Giuseppe Salzillo

Nella mia pratica in istituzione mi capita spesso di lavorare con pazienti violenti che non riescono a mettere in parola niente di quella distruttività che li attraversa, né prima, né dopo che sia esplosa. Sono soggetti accolti per la maggior parte con diagnosi di “Disturbo da disregolazione dell’umore dirompente”, a volte chiamato anche “disturbo esplosivo a intermittenza”.
Le crisi di violenza sono anticipate da atteggiamenti provocatori e sembrano immotivate, ossia sganciate da qualsivoglia frustrazione o fatto rilevante. La furia degli agiti termina spesso in un sollievo momentaneo, accompagnato da un surreale senso di rimorso.
La rabbia con cui si scagliano contro cose e persone mette in rilievo qualcosa di indicibile, che sorge sotto lo sguardo impotente di chi è presente. Il rimorso, che lascerebbe sperare in una sorta di assunzione di responsabilità per le azioni compiute, ha vita breve e dopo poche ore, a volte qualche giorno la violenza, all’improvviso, riappare con più ferocia di prima.
Nell’agito violento, incontrollato, c’è un indicibile quid che viene messo a nudo. È qualcosa di profondamente intimo e quando il soggetto si ferma e sul suo volto appare quella strana espressione di sollievo, dopo che la furia si è placata, in quel preciso momento incontra gli occhi dell’altro, ammutolito, che semplicemente lo guarda, lo vede per quello che è, in quell’istante in cui tutto è finito, in cui lui non è più solo oggetto del godimento dell’Altro: si vede visto dagli altri, per un breve frangente. Ma poi, al di là di qualunque bene o male, il ciclo riprende, ciclo che non si lascia scalfire da nessuna vergogna possibile.
Il soggetto violento precipita in posizione di oggetto a, oggetto che l’Altro può guardare, giudicare, nella sua condizione di puro essere-in-sé e, quell’accenno di rimorso che ricorda vagamente la vergogna, in realtà non apre a nessuna interrogazione, nessuna problematizzazione: manca un fantasma che faccia da schermo al reale del soggetto e l’essere sguarniti della “funzione soggettiva, singolarizzanta, del reale”[1] propria del fantasma fa sì che irrompa un reale “universale”, un reale “per tutti”, impersonale, de-soggettivato, oggettuale. Il soggetto non riesce ad avere un posto nelle reti simboliche che ordinano il mondo e resta in preda di quelle forze primitive che lo schiacciano nella posizione dell’“uno-che-parla-per-tutti”, dell’uno che impone, attraverso la prepotenza, le minacce e l’aggressività, “la legge del più forte”.
In questi casi la mancanza di vergogna lascia il posto al “primum vivere”[2] che diventa valore supremo. È qualcosa che mi è capitato di osservare quando un paziente, dopo aver sfasciato la cucina, distrutto mobili, divelto le porte, spintonato i presenti, si è preparato da magiare e sotto gli occhi increduli di chi cercava di fare qualcosa per aiutarlo a fermarsi, come se niente fosse accaduto, si è messo voracemente a mangiare per poi andare a dormire.
Il soggetto, in questi casi, non è rappresentato da un significante che possa aver valore[3], cessa cioè di farsi rappresentare da quel “biglietto da visita attraverso cui un significante rappresenta un soggetto per un altro significante”[4], il biglietto è strappato, lacerato, ma a questa lacerazione, in questi soggetti dirompenti, non fa seguito nessuna vergogna . Venendo meno in essi l’inscrizione come S1, non è possibile “un sapere e un ordine del mondo”[5] in cui essi possano avere un loro posto, e venendo meno questo significante-padrone, non essendo stati segnati, non essendo stati marchiati da esso, come può, in questi casi, operare la psicoanalisi? Come si può, in questi casi, far funzionare il sapere inconscio come terzo, per costruire qualche triangolazione possibile che supplisca a quella edipica mancante?

[1] J.-A. Miller, L’Essere e l’Uno, «La Psicoanalisi», n. 51, 2012, p. 244.
[2] Cfr. J.-A. Miller, Nota sulla vergogna, La Psicoanalisi, 46, 2009, p. 32.
[3] Cfr. Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] J.-A. Miller, Nota sulla vergogna, op. cit., p. 33.