Jacques-Alain Miller

Sono felice. Nel campo del sapere ci sono poche cose che mi danno tanto piacere quanto il commento dei testi di Lacan. I suoi testi sono costruiti secondo una modalità rigorosa e ponderata, dove ogni parola è al suo posto. Anche se non si tratta di testi poetici, è come commentare poesie, poiché gli enunciati di Lacan possono essere commentati con la stessa dedizione e la stessa cura con cui si ricompone la struttura di una poesia. Ravviso uno stimolo intellettuale ulteriore nella lettura dei testi lacaniani: a un primo sguardo sembrano un po’ oscuri, ma questo fa sì che la loro delucidazione produca godimento supplementare. Per ciò, ho sempre cercato di mantenere un atteggiamento ludico nel commentare Lacan. Ritengo che ci si debba sempre divertire e inventare, porsi questioni, il sapere non è lì per essere triste.
Nonostante le sue torsioni, il testo di Lacan mantiene un’unica struttura priva di variazioni. Possiamo tentare di cambiarne la chiave di lettura, ma non senza dimenticare, all’orizzonte, l’esistenza dell’unica chiave di lettura possibile. A volte non ci riusciamo, ma è preferibile a dire che ciascuno lo legga come vuole.
Ho letto molte volte García Lorca per imparare lo spagnolo, ma quello che più mi attirava era la sua firma. Ero adolescente quando lo leggevo e, cercando di crearne una mia, non potevo che imitare la sua.

L’atto di fondazione
Il tema di questo capitolo, “La Scuola e il suo psicoanalista”, variazione del titolo di Lacan “Proposta sull’analista della Scuola”  del 1967, consente di situarci nella prospettiva della Scuola spagnola, della costruzione della EEP. È importante che i non-analisti prendano atto che la costruzione di una scuola di psicoanalisi non concerne solamente gli analisti praticanti o gli analizzanti, ma riguarda molte più persone. Così come Lacan nel 1964 desiderava che i non-analisti facessero parte della sua Scuola, noi dobbiamo pretendere che accada per la EEP. La costruzione della Scuola, come diceva Lacan, deve essere fatta sotto il controllo di un pubblico esterno.
Oggi ci apprestiamo a commentare i testi istituzionali di Lacan; vorrei subito precisare che dobbiamo intendere il testo dell’Atto di fondazione  non come il resoconto di un atto avvenuto, ma come l’atto stesso. Esso prende l’avvio dalla parola “fondo” che, grazie ad Austin, possiamo considerare performativa: una volta che qualcuno ha pronunciato “fondo”, vuole dire che ha fondato. È naturalmente necessario essere in una posizione tale che gli altri possano sostenere questo “fondo”. Quando Lacan pronuncia: “Fondo […] l’École Française de Psychanalyse” , abbiamo fondate ragioni di credere che vi fossero delle persone in grado di sostenerlo. Se invece avesse affermato che fondava la Scuola Francese di Odontoiatria non sarebbe stato efficacemente performativo. Lacan lo ricorda nel primo paragrafo del “Preambolo”, quando dice che “Per quanto riguarda questa fondazione, possiamo prima di tutto sollevare la questione del suo rapporto con l’insegnamento, il quale non lascia senza garanzie la decisione del suo atto”.  Quando dice “fondo”, Lacan è in una posizione tale da produrre un performativo efficace, perché ha alle spalle dieci anni di insegnamento, di seminario. Questa è la condizione contestuale del “fondo”.
All’epoca dell’Atto di fondazione, Lacan non ha ancora impartito il seminario sull’atto analitico,  che terrà solo tre anni dopo. Tuttavia, nell’atto performativo della fondazione, nell’espressione “atto di fondazione” è già contenuta l’anticipazione di questo seminario, poiché l’accento è messo sull’atto. Notate come la parola “fondo” produca una certa efficacia; vi sono alcune circostanze che, come nel matrimonio, rendono efficace l’unione. Quando la Scuola che aveva fondato tramite il suo Atto ha avuto fine, Lacan ha cercato di realizzare un atto simmetrico di dissoluzione, ma, tra il primo e il secondo, erano comparsi sulla scena cento membri che non condividevano la sua opinione. Lacan nell’atto di fondare era solo, ma, dopo il successo della fondazione, nel momento del suo performativo “Sciolgo”, è emerso più di un motivo di obiezione.
A ogni modo, considero degne di nota le numerose risonanze proposte da tale atto e le diverse tematiche su cui Lacan fa giocare le parole:

–    La tematica della verità perseguitata dal potere. Lacan fonda la Scuola contrapponendosi all’IPA e presentandosi nella posizione della verità perseguitata dal potere, ossia da una burocrazia internazionale che intende soffocare il potere del sapere, della verità stessa. Questo fa pensare ad alcuni personaggi storici, come Spinoza, Bruno, Servet, Trotsky e Lutero, che sono stati perseguitati dalla Chiesa, senza dimenticare che Lacan paragona l’IPA al Vaticano.
–    Il tema della riconquista. “Riconquista” è una parola che figura nel terzo paragrafo della prima pagina, quando Lacan afferma che “Questo obiettivo di lavoro è indissociabile da una formazione che deve essere impartita in questo movimento di riconquista”.  Tale questione, per i francesi, aveva delle risonanze con la faccenda de Gaulle.
–    Il tema dell’odissea. Il ritorno a Freud costituisce l’odissea di Lacan. Itaca si trova in mano agli usurpatori e Ulisse torna a casa con l’obiettivo di restituire piena legittimità al suo Paese. In senso più generale, il tema dell’usurpazione della legittimità è un tema letterario molto importante della cultura occidentale. Penso, tra gli altri, a Riccardo Cuor di Leone, anche se nell’atto di fondazione di Lacan non manca qualcosa di Ivanhoe . Si snoda, inoltre, sullo sfondo, il tema della resistenza all’imperialismo nordamericano. L’IPA era roba dei nordamericani e Lacan, opponendovisi, assurge a paladino della resistenza europea. Ebbene, mi pare che questi riferimenti non siano pochi.

