La notizia della scomparsa di Judith Miller, che ci ha lasciati nella notte fra il 6 e il 7 dicembre 2017, ci lascia storditi e attoniti.

La memoria va immediatamente all’ultimo suo intervento pubblico che abbiamo potuto ascoltare, in apertura del IX Congresso dell’Associazione Mondiale, che portava il titolo “Far fronte al reale”. Ci aveva parlato della sua malattia e del ricorso, in quel momento estremamente difficile, e dopo tanti anni di una vita dedicata alla psicoanalisi, a uno psicoanalista. Quel discorso aveva toccato ciascuno dei presenti per la posizione etica che trasmetteva, e il lungo applauso che ne era seguito, spontaneo e sincero, era stato la testimonianza non solo del riconoscimento per il coraggio e la generosità mostrati in quell’occasione, ma insieme per tutta una vita dedicata al Campo freudiano. Non solo se ne va un pezzo di storia della psicoanalisi lacaniana, ma anche qualcuno che si è speso senza mai fermarsi, fino quando ha potuto, per far esistere la psicoanalisi, per farla avanzare nel mondo, per farla presente nella contemporaneità. Tutta la comunità analitica italiana, con profonda riconoscenza, si stringe intorno a Jacques-Alain Miller, ai figli, Eve e Luc, ai nipoti, ai parenti, a tutti i colleghi per i quali la scomparsa di Judith Miller è una perdita incolmabile.

Paola Bolgiani
Presidente SLP

LACAN QUOTIDIEN N. 753
Lunedì 11 dicembre 2017

Judith Miller, un desiderio senza ritorno possibile

di Miquel Bassols

Lo choc si estende progressivamente, come un’onda che si espande dal centro più intimo sino al punto più lontano del Campo freudiano, che lei, come una parte di sé, ha visto nascere: Judith Miller ha smesso di esistere, ma non di essere, tra di noi. E allora, tutto l’affetto che, sino a questo momento fatidico, era rimasto contenuto nel presente, conoscendo l’inevitabile epilogo in un futuro prossimo, deborda, portando con sé ogni dettaglio, ogni ricordo significativo, ogni momento in cui la vivacità del desiderio con cui diventiamo perenni ritorna a noi. Questi momenti sembrano ora quasi irreali, segnati in modo irreversibile dalla traccia del reale più certo.

L’omaggio avrà così la sua ragione, dire quel desiderio, tentare di dargli una parola. La prima che ci si impone: un desiderio senza ritorno possibile, un desiderio che assume le conseguenze di diventare atto, senza ritorno indietro. Lo ha saputo incarnare sino alla fine sotto il nome “Campo freudiano” e anche nel suo nome proprio, il che, per alcuni, poteva essere meno evidente. Tale “pesante eredità”, come taluni la chiamavano – e altri lo pensavano senza dirlo – è stata per lei la causa degna di una relazione con la psicoanalisi e con il desiderio di Jacques Lacan, che ha impregnato ogni momento della sua vita, ogni atto con cui lo sapeva rendere presente con quella stessa dignità. Tutti intuivano che fosse tutt’altro che facile, che tutto il suo essere si giocasse ogni volta che la vedevamo entrare in quella zona in cui solo lei poteva abitare, in cui solo lei aveva il diritto anche di disporre e di prendersi cura delle cose, dei dettagli più quotidiani – il mobile di quella Biblioteca, appena fondata, la copertina preziosa di quella rivista là, sino agli eventi più pubblici ed eccezionali: gli Incontri del Campo freudiano, gli Incontri Jacques Lacan – sempre con la stessa eleganza.

Quanti altri nomi avranno avuto quel desiderio irrevocabile nella storia del Campo freudiano, insieme a quello di Jacques-Alain Miller, suo marito! Cereda, El Niño, Cien, Fibol, L’Âne, Caracas, Champ Freudien in Ucraina, in Russia, anche in Cina… Ogni membro delle nostre sette Scuole saprà allungare la lista, interminabile nella geografia. Quanti momenti fondatori di nuovi legami di lavoro e di desideri contaminati dal suo, avrà saputo sostenere! È lì, in quel futuro anteriore, che sappiamo che il nostro continuerà a insistere. Senza ritorno possibile.

Traduzione Adele Succetti