Coordinatore del Laboratorio: Laura Freni
Info: laboratoriopsicoanalisiepsichiatra@slp-cf.it
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A quanti tra i membri e i partecipanti della SLPcf ma anche tra gli allievi degli Istituti di formazione del Campo freudiano vorranno partecipare a questo laboratorio, potranno scrivere una mail a:
Laura Storti
12/07/2023
Jacques Lacan
Nonostante la rivoluzione copernicana della scoperta freudiana dell’inconscio, fino all’avvento della psicofarmacoterapia e oltre, i pazienti venivano sottoposti soprattutto a pratiche contenitive e coercitive, e le diagnosi venivano formulate sulle base delle caratteristiche somatiche stabilite da Lombroso. Attualmente l’applicazione di tecniche di neuroimaging per la “mappatura” delle aree cerebrali deputate a svolgere determinate funzioni consente agli “scienziati della mente” di sperimentare nuovi psicofarmaci con effetti mirati sui comportamenti (aggressività, insonnia, fame, sazietà, ecc.) in animali da laboratorio, per poi somministrarli all’uomo per la cura dei disturbi mentali. D’altra parte, l’introduzione di metodi di cura incisivi e cruenti come la pratica della lobotomia, l’induzione del coma insulinico, l’elettrochocterapia, ancora praticata ai giorni nostri, ha consolidato la validità terapeutica di trattamenti che, mirando a ridurre i sintomi mediante un’azione sui sistemi neuronali e sulla rimodulazione dei neurotrasmettitori, agiscono con le stesse modalità degli psicofarmaci, ma con conseguenze a breve e lungo termine molto più dannose e permanenti per la persona, a riprova di come il soggetto sia completamente estromesso dalla cura a vantaggio dello “spegnimento” del sintomo.
Assistiamo in tal modo ad un progressivo sovvertimento delle leggi della natura, ormai dominate dall’associazione tra la scienza e il capitalismo secondo una logica di padronanza assoluta della verità, come Lacan denunciava già a partire dagli anni sessanta, tanto da produrre nella nostra epoca una nuova natura, di fatto mostruosa, svincolata dall’etica e assoggettata alla certezza del risultato a qualsiasi prezzo.
Il paradigma dominante della psicopatologia descrittiva dalla psichiatria classica – che trova i suoi fondamenti nella psichiatria francese e tedesca della fine del secolo XVIII e gli inizi del secolo XIX- e delle grandi strutture psicopatologiche psicoanalitiche, ha sofferto di una tale degradazione da sembrare una specie di filosofia romantica vecchio stile. Prevale un discorso scientifico che riconduce ogni segno della soggettività a una localizzazione neuronale. Nella misura in cui ha perso il suo interesse la domanda sul funzionamento del soggetto tramite l’ascolto della sua narrazione, è decaduta anche la valutazione del corpo teorico-clinico della psichiatria classica e della psicoanalisi. Questa degradazione delle conoscenze cliniche si combina con l’ascesa del discorso del neuroscienziato che riconduce la malattia mentale a connessioni cerebrali, alla predisposizione genetica e ad influenze ambientali di natura più o meno traumatica, senza dar luogo alla soggettivazione di ciò che colpisce gli esseri parlanti.
Lo zenith delle neuroscienze, declinato nella preponderanza di orientamenti quale quello cognitivo-comportamentale per il trattamento delle patologie psichiatriche, sia a livello della clinica che della formazione, ci induce ad affermare che siamo di fronte ad una vera e propria crisi paradigmatica e identitaria della psichiatria. Il discorso del Padrone, appiattito sul discorso dell’Università, produce uno scientismo acefalo dove il sapere precostituito si installa nel posto della verità. Gli effetti sulla formazione delle giovani generazioni di psichiatri, che si accostano al paziente senza il conforto delle coordinate della psicopatologia della clinica psichiatrica classica, sostenuti al contrario dalle classificazioni diagnostiche dei DSM, da protocolli standardizzati, da somministrazione di test nella gestione delle cure, sembrano espressione, con la loro aura di “evidenza”, di una dotta ignoranza, nell’accezione che ne dà Lacan, opponendola alla passione per l’ignoranza su cui si sostiene e da cui si fa guidare l’analista nell’esercizio della sua funzione.
Il processo involutivo che attraversa la pratica psichiatrica, sia sul piano clinico che epistemologico, ha prodotto una progressiva “epurazione” dei riferimenti all’esperienza della psicoanalisi quale modalità di approccio al soggetto sofferente, all’ascolto del suo dire e alla direzione della cura. Quel che rileva dal confronto con la pratica attuale della psichiatria nei contesti clinici pubblici, privati, istituzionali, è invece la presenza di una cultura della padronanza, nella omologazione e nell’approccio terapeutico, da cui consegue un “automaton” del trattamento in cui la persona del paziente assume un ruolo del tutto marginale. D’altra parte è evidente come la traccia della psichiatria sia stata fondamentale per la psicoanalisi, formazione di base di Freud e di Lacan, riferimento epistemico e clinico angolare. La pratica clinica in psichiatria ha permesso loro di incontrare la follia e di fare in modo che l’ascolto della parola sofferente producesse una apertura verso il soggetto dell’inconscio. La psicoanalisi non segna dunque una frattura con la formazione in psichiatria, Lacan ad esempio ha condotto per tutta la sua vita la presentazione di malati.
