Enric Berenguer

Dopo decadi di instabilità, le coordinate che dirigono la politica mondiale, e nello specifico quella europea, cambiano. Influiscono fattori contemporanei, che riprendono, risignificandole, le linee di frattura presenti in lunghi periodi della storia.

A partire dal 2010 alcuni eventi sono stati qualificati come rivoluzionari. Da poco si è parlato di “rivoluzione Catalana”. Che significa in ciascun caso il termine “rivoluzione”? In cosa si distinguono dalle rivoluzioni del ventesimo secolo?

All’improvviso, una nuova generazione, che si vive come connessa al mondo globalizzato, non vuole più continuare a essere rinchiusa tra i muri di ciò che sente come un’oppressione anacronistica, reale o immaginata. Il termine “corruzione” designa la perdita di autorità morale da parte del partito, l’istituzione o la classe dirigente. Per tali giovani, il mondo li guarda, non può non riconoscere i loro diritti, non può non rendersi conto che loro non si identificano con quel regime antiquato e/o oppressore, come pure “colonizzatore” – non possono arrivare a viverlo. Sono cittadini del mondo e credono che tale Altro al quale accedono attraverso le reti sociali stia lì, dall’altra parte del proprio Iphone, per accoglierli a partire dal proprio atto di violenta separazione da un padrone che ormai non riconoscono. Disgraziatamente, tale Altro salvifico suole non presentarsi all’appuntamento.

Per comprendere ciò che sta accadendo in Catalogna, bisogna prendere in considerazione diverse cose. Incominciando dal modo particolare con la quale la crisi economica iniziata nel 2008 colpì tutta la Spagna e, in particolare, la Catalogna. Ciò che a Madrid favorì quello che si è venuta a chiamare “populismo” di sinistra, fomentò in Catalogna, dal 2012, il risorgere di una rivendicazione di sovranità. Quest’ultima fu approfittata tatticamente e/o strategicamente da tre partiti politici molto diversi, che trovarono nel significante “indipendenza” la loro parola d’ordine condivisa. In questa operazione, nella quale si lasciano da parte differenze politiche per costruire una nuova egemonia, si tratta di un populismo identitario. C’è da lamentare anche l’esistenza di un populismo identitario spagnolo, di radice franchista, che risponde con una violenza terribile, di cui ne sono testimoni i dolorosi fatti del 1-O (primo di ottobre).

La forza che movimenti di massa hanno assunto si alimenta della sfiducia nella democrazia rappresentativa. La sensazione di fallimento della democrazia fa sì che la forza della mobilitazione ricada sulla moltitudine. Si chiami questo “profondo desiderio di democrazia”. Però senza dimenticare che è un movimento reattivo. La sua forza principale è nel sentimento di indignazione che si esaurisce se non si mantiene in tensione e necessita risultati. E per sua natura straborda rispetto ai meccanismi tradizionali di partito.

Finalmente – e questa è responsabilità innegabile dei partiti – può entrare in flagrante contraddizione con i principi più fondamentali della stessa democrazia. Il doloroso paradosso è che un profondo desiderio di democrazia arrivi ad essere un grave attacco contro la stessa democrazia.

[1] Riassunto dell’articolo apparso ieri sul blog Zadig-Espana