce, e implicitamente richiama il concetto di ambivalenza, che è quanto presiede tutta la “storia dell’idea di Europa” secondo la magistrale lettura di Chabod nel suo testo che ha questo titolo[5], dove possiamo reperire l’oscillazione continua fra amorre e odio nella storia di un sentimento europeistico sempre contrastato da nazionalismi che ora sembrano prevalere e non solo in Europa.

Guardando le immagini di quanto accade in Francia, trasmesse in tempo “reale”, grazie alla tecnica che oggi unisce sempre più co-stringendo in un unico sentire “popoli“ diversi, possiamo riconoscere la portata sociale e politica di scritti non solo quali Il disagio della civiltà e Psicologia delle masse e analisi dell’Io, ma anche di Pulsioni e loro destinicon la conseguente ulteriore esplicitazione dataci da Lacan, proprio sul destino della pulsione in quanto domanda. In queste immagini, ma anche in quelle più nostrane possiamo cogliere il dilagare della libido nelle strade o nell’assembramento dei comizi rivolti al “popolo sovrano”, dove il nostro ministro dell’interno, pronto a chiudere gli aeroporti, viene “adorato” come dice una signora intervistata dal Tg2. E così: “ L’odio si riveste nel nostro discorso comune di molti pretesti, incontra delle razionalizzazioni estremamente facili. Forse è questo quello stato di flocculazione diffusa dell’odio che satura in noi l’appello alla distruzione dell’essere. Come se l’oggettivazione dell’essere umano nella nostra civiltà corrispondesse esattamente a quello che nella struttura dell’ego è il polo dell’odio.”[6]

Alberto Turolla

[1] F. Chabod Storia dell’idea di Europa, Universale Laterza – Roma-Bari 1977, p.23

[2] S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, 1915, in FREUD Opere Boringhieri, Torino, 1976, vol. 8,pp. 124-25.

[3] J. Lacan IL SEMINARIO  libro I°, Gli scritti tecnici di Freud, Einaudi Torino 1978, p.335.

[4] Il Sole 24 Ore, 7 dicembre 2018

[5] F. Chabod, Storia dell’idea di Europa, cit.

[6] J. Lacan, IL SEMINARIO, libro I°, cit., p.342.