Enric Berenguer

Non è la prima volta nella storia che la democrazia rappresentativa raggiunge i suoi limiti, talvolta con conseguenze tragiche. Di recente abbiamo assistito in Europa a tensioni che  hanno dato luogo a diversi fenomeni. In Francia, a una crisi dei partiti tradizionali ha risposto, da una parte, la proposta di Marine Le Pen, fondata su un nazionalismo fortemente identitario, in questo caso inequivocabilmente neofascista. E dall’altra, quella di Macron, col tentativo di riformulare il posto della Francia in Europa e di rilanciare in un modo nuovo lo spirito repubblicano.

Quando la democrazia è in tensione, il quadro giuridico situa i limiti a partire dai quali può essere rilanciata. Nel dibattito Catalunya-Spagna si utilizza sempre di più, come arma offensiva contro l’avversario, l’espressione, buona per ogni uso, “Stato di diritto”. Ma persino Pareto preferiva definire “la Chimera”, anziché lo Stato di diritto. Trattare questa questione oggi in Catalogna esige una certa prospettiva.

Secondo Javier Pérez Royo, esperto costituzionalista, la sentenza del Tribunale Costituzionale spagnolo, che ha soppresso degli articoli dello Statuto Catalano, è stato un disastro giuridico (2010). Ma in quel caso, paradossalmente, non c’è stata in Catalogna una risposta proporzionata. Oggi, in una congiuntura del tutto diversa, dopo la crisi e con una nuova generazione che entra in politica, la ferita risorge con una forza inusitata. Orbene, lo stesso costituzionalista dice che, da anni (2012 e 2015), le elezioni al parlamento della Catalogna sono state un’anomalia giuridica, perché sono state effettuate costantemente in termini plebiscitari, ed inoltre si forza l’interpretazione dei risultati in funzione di accordi tattici. Viviamo dunque in una costante anomalia giuridica, alimentata da entrambe le parti, governo dello Stato e governo della Catalogna. Le iniziative del governo della Catalogna dopo le elezioni del 2015 hanno aumentato l’anomalia. Da allora in Catalogna si  vive in  uno stato di eccezionalità,  culminato con le leggi votate nelle sessioni del Parlamento Catalano del 6 e 7 settembre, contrarie al criterio del proprio Gabinetto giuridico.

D’altro canto, per quanto si parli della Costituzione spagnola del ’78 come se fosse intangibile, non molto tempo fa lo Stato spagnolo, rispondendo alle esigenze della UE per ottenere il riscatto bancario, ha accettato d’introdurre una nuova clausola che limita l’indebitamento dello Stato. In questo modo è stata inserita nel nostro ordinamento giuridico una clausola d’ispirazione ordoliberale (teoria politica tedesca). È stato un duro colpo, le cui conseguenze non si sarebbero fatte attendere.

L’intangibilità delle leggi oggi non è più credibile. In questo Leggo un sintomo contemporaneo. Nei conflitti degli ultimi mesi, “Stato di diritto”, è diventata un’espressione della lingua corrente, con un senso prossimo a “Stato di io ho diritto”.

Nel fondo di questa crisi si rivela un cambiamento profondo nel rapporto del soggetto con la legge. Questo soggetto funziona in un regime discorsivo estraneo ad ogni perdita di godimento e refrattario alla sua regolazione. Questo è già un fattore fondamentale della politica contemporanea, di cui possiamo vedere l’espressione accentuata in certe proposte populiste di ordine diverso. È una politica che promette una nuova alleanza tra identificazione e pulsione (prendo questa espressione di Miller da “In relazione all’adolescenza”) e non riconosce la legge come limite, ma come imposizione ad un altro immaginario, al quale si suppone un godimento in un regime di concorrenza.

In questo senso, la deriva del diritto pubblico verso il diritto privato (come nel caso del TTIP e l’estensione del copyright), costituisce una tendenza preoccupante, indicata come sintomatica da diversi autori, i quali esprimono la necessità di un profondo dibattito sulla natura delle leggi e il loro necessario rinnovamento, nella cornice di una riformulazione di ciò che è comune.

È qui che la tensione tra la forma del comune corrispondente al significante “popolo” e quella corrispondente al significante “cittadino” aprono prospettive diverse, che debbono riflettersi in impostazioni politiche differenziate, anche se talvolta possono articolarsi. Confonderle troppo è ingannevole, ma anche pericoloso. Democrazia e cittadino dovrebbero essere dei termini inseparabili.