Lacan faceva parte della Société française de psychanalyse (SFP) che ambiva all’inclusione nell’Internazionale. La politica dell’IPA è invece consistita nel frazionamento di questa società allo scopo di escludere Jacques Lacan dai suoi membri, cosa che capita spesso quando un ribelle diventa complicato da gestire. Tuttavia, come conseguenza di tale scomunica, Lacan è diventato ancora più radicale e, in generale, possiamo dire che gli effetti liberatori prodotti da un’esclusione fanno sì che l’escluso si radicalizzi ancora di più. Oggi possiamo affermare che l’espulsione di Lacan ha costituito un errore storico dell’IPA, giacché se non lo avessero escluso, i suoi movimenti sarebbero stati ben più limitati. Nei dieci anni precedenti la sua scomunica, non aveva certo lesinato critiche all’IPA, ma, quando ne è stato estromesso, la forza del suo insegnamento si è moltiplicata. La contingenza di quella scomunica è diventata la nostra storia, ossia, invece di far parte dell’IPA, siamo da un’altra parte. Faccio comunque notare che la scelta di Lacan di creare una Scuola è stata forzata e che l’Atto di fondazione è il commento a questa scelta forzata, poiché, a sessantatre anni e dopo un seminario che durava da dieci, non gli rimaneva che fondare la sua Scuola o scomparire dalla psicoanalisi.
Per dimostrare che non si trattava di una deviazione dal freudismo, che non si trattava, cioè, di una scuola lacaniana, ma di una scuola “odisseista”, ha deciso di chiamarla Scuola freudiana.
La cosa divertente è che nel momento in cui Lacan produce il performativo della fondazione dell’École Française de Psychanalyse sta già fondando di nascosto l’École Freudienne de Paris.  Poiché si trattava di una scommessa e Lacan non sapeva se l’avrebbe vinta, credo che egli stesso non abbia voluto sporcare il buon nome della École Freudienne de Paris. Prima ha indossato una maschera e, vedendo che la gente si riuniva e lavorava, ha tirato fuori dal cappello un altro nome. Dico subito che con l’École Européenne de Psychanalyse le cose sono andate diversamente.
Come ho già spiegato, quell’atto è stato deciso dall’IPA nella misura in cui è stato l’atteggiamento di quest’ultima a indurre Lacan a prendere la decisione di fondare la sua Scuola. Soltanto ora, però, molti anni dopo, ho capito quello che Lacan dice nel primo paragrafo: “Fondo – solo come sono sempre stato nella mia relazione con la causa psicoanalitica”.  Lacan mi ha dato questo testo nell’anno 1964, ha preso un volantino e poi mi ha domandato quanti ne volevo per i miei compagni. Era un vero militante. Non conoscevo il contesto dell’epoca fino al 1977, quando ho cominciato a fare un riepilogo dei suoi testi di quel periodo. A ogni buon conto, in quel momento esisteva un gruppo di suoi allievi che voleva salvarlo e formare una scuola di “pezzi grossi”. Tuttavia, alcune settimane dopo, Lacan fece circolare questo testo in cui dice: “Fondo solo”, lasciando loro intendere che declinava l’invito. In altri termini, Lacan si proponeva come il “più uno” della Scuola, senza essere incluso nella serie. Il performativo, così come il “più uno”, implica la solitudine, tema che si presta a una serie infinita di riflessioni, ma invita anche a pensare alle motivazioni che hanno portato Lacan a quella solitudine. Dobbiamo intendere questa solitudine anche come una confessione, una citazione biografica con riferimento alla causa freudiana. Sicuramente, nella relazione con la causa si è sempre da soli, tuttavia, per me sarebbe molto complicato scrivere: “[…] solo come sempre sono stato […]”, perché ho sempre avuto dei compagni con cui condividerla. D’altra parte è vero che alcune persone sono più sole di altre come i Re Cattolici durante la reconquista  o come i grandi eretici che venivano messi al rogo sempre singolarmente e non come le streghe che a volte venivano bruciate in gruppo. Ignoro l’esistenza di una dottrina della Chiesa su questo tema.
Lacan sostiene che non c’è soggetto collettivo dell’enunciazione e per questo motivo non c’è un atto di fondazione dell’École Européenne de Psychanalyse. Non considero fondatore dell’École Européenne de Psychanalyse né me stesso né Eric Laurent; è come se considerassimo Lacan il suo vero fondatore. Prendiamo spunto proprio dall’atto di fondazione e proseguiamo nel solco che Lacan ha tracciato con il suo “Fondo”. Il primo settembre si prende la decisione e il ventidue si dichiara: “Esiste”. In questo caso, nessuna voce ha ripetuto: “Fondo”.
In tutto ciò, come possiamo vedere, è presente il tema della solitudine cui ho fatto riferimento all’inizio e la significazione di questo “solo” è commentata da Lacan sulla rivista Scilicet.  C’è una differenza tra “essere solo” ed “essere l’unico”. Nella lingua francese, invece, c’è ambiguità. Chi fonda una scuola non è solo, si considera uno in più nella lista dei membri.
Possiamo commentare anche la fine della prima frase del testo: “[…] di cui, per i prossimi quattro anni, dei quali niente al presente mi vieta di rispondere, garantirò personalmente la direzione” . Sembra che, conclusi i quattro anni, qualcuno gli abbia domandato: “E ora come si fa con la direzione?”. Lacan ha girato lo sguardo dall’altra parte e ha continuato per altri sedici anni. Della sua morte si parlava sempre e con molto poco tatto; era, tra l’altro, uno dei temi preferiti degli psicoanalisti francesi molto prima che accadesse.