Altra conseguenza, altrettanto dannosa, è quella che ci mostra una figura contemporanea di psichiatra in veste di burocrate, posizione che lo allontana progressivamente da quella di cultore delle scienze umane, grazie ai legami che la psichiatria classica, dal suo sorgere, intrecciava con gli altri discorsi dell’epoca, quali ad esempio la filosofia e la letteratura.
L’assorbimento progressivo nell’orbita di una pratica based-evidence ha confinato la clinica all’applicazione di rigidi protocolli, seguendo i criteri attuali della medicina difensiva, e riducendo, di fatto, la possibilità di manovra all’interno della relazione terapeutica. Che ne è dunque della dimensione “transferale”, relais fondamentale affinché il soggetto si affidi al curante, da sempre operante nella relazione medico-paziente al di là dell’operatività nella cura riconosciuta dalla psicoanalisi? Le limitazioni imposte di tempo e spazio nelle cure non tengono conto, ad esempio, della necessità che una cura duri anche indefinitamente, faccia da supplenza per chi non ha possibilità fuori da essa, e permetta al soggetto di affrontare il Superio sociale, un Altro per lui problematico.
E ancora, a quarant’anni di distanza dalla riforma psichiatrica, si assiste a un processo regressivo, soprattutto nel campo del trattamento della psicosi, in cui riemerge il criterio della pericolosità sociale quale discrimine per il ricovero o per la detenzione, nel caso di soggetti autori di reato, rispetto all’opportunità della cura. Mentre per la psicoanalisi la prevenzione viene “in soprappiù”, cioè è dentro la cura stessa, in quanto è un effetto della logica significante di un paziente, che può depositare il peggio nel luogo dell’analista, evitando il passaggio all’atto, vediamo come la psichiatria si collochi sul versante di una supposta prevenzione in quanto “garanzia di controllo”. La funzione attuale dello psichiatra è appiattita sul ruolo di “esperto”, tecnico più che clinico, in grado di rispondere alla richiesta dell’Altro di prevenire i passaggi all’atto e contenere la pericolosità. Tra l’altro è pratica sempre più diffusa nei tribunali quella di interpellare lo psichiatra nel giudizio di soggetti che incontrano la Legge per singoli episodi di scatenamento o, addirittura, che non rientrano in alcuna diagnosi né hanno mai incontrato uno psichiatra, solo perché hanno manifestato forme di fragilità del legame con l’Altro. Come far fronte, a partire da tali premesse, alle declinazioni contemporanee del sintomo, senza tenere conto dello strumento prezioso offerto dalla psicoanalisi nel riconoscere le diverse forme di dis-annodamento dei registri lacaniani, come, ad esempio, nel trattamento della psicosi ordinaria?
La formazione in psichiatria e la pratica clinica dei giovani psichiatri risente della difficoltà a tessere un legame con il discorso della psicoanalisi, nella formazione universitaria in Medicina e in Psichiatria la psicoanalisi non occupa un posto rilevante, talora viene rappresentata come una pratica desueta e relegata a una dimensione “storica” della psichiatria. Tra l’altro l’orientamento della psicoanalisi subisce le conseguenze dell’impasse in cui si è venuta a trovare la figura stessa del medico, dal momento che all’esame obiettivo e all’esercizio dell’”occhio clinico” si è sostituita la diagnostica strumentale e la tecnologia.
La psichiatria rimane comunque nel panorama medico in una condizione di eccezione, in quanto colui che vi si implica non può rinunciare del tutto nella propria pratica all’adozione di una “posizione puramente medica”[2], come Lacan sottolinea riferendosi alla capacità di ascolto della parola sofferente. Il rischio è che ciò che distingue e, per molti versi, affascina nella clinica psichiatrica, porti con sè il limite dell’attrattiva che può ancora esercitare sui giovani laureati, immersi nella tecnologia imperante dell’epoca.
La forza del discorso della psicoanalisi, la sua capacità di rimanere sempre attuale, così come Lacan ci ha trasmesso, risiedono al contrario nell’apertura al dialogo con gli altri discorsi contemporanei. Assistiamo proprio in questi giorni al rilancio di una nuova politica per i giovani da parte della AMP, secondo l’espressione coniata da Jacques Alain Miller, una politica sensibile al loro linguaggio e disponibile all’uso dei nuovi canali di comunicazione. Un cambio di paradigma che potrebbe offrire una possibilità di ri-iniettare la psicoanalisi nei percorsi di formazione dei giovani e aprire un varco verso una nuova psichiatria?
Laura Freni
AME SLPcf, membro AMP



