Miquel Bassols

Quale articolazione possiamo pensare nell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi tra l’esperienza della Scuola e il registro del reale, che è il tema del nostro prossimo Congresso? Si tratta di un’articolazione inedita, che non era stata pensata fino ad ora, tra i concetti che orientano il discorso analitico, la sua pratica, e la forma istituzionale che abbiamo per la sua elaborazione e la sua trasmissione.
La Scuola, come è stato indicato da Jacques-Alain Miller alcuni anni fa, si è costituita come quinto concetto fondamentale dell’insegnamento di Jacques Lacan. Sappiamo che esistono i primi quattro concetti fondamentali sviluppati nella loro stretta articolazione nel Seminario XI del 1964 : l’inconscio, il transfert, la ripetizione e la pulsione. La Scuola è così il quinto concetto fondamentale, un concetto “più uno” in relazione ai quattro precedenti, che deve essere inteso come un’esperienza soggettiva, dello stesso ordine dell’esperienza soggettiva articolata in questi concetti.
Ognuno dei quattro concetti tocca per il soggetto un versante dell’esperienza del reale. L’inconscio reale è ciò che non cessa di non scriversi nella storia del soggetto. Una delle sue tracce migliori si trova nella dimensione del trauma, ciò che è rimasto non realizzato nella storia ed è condannato alla sua ripetizione, la ripetizione di ciò che non cessa di non succedere, seguendo la grammatica che Lacan articolò in primo luogo nell’esempio: “ancora un momento e la bomba scoppiava…” Non sappiamo se è scoppiata oppure no. In realtà il problema per il soggetto è che la bomba non cessa di non scoppiare, modo per formulare ciò che del reale come impossibile non può localizzarsi. Il discorso della psicoanalisi è un modo per trattare questo reale a partire da un incontro contingente con il sapere dell’inconscio. È l’incontro contingente che chiamiamo transfert, che è anche un incontro con il reale. La pulsione incontrerà lì una via inedita per costruirsi un nuovo destino, d’altra parte sempre fallito, intorno alla mancanza di un oggetto predeterminato nel suo programma, intorno alla mancanza di iscrizione della relazione sessuale. Riassumiamo così il nodo, l’articolazione dei quattro concetti fondamentali elaborati nel corso dell’insegnamento di Lacan, in particolare nel 1964, proprio nel momento in cui metterà in atto, un atto fondante, l’esperienza della Scuola. È un’esperienza su ciò che configura la comunità analitica come un’esperienza soggettiva, esperienza anche della solitudine di ciascuno dei suoi membri.
Da questa prospettiva, la Scuola è anche una possibilità di incontro con il reale. La Scuola non si riduce a ciò che è instituito dalla serie di discorsi che i suoi membri sostengono e trasmettono in ogni luogo, non è solo la struttura più o meno complessa dei suoi statuti, dei suoi funzionamenti, dell’organizzazione delle sue molteplici attività sulle quali dobbiamo vegliare in ogni luogo, non si risolve neanche nel senso, anche nel senso che chiamiamo “comune”, che ci fa partecipare del sentimento di una comunità analitica che si estende a livello internazionale, attraverso lingue e paesi. Nel tessuto di questa trama di elementi simbolici e immaginari, la Scuola designa e tocca soprattutto un reale dell’esperienza soggettiva nella formazione dell’analista.
Ed è per questo che possiamo dire che la Scuola, come quinto concetto fondamentale della psicoanalisi, è un trattamento del reale su cui si fonda il gruppo analitico. Fu così che Lacan la definì nel momento in cui fece la sua “Proposta della passe” nel 1967. Questo reale è solito apparire, in forma sempre imprevista, nella storia del movimento analitico, – come nella storia di altre forme istituzionali che hanno preso forma di discorso – in tutti i tipi di tensioni, di fratture, di effetti di gruppo, di disseminazione di particolarità, di rivendicazione di solitudini, affermate in altrettante forme di identificazione gruppale – due, come diceva Freud, già fanno una massa o un gruppo -, dei riconoscimenti e delle segregazioni proprie ad ogni forma di comunità umana.