Una Scuola per il lavoro
Nella prima parte dell’Atto di fondazione, un significante spicca tra gli altri: il significante “lavoro”. Sia chiaro che non si entra nella Scuola per riposarsi, ma per lavorare: “[La scuola è] l’organismo dove deve svolgersi un lavoro […]. L’obiettivo di lavoro è indissociabile da una formazione che deve essere impartita in questo movimento di riconquista […]. Quanti verranno in questa Scuola si impegneranno a svolgere un lavoro sottoposto a un controllo interno ed esterno […]. Per lo svolgimento del lavoro, adotteremo il principio di una elaborazione sostenuta in un piccolo gruppo […], più una [persona] incaricata della selezione, della discussione e dell’esito da riservare al lavoro di ciascuno […]; nessuno dovrà considerarsi retrocesso per il fatto di rientrare nei ranghi di un lavoro di base […], alle condizioni di critica e di controllo cui sarà sottoposto nella Scuola ogni lavoro da proseguire […]. Di questi studi, la cui punta è la messa in questione della routine stabilita […], un annuario raccoglierà i titoli e i riassunti dei lavori […]. Si aderirà alla Scuola presentandosi in un gruppo di lavoro costituito nel modo suddetto […]. Il successo della Scuola si misurerà all’uscita dei lavori […]. L’insegnamento della psicoanalisi non può trasmettersi da un soggetto a un altro se non tramite un transfert di lavoro […]”.
Sembra stacanovismo puro, non si parla che di lavoro e, nello specifico, di un lavoro prodotto dai cartelli, ossia da piccoli gruppi. La Scuola è un gruppo formato da gruppi e Lacan si è posto come “più uno” del gruppo. Ricordo che si trattava di un lavoro sottoposto a una critica e a un controllo interno ed esterno. Il controllo interno è esercitato dagli organi della Scuola che possono selezionare i lavori, mentre il controllo esterno consiste nel fatto che la Scuola rimane in contatto con il resto della società, al contrario di quanto accade con i gruppi analitici. Lacan aveva già criticato l’extraterritorialità delle società analitiche, chiuse nei confronti della cultura, della scienza, dei problemi sociali, eccetera. Il controllo esterno stabiliva che la Scuola dovesse rimanere aperta al mondo contemporaneo. Sottolineo, di passaggio, che nell’ultimo articolo del Concilio Vaticano I  si afferma espressamente che la Chiesa non deve riconciliarsi con il mondo contemporaneo. Ebbene, qui vale tutto il contrario: la Scuola mantiene un dialogo con la società contemporanea, ma non in direzione dell’accettazione dei suoi valori, bensì di una presenza. Non è una cosa facile e devo dire che l’ECF non è sempre stata all’altezza di questo compito. Le poche volte in cui abbiamo preteso di dialogare con gente esterna alla Scuola non ci siamo riusciti, anzi si è sempre prodotto un enorme rifiuto. Ritengo che con l’EEP le cose possano andare diversamente e la Biblioteca della Sezione catalana, che si sforza di mantenere un’apertura verso l’esterno, può costituire un buon esempio affinché le cose cambino anche a Parigi.
La ripetizione della parola “lavoro” copre la mancanza di un altro significante che non è presente nell’Atto di fondazione. Dire che la Scuola è un organo di lavoro significa, in effetti, mettere in chiaro che non si tratta di un organo di riconoscimento degli analisti. Se nella Scuola opera un certo riconoscimento, è relativo al lavoro. Lacan, a tal proposito, tramite quella che sembra essere una promessa di riconoscimento del lavoro, assicura che “[…] niente sarà risparmiato affinché tutto quello che faranno di valido abbia la risonanza che merita, e il posto che converrà”.
Possiamo notare che, da grande realista quale era, Lacan aveva previsto tutto anche sotto il profilo organizzativo: “I fondi finanziari, costituiti innanzitutto dai membri della Scuola, dalle sovvenzioni che essa eventualmente otterrà, o dalle prestazioni che garantirà come Scuola, saranno interamente riservati al suo sforzo di pubblicazione”.  Intuiamo qui il suo interesse a che la sua Scuola ottenga un riconoscimento di utilità pubblica, cosa che implica la comunicazione con gli organi statali.
Altro punto interessante è che l’entrata nella Scuola non avviene “uno per uno”, ma tramite i cartelli, ossia piccoli gruppi di lavoro che devono dichiarare espressamente ciò che intendono fare. Nel primo annuario della Scuola è pubblicato l’elenco di tutti i cartelli. Più tardi, sarà convertito in qualcosa di più classico. Rispetto all’annuario, Lacan afferma che “raccoglierà i titoli e i riassunti dei lavori della Scuola, indipendentemente da dove siano stati pubblicati”.  In questo senso, non lo ritiene un semplice elenco di analisti, ma un annuario scientifico di lavoro della Scuola des hautes étudés. Sarebbe interessante se la nuova Scuola, che in questi giorni si appresta a muovere i primi passi, interrogasse la possibilità di riproporre quest’esempio, elaborasse un vero annuario di lavoro e non un semplice elenco di indirizzi e numeri di telefono ad uso e consumo dei pazienti.
Devo farvi notare che nel 1964 l’entrata nella Scuola si effettuava nella modalità del gruppo, cioè come membro di un gruppo e non a titolo personale: “Si aderirà alla Scuola presentandosi in un gruppo di lavoro costituito nel modo suddetto”.  A tale modalità di entrata si contrappone quella del 1973, formalizzata nella Nota italiana,  indirizzata al gruppo italiano che si apprestava a costituirsi. Lacan vi sostiene l’esatto contrario di quanto affermato nel 1964 e cioè che si entra nella Scuola tramite la passe. In un caso l’entrata è in gruppo, nell’altro è assolutamente “uno per uno”.
Mi permetto di sottolineare che la modalità del 1964, a differenza di quella del 1973, ha funzionato. Bisognerebbe domandarsi se Lacan l’abbia proposta affinché quella del 1973 non funzionasse, non si riuscisse a costituire quel gruppo. Vi è, a ogni modo, una forte tensione tra queste due modalità d’entrata e, in fondo, nessuna di queste è giunta mai a concretizzarsi. Nell’EFP del 1964, nessuno si è presentato sotto forma di cartello, eccezione fatta per noi dell’École Normale Superieure. Siamo stati gli unici, perché eravamo disciplinati e avevamo letto, il che era esattamente ciò che Lacan voleva. Abbiamo proposto un grande cartello di dodici persone e, in questo modo, siamo stati gli unici a presentarci! A dire il vero, storicamente nessuna delle due modalità d’entrata ha avuto molta fortuna. Tuttavia, dovremo trovare rapidamente un modo di entrata nella nuova Scuola e dovremo rifletterci bene. Rispetto a quanto espresso da Lacan in questo testo, possiamo cogliere l’inevitabile discrepanza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Voglio dire, però, che ciò che si dice ha un’incidenza notevole rispetto a ciò che si fa. Nonostante l’entrata in gruppo non abbia trovato modo di realizzarsi, ha fornito alla Scuola un suo stile, puntando a una diminuzione del narcisismo. Non si trattava, infatti, di “Io sono membro”, ma di qualcosa di più collettivo. A posteriori, possiamo affermare che Lacan intendeva allargare la lista dei membri della Scuola ed è proprio ciò che ha complicato le cose. Nonostante questo, venticinque anni dopo l’Atto, la lista dell’EEP corre il rischio di diventare un annuario lunghissimo se non cerchiamo di darle una struttura. È chiaro che si tratta di un problema di congiunture storiche.

