“Il godimento ripetitivo, quello attribuito alla dipendenza (ciò che Lacan chiama sinthomo è a livello della dipendenza), questo godimento ripetitivo, dunque, ha rapporto soltanto con il significante Uno, S1. Ciò significa che non ha alcun rapporto con S2 che rappresenta il sapere. Il godimento ripetitivo è al di fuori del sapere, auto-godimento del corpo per mezzo di S1 senza S2. Ciò che funge a tal riguardo da S2, ciò che funge da Altro di quell’S1, è il corpo stesso”

J.A. Miller e A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo, Astrolabio 2018 p. 120

Per affrontare questo denso passaggio di Miller non c’è di meglio, come suggerisce J.P. Deffieux [1], che… rifarsi a Miller. In un intervento apparso nel 2011 su Le point, Miller evidenzia che a livello dell’inconscio non c’è nessuna complementarietà del godimento di uno con il godimento di un altro: crederlo non è che un pregiudizio, sostenuto, a livello immaginario, da un certo numero di costruzioni sociali.  Il vacillamento di queste costruzioni sociali va di pari passo con la spinta del godimento Uno e produce, come suo effetto peculiare, il “diritto al godimento”, nuovo orizzonte dei consessi democratici. È con queste premesse che si può   assumere, con Miller, l’addiction come “modello generale della vita quotidiana nel XXI secolo”. Il godimento dell’Uno caratterizza dunque un’epoca –una civiltà – in cui il partner è per definizione l’addict, e rispetto al quale il partner sessuale è spesso in una posizione vicaria.

Nella pratica clinica questa prospettiva è preziosa. Essa comporta, beninteso, una distinzione rigorosa, lì dove la struttura soggettiva lo manifesta, tra il godimento della parola (S2), che “si ripartisce” sugli oggetti a ed opera sul versante del senso, ed il godersi del corpo (S1), autistico, fuori senso, in rapporto con il solo significante Uno[2]. In questo caso si chiede all’analista una distinzione consapevole tra ciò che, nel suo intervento, si svolge nel campo della direzione della cura e ciò che può essere solamente stretto, serrato. In altre strutture, in cui non si presenta il godimento della parola, la tenuta del godimento Uno, grazie al partner addict, diventa un indice prezioso. Nella malinconia, come nota con finezza J.P. Deffieux, l’addict può funzionare nel consentire un godimento Uno che preserva il soggetto dall’identificarsi all’oggetto perduto. La perdita di efficacia dell’addict, soprattutto se congiunta al rinnovarsi del “reale della perdita”, diventa allora un segnale importante della possibilità concreta di un passaggio all’atto suicidario.

Pasquale Indulgenza

[1] J.P Deffieux, Umeurs et addictions, https://www.lacan-universite.fr/
[2] J.A. Miller, Introduzione al Congresso AMP 2016