Ogni gruppo umano si fonda su un reale ed è condannato a ignorarlo attraverso diverse modalità. Le società analitiche non sono, non potrebbero essere un’eccezione. Ma con il concetto e l’esperienza della Scuola abbiamo a disposizione la modalità di trattamento di questo reale specifico sul quale poggia il gruppo analitico. Il segreto del gruppo psicoanalitico, custodito gelosamente, a volte fino a farne il maggiore dei misteri iniziatici, è stato fino a Lacan un segreto per gli psicoanalisti stessi e costituisce il reale proprio alla comunità analitica. Possiamo enunciarlo così: l’analista non esiste. L’analista come un universale, come l’insieme di tratti e caratteristiche che lo definirebbero nella sua funzione comune per tutti i casi, l’analista, come l’insieme dei tratti che costituirebbero il suo ritratto sociale come professione, l’analista, come polo d’identificazione sul quale potrebbe inscriversi una società corporativa o un ordine professionale, l’analista, che sia supposto, imposto o esposto, questo analista non esiste. Questo è il reale sul quale poggia e si è poggiata da sempre la comunità che è stata chiamata, in forma abusiva, la “comunità analitica”. Pertanto nel migliore dei casi quello che constatiamo è che si tratta di una “comunità di coloro che non formano comunità”, per riprendere l’espressione di Maurice Blanchot che abbiamo ricordato altre volte. Si tratta così di una comunità paradossale, nella quale ciascuno dei suoi membri potrebbe riconoscere almeno qualcosa di questo reale sul quale si fonda e che rende impossibile l’identificazione con l’analista supposto sapere, e anche con il sapere del supposto analista. In una comunità così, ogni soggetto che si forma nell’esperienza analitica è confrontato a proprio modo con questo reale che non cessa di non scriversi e che potrà incontrare solo in modo contingente, mai in una forma standard o programmata. I dispositivi istituiti nella Scuola – e fra questi quello della passe è il più genuino – sono modi di favorire questo incontro contingente e di dargli una forma di elaborazione e trasmissione in accordo con il discorso analitico.
La Scuola è così l’invenzione di Lacan per trattare il reale dell’inesistenza dell’analista come un universale, ed è anche un’invenzione per trasmettere l’insistenza di ogni analista, di ogni analista preso uno per uno, quando ci rallegriamo del fatto che si sia prodotto in modo dimostrabile.
Questa condizione, il segreto dell’impossibile comunità analitica, non è un capriccio della sua supposta esistenza per rendere la comunità più consistente come società, una società che dunque potrebbe solamente essere, come indicava Lacan, una “società di mutuo aiuto contro il discorso analitico”. Questa condizione è semplicemente una conseguenza del reale dell’inconscio, secondo la modalità con cui Freud fu portato a realizzare la sua ipotesi.
Il reale dell’inconscio non include l’analista, non include l’analista verso cui si dirigerebbe naturalmente, come per magia. Questo vuol dire che ogni analista, uno per uno, deve far esistere l’inconscio, un inconscio che – ricordiamo l’osservazione di Lacan che potrebbe sembrare un paradosso – non esisteva prima di Freud. È questo che Jacques-Alain Miller ha sviluppato in questi ultimi anni con la solida distinzione fra inconscio reale e inconscio transferale. Questa distinzione è un altro modo di accostare la relazione fra il reale e la Scuola. È solo attraverso l’incontro contingente del transfert con un analista che questo inconscio reale, che non cessa di non scriversi, giunge a inscriversi in un certo modo nella storia del soggetto. Ed è anche così che l’inconscio reale giunge a inscriversi nella forma di un nuovo discorso, il discorso dell’analista, nel quale ci formiamo.
Il problema, detto in un altro modo, è che l’analista può essere solamente il risultato dell’esperienza singolare che è l’esperienza di un’analisi condotta fino alla sua conclusione. Vediamo così che tale reale, liberato dalla sua inerzia, lascerebbe l’analista in un circuito chiuso, un circuito chiuso che può anche essere quello del legame transferale di ogni analista con ogni analizzante. Dunque vediamo anche l’importanza fondamentale del dispositivo della passe nelle Scuole dell’AMP per trattare questo reale e i suoi paradossi in modo consono al discorso dell’analista.
La Scuola che chiamiamo Scuola Una, come la Scuola che funziona come “più uno” nella serie delle Scuola dell’AMP, è fondamentalmente la Scuola della passe di fronte al reale dell’inesistenza dell’analista. La Scuola Una, per come Jacques-Alain Miller ne ha affermato l’insistenza e l’esistenza, è così l’esperienza del reale astruso con il quale dobbiamo vedercela, ogni volta, attraverso le lingue e i luoghi nell’AMP.

29 gennaio 2014

Traduzione Stefano Avedano