Psicoanalisi pura e psicoanalisi applicata
Non posso commentare a fondo il tema della permutazione e dell’organizzazione della Scuola, ma posso dire qualcosa sulle tre sezioni in cui Lacan l’ha suddivisa. Troviamo nel testo una prima distinzione tra disciplina pura ed applicata, tale suddivisione esprime un modello epistemologico:

–    la psicoanalisi pura;
–    la psicoanalisi applicata;
–    la psicoanalisi nella scienza, la psicoanalisi come sapere.

La distinzione tra psicoanalisi pura e applicata è coerente con il punto di vista secondo il quale l’aspetto terapeutico attiene alla psicoanalisi applicata. La psicoanalisi pura, di per sé, non è terapeutica. L’aspetto terapeutico è un effetto secondario del processo analitico. Lacan organizza la sua Scuola secondo il principio che l’obiettivo precipuo di un’analisi non è la guarigione. La castrazione insiste sull’incurabile; occorre allora delimitare l’incurabile nel soggetto, piuttosto che promettere la completa guarigione. La finalità della psicoanalisi non è di guarire e l’analista deve tenere a bada questo desiderio. Lo stesso Freud aveva messo in guardia gli analisti dal  furor sanandi.
Prendiamo alcuni paragrafi di queste tre sezioni. Nella sezione sulla psicoanalisi pura, Lacan dice: “[…] Prassi e dottrina della psicoanalisi propriamente detta”.  Il termine “prassi” è tipico dell’epoca marxista, in cui vigeva un’interessante miscellanea di discorsi. Vi sono anche molti ammiccamenti agli althusseriani: Lacan parla, per esempio, di una prassi della teoria, oppure dell’augurio “[…] che il solo nome di Freud, con la speranza di verità che veicola, possa confrontarsi con il nome di Marx […]”.  A quell’epoca il nome di Marx sembrava garantire qualcosa di pragmatico. Più avanti, Lacan parla della “[…] ragione per cui il marxismo non può rendere conto di un potere sempre più smisurato e folle quanto al politico […]”.
Nel secondo paragrafo della sezione della psicoanalisi pura, Lacan parla dei “problemi urgenti da porre su tutti gli sbocchi della didattica”  e propone che i problemi dell’analisi didattica siano risolti tramite “un confronto che si terrà tra persone con esperienza della didattica e che hanno candidati in formazione”.  Questo passaggio permette di chiarire alcune cose, perché da tempo si sperava che il problema dell’analisi didattica si risolvesse tramite il confronto unico tra didatti, ma, in questo momento, Lacan introduce l’idea che se ne debba discutere con i candidati stessi. Possiamo intravedere in questo estratto un’anticipazione della passe; si capisce, infatti, che Lacan sta cercando una soluzione per la fine dell’analisi, ma non tramite la discussione tra gli analisti, quanto piuttosto tramite qualcosa che accade tra analisti e analizzanti.
Dirà poi in maniera ancora più chiara che “protrarre nella prova degli alibi il disconoscimento che si nasconde dietro carte false, esige l’incontro di quanto vi è di più valido di un’esperienza personale con coloro che le intimeranno di confessarsi, considerandola un bene comune”.  In questa anticipazione della passe, vi è l’esigenza e l’intimazione a coloro che finalizzano la propria analisi a darne testimonianza. La Scuola intende richiedere, da quel momento in poi e come servizio nei confronti del sapere, che sia data testimonianza dei cambiamenti prodotti dall’esperienza analitica, che nessuno può conoscere meglio degli analizzanti. Non può conoscerli l’analista.  Sappiamo che l’analista può essere un imbecille, sin da quando Freud ha fatto la sua analisi con Fliess il quale era interessato unicamente alle narici, essendo assolutamente privo di olfatto. La passe è dunque la prova sperimentale che l’esperienza analitica, in quanto esperienza di soggettivazione, sta tutta dalla parte del paziente. Non possiamo sapere nulla sulla fine dell’analisi ascoltando l’analista, poiché, pur avendo una sua opinione in merito, non può avere l’ultima parola.
Non dico che l’analista debba necessariamente essere un imbecille, ma che alla fine il tutto della soggettivazione dell’esperienza analitica può essere situato solo dal lato dell’analizzante. Una rettifica: generalmente la testimonianza dell’analizzante sulla propria analisi non possiede nessuna garanzia di verità, perché si tratta di una testimonianza inficiata dal transfert. Ci sono resoconti delle cure psicoanalitiche prodotti per gli analisti, ma non possiamo affermare che siano stati scritti anche per gli analizzanti, giacché la condizione di analista costituisce un limite. Esistono resoconti scritti per gli analizzanti, e non per gli analisti, soltanto quando l’analista è famoso e quando parlano, in realtà, dell’analista e non della cura. L’interesse del resoconto di Pierre Rey,  per esempio, sta nel fatto che parla di Lacan e solo un po’ della propria analisi. La stessa cosa vale per Jean Guy Godin.  Diversi analizzanti di Freud, tra cui Kardiner  e Wortis,  hanno scritto i loro resoconti. C’è quindi una dimensione per cui la testimonianza dell’analizzante sulla propria analisi non ha alcuna utilità scientifica. Al contrario, è dall’analista che ci si aspetta la clinica del caso, le diverse fasi dell’analisi. Qualora sia l’analizzante a scrivere, la questione è diversa, poiché si tratta di un soggetto che sicuramente non è uscito dal transfert o che intrattiene con esso un altro tipo di relazione.

