Adele Succetti

But if you should say this is something it is not,
then I grow weak, remembering how my hands felt funny
and ridiculous and crowded with all
the believing money

Ma se tu dici che vuol dire qualcos’altro
mi indebolisco al ricordo delle mie mani stranite
e ridicole e strapiene
di tutti quei soldi creduloni

A. Sexton, “Disse il poeta all’analista”

Al recente convegno della New Lacanian School, Miquel Bassols ha sottolineato, utilizzando la surreale classificazione cinese degli animali citata da Borges, la fecondità del concetto, inventato da Jacques-Alain Miller, di psicosi ordinaria. Si tratta, infatti, di una “anticategoria clinica” poiché i suoi “segni discreti” non costituiscono un insieme chiuso, non permettono cioè una classificazione vera e propria. La psicosi ordinaria risponde, quindi, a una logica, non di classe, ma bensì “arbitraria e congetturale”. Questo significa ribadire, oggi più che mai, che la clinica psicoanalitica è una clinica del caso per caso, sotto transfert, che mette in questione il concetto stesso di diagnosi, ovvero di quella procedura che permette di ricondurre uno o più fenomeni a una categoria, a una classe chiusa di elementi. Possiamo quindi fare a meno della diagnosi? Oppure si tratta di farne a meno, a condizione di servirsene?

Nel suo testo “Effetto ritorno sulla psicosi ordinaria”, J.-A. Miller ci indica la necessità di un estremo rigore clinico: “le conseguenze teoriche della psicosi ordinaria vanno in due direzioni opposte: verso (…) un affinamento del concetto di nevrosi e (..) verso una generalizzazione del concetto di psicosi”, (1) che diventa, come già anticipato da Lacan, la normalità. Mentre la psicosi ordinaria, dice ancora Miller, è una questione di tonalità, di sfumature, di intensità, di “segni discreti”, la nevrosi oggi “è una formazione che presenta una stabilità, una costanza… c’è una ripetizione”, la ripetizione del reale del sintomo, che annoda “una relazione con il Nome-del-padre” e la castrazione come limite alla spinta a godere contemporanea. In entrambi i casi, per la direzione della cura, è necessaria una diagnosi… addirittura, sempre a proposito della psicosi ordinaria, J.-A. Miller ci dice che “una volta che avete detto che è una psicosi ordinaria, dovete provare a classificarla in maniera psichiatrica”! (2)

Quindi l’uso della diagnosi in psicoanalisi è una questione complessa poiché, da un lato è necessaria per la conduzione della cura e, dall’altro, al di là delle classificazioni e del senso – che sono il nostro Nome-del-Padre – deve poter includere il godimento, fuori senso, proprio di ogni soggetto. Così, forse, potrebbe trattarsi più di un’a-diagnosi, diagnosi a partire da una categoria aperta o che comunque resta bucata poiché include il reale del godimento. Come dice infatti J.-A. Miller, “essere analisti significa sapere che (…) la propria maniera di dare senso alle cose è delirante. È la ragione per cui cercate di abbandonarlo, proprio per poter percepire il delirio del vostro paziente, la sua maniera di dare senso alle cose”. (3) La diagnosi è necessariamente dell’ordine del senso ma deve, per così dire, saperlo per poter includere il reale fuori senso del singolo paziente.

In questa direzione vanno le indicazioni dell’ultimo insegnamento di Lacan, che possiamo leggere grazie all’analisi lucida di J.-A. Miller. Nel 1977, ad esempio, nel suo “Discorso sull’isteria”, Jacques Lacan chiede al suo pubblico, in modo provocatorio: “Oggi, che cosa sta al posto dei sintomi isterici di una volta? (…) La stramberia psicoanalitica non l’avrà mica sostituita?” (4) In effetti lo stile di parola che si realizza nello studio dell’analista e che quello che si tiene “fuori dalla sua finestra” sembrano sempre più inconciliabili. Il legame sociale prodotto dalla psicoanalisi deriva dalle parole delle isteriche che Freud ha saputo ascoltare e, soprattutto, leggere in quanto “l’inconscio è un sedimento di linguaggio”. Più avanti nel testo Lacan, però, ci dà la bussola con cui orientarci e ci spiega meglio la disgiunzione netta fra senso e reale: “Il reale è all’estremo opposto della nostra pratica. È un’idea limite, l’idea di ciò che non ha senso. Il senso è ciò con cui operiamo nella nostra pratica, vale a dire l’interpretazione. Il reale è il punto di fuga, come l’oggetto della scienza.”

(1) -A. Miller, “Effetto di ritorno sulla psicosi ordinaria”, La Psicoanalisi, n. 45, 2009, p. 240.
(2) Ivi, p. 236.
(3) Ivi, p. 241.
(4) Lacan, “Discorso sull’isteria”, La Psicoanalisi, n. 53/54, 2013, p. 9.