I passeur   e il Witz
La questione è se si possa effettivamente uscire dal transfert, se la passe, la fine dell’analisi, voglia dire uscire dal transfert. La mia opinione è no, non esiste un grado zero del transfert. Nonostante ciò, esiste l’idea che alla fine dell’analisi il soggetto ha una relazione diversa con il transfert e che, all’interno di questa nuova relazione, è capace di dire qualcosa di originale e di valido sulla propria esperienza analitica. Non svilupperò oltre il tema, peraltro complesso, di quando una testimonianza sia valida in analisi, ossia se ciò accade quando è l’analista a darla o l’analizzante, poiché alla fine dell’analisi si produce un’inversione. Prima della fine, la testimonianza valida è quella dell’analista, ma, alla fine dell’analisi, accade qualcosa che sfugge all’analista stesso e di cui solo l’analizzante può dare testimonianza.
Per tornare  ai passeur, ricorrerò a una similitudine. All’università, durante la discussione di laurea, normalmente ci si trova di fronte ad una giuria e a un esame di capacità; i professori sono seduti dietro la cattedra e il candidato cerca di presentare, con molta umiltà quello che è capace di fare. Ogni professore possiede una copia della tesi del candidato e la osserva con un certo disprezzo, ma anche con un po’ di comprensione, poiché gli ricorda la fatica con cui in passato ha preparato e discusso la sua. È anche necessario far soffrire un po’ il candidato ed è ciò che egli spera, poiché se la giuria non lo facesse si sentirebbe deluso dallo scarso interesse suscitato dal suo lavoro. Ebbene, si tratta di un sistema di tortura legalizzato di cui non possiamo fare a meno. Al termine della discussione, la giuria (è ormai quasi un classico) gli comunica: “Lei è come noi (non proprio come noi) ma grazie alla nostra benevolenza, anche Lei è dottore”.
Lacan accetta la struttura di questo esame attitudinale, o di capacità, e al contempo lo sovverte interponendovi i passeur, cosa che sarebbe impossibile in un esame universitario. Non è immaginabile che due studenti vadano a sostenere l’esame di un terzo. Nel caso della passe, è come se lo studente, dopo aver concluso la propria tesi, facesse domanda all’università e questa gli inviasse due studenti in procinto di concludere la loro. Questi ultimi intervistano il candidato che vuole laurearsi e poi si presentano dinanzi alla giuria per esporre quello che pensano del lavoro che il candidato ha loro trasmesso. Secondo Lacan, il passeur è come il candidato che non ha terminato la propria tesi, e che ci sta ancora lavorando. Tale modalità consente in primo luogo di ottenere una testimonianza più valida di quella che potrebbe ottenere una giuria nel caso di una discussione di laurea all’università. Che cosa potrebbe fare un candidato, quando si trova nell’aula magna, di fronte ad una giuria, se non cercare di dimostrare che è buono e degno tanto quanto quelli che lo giudicano? Che cosa potrebbe fare, se non conformarsi agli standard di coloro che gli stanno dinanzi? La sovversione introdotta da Lacan fa sì che il candidato sia intervistato da chi si trova un po’ più indietro di lui e che la causa del passant sia difesa proprio dai passeur che stanno un passo indietro. Non si tratta di prendere la mano dell’umile candidato per condurlo dai professori, ma di pensare che quelli che stanno dietro di lui lo spingono avanti. Si tratta di un dispositivo che articola la scelta, la sanzione della capacità di quelli che vanno avanti assieme alla partecipazione di quelli che spingono da dietro.
È emozionante poter vedere quale sarà il proprio “passo in avanti”, poter testimoniare di ciò che accade quando si fa un passo in avanti e stabilire se si è trattato di un vero passo in avanti.
Lacan aggiunge che l’aspetto accattivante della passe è che possiede la stessa struttura del witz, del motto di spirito. Il passant racconta la sua storia ai passeur e i passeur la ripetono alla giuria. Già questa è una struttura di trasmissione che indica che tutto ciò che di drammatico ha attraversato la storia del passant può essere trasformato in una sorta di commedia. Sottolineo il tono da commedia contrapponendolo a quello drammatico, tragico che sembra connotare da sempre la passe. L’aspetto peggiore ereditato dall’EFP è infatti pretendere che si debba parlare della passe con voce tremante. Ripeto che non si tratta di un dramma; se tragedia vi è stata, si è verificata prima della passe, poiché questa sta a significare che si è passati dalla tragedia della propria storia personale al versante della commedia, ossia qualcosa di molto più intenso. Non dobbiamo perseguire la strada della tragedia e, non a caso, possiamo fare esperienza di passe solo quando il soggetto mantiene una certa distanza dalla propria storia, quando riesce a vedere che la tragedia della propria esistenza era dominata da una serie di significanti che giocavano tra loro e che alcune parole facevano motti di spirito le une con le altre. La cosa terribile è non poterlo dire, come accadeva prima della passe.
La passe testimonia del fatto che si è riusciti a fare una commedia delle impasse della propria esistenza, proprio come Molière è riuscito a far ridere la Francia e il mondo intero tramite l’infedeltà della propria donna e la sua stessa malattia. Mi chiedo, benché la domanda non troverà mai una risposta, se Molière non abbia fatto la passe! Inoltre, mentre l’analisi sembra qualcosa di asociale, visto che prevede che il soggetto si separi dal resto del mondo, la passe sembra segnare un ritorno alla comunità, facendo della propria storia, raccontata in forma confidenziale ad una persona, un bene per quest’ultima. Per questo, i due passeur, come nell’Amleto, , sono Rosencrantz e Guildenstern e rappresentano la società umana. La stessa cosa accade con Beckett,  dove due tipi non troppo intelligenti sono chiamati a rappresentare la società umana. I passeur possono anche essere intelligenti, ma, per una questione di funzionalità, costituiscono i rappresentanti della società e anche per questo sono tirati a sorte e non scelti per meriti straordinari. Nella Scuola di Lacan è stata creata una lista di passeur composti dagli Analyste de l’École (AE), ma sono sempre stati tirati a sorte.
Abbiamo visto che nell’ECF la giuria, o alcuni dei suoi membri, analisti affermati, si lamentano che i passeur non sappiano svolgere bene il loro compito. In fondo, vorrebbero incontrare personalmente il passant. Considero questa lamentela un errore e credo anche che abbia costituito un errore nella pratica delle prime passe effettuate nella Scuola di Lacan. In principio, le passe erano piuttosto rapide: due o tre colloqui con i passeur, niente di più. Poi si è verificata la tendenza ad allungarle con colloqui di molte ore tra i passeur e tra il passeur e il passant. In questo modo si è pervertito il processo stesso della passe, poiché, se ciò che si vuole è reintrodurre l’analisi nella passe, allora bisogna analizzarsi ancora, e se si pretende di rivivere in pieno le sofferenze dell’analisi, allora bisogna continuare l’analisi. Mi pare, invece, che la passe costituisca qualcosa di molto più svelto, dell’ordine di una riduzione dei significanti. È complicato fornire un modello di passe, giacché non è possibile reperire una struttura forte e regolamentata come lo è quella dell’esperienza analitica. Nella passe c’è posto per l’invenzione. Sono passati ventitre anni dal 1967 e siamo forti di una certa esperienza rispetto alla questione.
La mia idea personale sulla passe è che dobbiamo conservarne il carattere agile e non drammatico, il che non impedisce che possa comunque costituire un’esperienza vera, dura, difficile, poiché parlare delle cose più intime a uno sconosciuto non è da poco. Proprio per questo si fa in una Scuola grande, perché è impossibile fare la passe in un gruppo di venti persone. La cosa migliore è che la Scuola sia più ampia possibile. Raccontare le cose più intime ad uno sconosciuto non è la stessa cosa che raccontarle a un analista che si è scelto e che si paga. A ogni modo, devo dire che non ho mai conosciuto dei passant che ritenessero la passe, il cui peso varia da persona a persona, un artificio privo di fondamento.

Il bene comune della Scuola
È davvero notevole lo stile con cui Lacan presenta nell’Atto di fondazione un’anticipazione della passe. La Scuola deve cogliere quanto vi è di più intimo dell’esperienza analitica per farne un bene comune. “Bene comune” è un’espressione hegeliana che indica la trasformazione del particolare nell’universale. La passe consiste nel domandare a chi ha fatto un’analisi che cosa gli faccia pensare di essere giunto alla conclusione, quali cambiamenti e quale stadio di perfezione ritenga di aver conseguito per presentarsi come analista a tutti gli effetti. I termini di Lacan sono molto decisi. Pur riferendosi a un bene comune, e non a un obbligo, sostiene che le difficoltà del trattamento analitico possono essere offerte alla scienza, così come le offriamo il corpo di un morto. Possiamo, dunque, destinare al vaglio scientifico il “cadavere” dell’inconscio. In francese, quando si è finito di bere da una bottiglia, si dice che è un “cadavere” (cadavre), come a dire che è stata bevuta fino in fondo. Terminare l’analisi è un po’ come essere giunti al punto in cui non rimane che il cadavere, il cadavere della bottiglia. Nella passe, possiamo notare che il passant lascia le frattaglie, compie una mutazione e si trasforma in farfalla. Per tale ragione, è importante non disperdere l’“inconscio cadavere”, ma riciclarlo tramite la passe assieme agli altri cadaveri dell’inconscio. Tre anni dopo l’Atto di fondazione, nella Proposta del 9 ottobre 1967 intorno allo psicoanalista della Scuola, Lacan dichiara che chi intende presentarsi a questo esame, debba farlo in modo da offrire la sua sofferenza e la storia del suo inconscio alla scienza! È chiaro che si tratta di una questione di utilitarismo: la passe serve a recuperare i cadaveri dell’inconscio.
Le espressioni di Lacan utilizzate nel confessare ciò che è accaduto rispetto al suo desiderio di sapere sono molto preziose. Nonostante sia un analista e abbia portato a termine moltissime cure, ammette di non sapere che cosa vi sia esattamente accaduto e chiede, pertanto, di averne testimonianza da una prospettiva differente. La passe mira a recuperare qualcosa di più rispetto a quello che non si può recuperare.
Lacan si lamenta del fatto che le autorità competenti non obblighino gli analisti a testimoniare di quello che fanno, al punto di affermare che “le autorità scientifiche stesse sono ostaggio di un patto di carenza che fa si che non si possa attenderci dal di fuori un’esigenza di controllo, che sarebbe all’ordine del giorno da qualsiasi altra parte”.  Lacan non sostiene che le cose debbano restare tra di noi senza risponderne di fronte a nessuno, e se lo Stato ci chiede delle spiegazioni, noi non dobbiamo dare nulla per scontato. Al contrario, considera una carenza delle autorità scientifiche il fatto di non esigere spiegazioni agli analisti. È come se avesse chiesto un premio Nobel per la psicoanalisi e la giuria avesse detto: “Non c’è nessun premio da dare”. Ciò detto, è vero che oggi sarebbe molto pericoloso aspettarsi qualcosa dallo Stato, o invitarlo a intromettersi nella psicoanalisi, come fa Lacan. Tuttavia, può darsi che le congiunture storiche cambino; ci troviamo infatti in una congiuntura storica che non vieta una direzione epistemica della psicoanalisi. Nel 1964, Lacan salutava con ottimismo la forza della psicoanalisi e la sua potenzialità di fronte al disagio della civiltà. Nel 1968, parlando del fallimento del 1953, con un tono di sconfitta anticipata, concludeva dicendo che quando la psicoanalisi sarebbe  stata sconfitta dal disagio della civiltà ci sarebbe stato chi sarebbe ritornato ai suoi Scritti.  Inoltre, dopo il 1974, sosteneva che il discorso analitico avrebbe vinto. Come i migliori profeti, anche Lacan faceva profezie pro e contro.
Quello che Lacan intende dire in questo momento non è “che si aprano le porte del Campo freudiano alle forze dello Stato!”, sebbene si possa rintracciare qualcosa di questo tenore nel suo testo. La situazione in quel momento era che il Campo freudiano era occupato dalle forze dell’IPA e c’era un solo ridotto lacaniano, quello della Scuola, che cercava di impedire agli invasori di portare a termine la conquista. In questa tessitura, aveva quindi senso dire: “Se continuate così, aprirò le porte e che entrino pure le tute blu dello Stato!” o anche: “Avete conquistato il Campo freudiano, ma lo Stato può venire e domandarvi che cosa si fa in questo Campo freudiano e, soprattutto, che diritto avete di occuparlo!”.
Lacan lamentava, in definitiva, la mancanza di controllo da parte dello Stato. Noi, adesso, stiamo tentando di proteggerci dalle sue intrusioni, ma non è del tutto negativa l’esigenza di controllo che lo Stato esprime. Per esempio, grazie allo Stato, i nostri amici italiani sono riusciti a riunirsi ed è probabile che formino un gruppo della EEP (dell’École Européenne de Psychanalyse), nonostante sappia molto bene che si odiano al punto da non essere mai riusciti a lavorare assieme. Traendo le somme, devo ammettere che la famosa legge Ossicini  è stata di grande aiuto e questo signore dovrebbe essere insignito del titolo di Presidente onorario della sezione italiana. Sarebbe troppo comodo per gli analisti rifiutare tutti i rendiconti pensando che la psicoanalisi non abbia niente a che vedere con le faccende del mondo, come fosse un territorio astratto, campato in aria, un’isola o un disco volante, come a dire: “Siamo nel Paese freudiano e abbiamo una sovranità totale, un’Albania, e non abbiamo niente a che spartire con nessuno”.
Al contrario, Lacan ha sempre propugnato l’idea di spiegare lo stato della psicoanalisi. Anche se dobbiamo ricordare che lo Stato ha prestato attenzione alle discipline del sapere solamente un po’ alla volta. Al tempo dei greci, le scuole non erano regolamentate dallo Stato e proprio per questo Lacan prende come riferimento le scuole antiche. Non sappiamo esattamente come funzionassero, ma al loro interno circolava una certa libertà quanto alla distribuzione del sapere. Dal secolo XIII in poi, si è imposta invece l’idea dell’università che rappresenta lo sforzo dello Stato, che le concede alcuni privilegi di extraterritorialità e di produrre gli elementi necessari alla sua costruzione. Più tardi, il lavoro dello Stato è consistito nell’attrarre presso di sé la medicina e per questo, in un certa fase del Secolo XVII, si costituiscono le grandi accademie di medicina e delle scienze. Inizialmente, hanno preso la forma di “società degli spiriti sublimi”; in un secondo tempo, invece, si sono trasformate in organi ufficiali. Oggi, si svolgono interessanti dibattiti intorno all’accademizzazione della medicina, che per noi è ormai qualcosa di pienamente regolamentato; ma non è stato sempre così. Separare il medico dal barbiere o dallo stregone è il frutto di un processo storico complesso. Non è improbabile che anche la psicoanalisi sia stata cooptata dallo Stato allo stesso modo. Alla fine della Seconda guerra mondiale, in Francia non esistevano che venti analisti; oggi ve ne sono mille e questo fa sì che le questioni della psicoanalisi siano diventate un problema di massa. Non è un caso che, come risultato di questo processo, stia avvenendo proprio adesso in Europa la regolamentazione della psicoanalisi. Non sto dicendo che sia desiderabile a priori, ma che tale processo viene da lontano e invita a riflettere. È anche per questo che costruiamo la EEP, per avere un potere di risposta e di pressione consistente, per avere una base di operazione in Europa.
Torniamo al testo dell’Atto di fondazione. Lacan, in merito all’entrata in controllo dei pazienti che esercitano l’analisi, considera che sia un caso particolare della responsabilità della Scuola. In questo testo si parla molto della regolamentazione della pratica e, sebbene le indicazioni siano in direzione di una soppressione dei regolamenti, è mantenuta l’esigenza del controllo, della supervisione, come responsabilità della Scuola. Per noi analisti è una vera sorpresa sapere che in altri contesti la pratica della supervisione è ritenuta superflua e ridotta alla visita a un collega di tanto in tanto. In Francia tale pratica è settimanale ed è considerata assolutamente necessaria. Non dirò altro su questo punto che concerne la responsabilità della Scuola nella formazione, a parte il fatto che non si tratta della formazione con un analista della Scuola in particolare, ma della responsabilità della Scuola nel suo insieme. Lacan, a questo proposito, si offre al controllo della sua Scuola quando afferma che “saranno proposti allo studio in tal modo stabilito i tratti con i quali io stesso rompo con gli standard sostenuti nella pratica didattica, come anche gli effetti imputati al mio insegnamento sul corso delle mie analisi, quando è il caso che i miei analizzati vi assistano come allievi”.  Sia chiaro che la parola “rompo”, assieme a “lavoro”, costituisce un concetto chiave per la Scuola. Quando Lacan parla delle “sole impasse che si possono considerare relative alla mia posizione in una simile Scuola, ossia quelle che l’induzione stessa cui mira il mio insegnamento potrebbe generare nel suo lavoro”,  si riferisce a quello che, nella nota aggiunta, definisce “transfert di lavoro”. Si tratta, dunque, di un insegnamento che non è chiuso in se stesso, ma che ha degli effetti al di fuori di esso e induce gli altri a realizzare un lavoro.
Passiamo alla sezione dedicata alla psicoanalisi applicata che, di fatto, tratta della questione dei medici, una sorta di ghetto dove dovranno studiare l’informazione psichiatrica e la valutazione medica. Deve trattarsi di qualcosa che è legato a quell’epoca specifica.
La terza sezione, quella “d’inventario del Campo freudiano”, si riferisce all’iscrizione della psicoanalisi nel campo del sapere e nello specifico al suo contributo rispetto al sapere e al chiarimento dei “principi dai quali la prassi analitica deve ricevere nella scienza il suo statuto”.  Si tratta della stessa pretesa del seminario I quattro concetti della psicoanalisi,  che tenta di rispondere alla questione della relazione tra psicoanalisi e scienza e dello statuto dell’analista rispetto ad essa.
La costruzione della Scuola è fatta di fronte al tribunale dell’inquisizione della scienza, come se gli analisti, minacciati e sorpassati dal discorso della scienza, si vedessero obbligati a giustificare ciò che fanno. Lacan ripete (ed è il punto di vista di Funzione e campo della parola e del linguaggio  del 1953) che lo statuto della psicoanalisi non può essere quello di un’esperienza ineffabile.
Dal 1953, Lacan ha sempre cercato di connettere la psicoanalisi alle scienze congetturali, alle scienze umane, perché non sono scienze esatte, ma prendono in considerazione il fattore umano o quello della contingenza. Ciò che Lacan definisce “scienza congetturale” non è altro che la versione scientifica dell’arte della prudenza  di Baltasar Gracián. La teoria matematica dei giochi è come un’arte matematica della prudenza che afferma, per esempio, quale sia la migliore strategia in un determinato gioco. È come una scienza della prudenza costruita secondo il calcolo delle probabilità, in maniera tale che tutto un campo che spazia dall’arte classica della prudenza alla teoria matematica dei giochi, ossia la prudenza matematica, rimane da esplorare.
Tuttavia, è anche vero che proprio questo fa dell’Atto di fondazione uno scritto storicamente datato, poiché la congiuntura della scienza dell’epoca in cui è stato scritto è diversa da quella di oggi. Il capitalismo ha trasformato molto più profondamente il mondo in cui viviamo. Pensiamo, per esempio, alla Spagna del 1964 e a quella di oggi. La scienza ora è molto più frammentata e specializzata di quanto non lo fosse negli anni Settanta, quando la logica matematica possedeva una certa unità. Quando la scienza è realmente matematizzata, come lo è oggi, niente può dominarla nel suo insieme. Quando diciamo che  la psicoanalisi deve sottoporsi al controllo della scienza e offrirsi al dibattito, sembra una frase fatta, non incarnata in maniera evidente nell’attualità.

Come sapere che sei un analista
Lacan ha deciso, nel 1980, che il titolo di Analyste de l’École (AE) fosse convertito in qualcosa di transitorio. Non so se sia stata una decisione fondamentale, ma ha fatto sì che l’ECF riaprisse una questione che aveva prodotto un certo squilibrio all’interno della Scuola. Vi erano, infatti, gli Analyste Membre de l’École (AME), analisti supposti esperti, che non avevano il contrappeso della nomina tramite la passe. Ecco, allora, che gli AE hanno oggi un contrappeso transitorio, mentre nel 1967 era un titolo permanente.
Esistono due modalità di selezione nella Scuola, due vie di riconoscimento degli analisti: una in cui gli analisti si riconoscono tramite la pratica e un’altra in cui si riconoscono tramite la propria analisi. Una dipende dagli anni e dall’esperienza, l’altra è quella della passe.
Un problema della Scuola è quello di sapere quando si è analisti. Qui sta il valore della passe: chi ti ha detto che sei un analista? Quale Altro ti ha detto, nella tua analisi, che sei un analista? Da dove proviene questa certezza? Lacan stesso si pone la domanda. La sua risposta è nella relazione che intercorre tra la fondazione della Scuola e il suo insegnamento e nel fatto che non lascia senza garanzia la decisione del suo atto. Lacan sostiene: “Quello che garantisce ciò che sto dicendo, e sto dicendo che questo è il senso vero di Freud, è il lavoro che faccio, passo dopo passo, da dieci anni”. Non è che all’improvviso arriva qualcuno e dice che ciò che dice è la verità, ma qualcuno che nel corso di dieci anni ha compiuto un lavoro argomentato e pertanto la sua enunciazione (vi faccio notare che essa trova garanzia sempre après coup) non manca di garanzia.
Noi, per esempio, cosa possiamo rispondere alla creazione dell’EEP che si presenta in continuità con la Scuola del 1964? È come se, con essa, stessimo verificando, sempre nell’après coup, ciò che Lacan ha affermato nell’Atto di fondazione, ossia che questo testo continua ad essere operativo e l’occasione della nascita della EEP costituisce già parte della storia di questo testo. Potremmo farvi riferimento alla maniera di Borges e dire che si tratta di un testo scritto proprio per l’occasione e per le altre che verranno. Forse è solo un mito, ma che mito! C’è qualcosa di irriducibile nel fare un mito, un resto irriducibile nella parola umana, che è necessario manovrare e con cui è necessario giocare.
Esistono dei tratti da setta nella Scuola, così sicura di sé ed intollerante, come, per esempio, quando Lacan parla della sua riconquista. Dobbiamo, però, ricordare che chi lo diceva era un uomo di sessantatre anni che, dopo aver dedicato l’intera vita alla psicoanalisi, e formato degli analisti, dopo aver impartito un seminario che venticinque anni dopo ancora si legge in tutto il mondo e di cui si attende ancora l’intera pubblicazione, si ritrovava con soli trenta fedeli al suo fianco. Nonostante questo, dice: “stiamo” e “andiamo a riconquistare”. Non lo dice da una posizione di forza, con un discorso intollerante, ma da una posizione di obiettiva debolezza. Alla maniera di Stalin, Lacan domandava: “Quante divisioni sono a disposizione per la riconquista del Campo freudiano?”. Tuttavia, non desiderava una lista numerosa; sulla quale del resto non poteva nemmeno contare. Ricordo questo, perché fa parte del contesto della sua enunciazione, in cui Lacan era effettivamente in una posizione di elevata debolezza materiale e al contempo provava una grande fiducia in se stesso e nell’insegnamento che si apprestava a svolgere, a condizione che glielo permettessero. Per tale ragione, alcune frasi di Lacan, che sembrerebbero insopportabili se pronunciate da qualcuno in posizione di potere, suonano diversamente se consideriamo la sua posizione effettiva in quel momento.
Avrebbe potuto sopportare e tacere, ma non lo ha fatto e così facendo ha inaugurato lo spazio in cui oggi ci troviamo.

[Testo pubblicato in Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio, Roma 2012, pp. 159-175].