Coordinatore del Laboratorio: Sebastiano Vinci
Info: laboratorioquestionimigranti@slp-cf.it
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Questo testo di Sebastiano Vinci ha l’intento di introdurre il Laboratorio sulle questioni migranti. Come J.-A. Miller ci indica tali flussi altro non sono che “un sintomo del disagio della civiltà nel mondo civilizzato, sia nella loro che nella nostra civiltà”. Il Laboratorio nasce intorno al tema di come la psicoanalisi nel suo versante clinico, piuttosto che in quello epistemico ma anche come interpretazione del mondo contemporaneo possa dare il proprio contributo.
A quanti tra i membri e i partecipanti della SLPcf ma anche tra gli allievi degli Istituti di formazione del Campo freudiano ne vorranno fare richiesta, potranno scrivere una mail a laboratorioquestionimigranti@slp-cf.it
Buon lavoro a ciascuna e ciascuno.
Laura Storti
17/12/2022
Dopo decenni di emigrazione, da più d’un ventennio l’Italia si confronta con il fenomeno delle migrazioni internazionali: uomini e donne, ragazzi e bambini provenienti dai cosiddetti altri mondi, hanno reso il nostro paese, tra quelli europei, il luogo di primo approdo per quanti fuggono da guerre, persecuzioni, carestia. Il considerare questa temporalità e interrogarla, ci consente di entrare nel merito di ciò che li spinge a mettere a rischio la vita, a separarsi dalla propria terra e dai propri legami familiari e culturali, senza che questi riescano a trattenerli da una loro possibile progettualità e dal pensiero migratorio.
Nelle società dominate dal discorso del capitalista, l’appartenenza ad altri mondi fa di questi soggetti degli stranieri. La psicoanalisi ci fornisce un’altra chiave di lettura per comprendere la loro estraneità: il soggetto è straniero a casa propria, poiché il suo luogo è sempre il luogo dell’Altro ed è all’Altro che viene demandata la questione della sua costituzione soggettiva, un Altro da cui ricevere i significanti che lo costituiscono. È questo il principio che rende il soggetto estraneo a se stesso e fa sì che per “essere” deve passare dalla definizione che l’Altro darà di lui.
L’ignoranza razziale, che al giorno d’oggi ha creato aspetti d’intolleranza nonché l’affermazione di fenomeni di segregazione che comportano il superamento del limite posto dal riconoscimento dei diritti umani e del rispetto dell’altro, si fonda proprio sull’incapacità di riconoscere quella dimensione che Lacan ha definito con il termine di extimité[1]: una estraneità contemporanea a quanto di più intimo il soggetto possiede, e che Freud aveva chiamato Unheimlich[2], la cosa più intima che si trova all’esterno, che perturba, ciò che si crede pacifico, la beanza, in seno alla propria identità con cui il soggetto deve fare i conti.
Rispetto al fenomeno migratorio Jacques-Alain Miller ha ricordato che “le grandi migrazioni sono un sintomo del disagio della civiltà nel mondo civilizzato, sia nella loro che nella nostra civiltà”[3]. Di quel mondo che Jacques Lacan ha definito essere “im-mondo” e che, ancora J.-A. Miller, nel suo intervento Elogio degli eretici, ha definito come quel “mondo che non può più essere pensato come armonioso, come un cosmo, costituito dalla corrispondenza perfetta tra microcosmo e macrocosmo, ma come un mondo eroso dalla distruzione e dall’aumento vertiginoso delle persone deportate, esiliate ”[4].
Come non raccogliere, allora, l’indicazione di Lacan quando dice che lo psicoanalista deve essere all’altezza della soggettività della sua epoca? Come non intravedere, nelle questioni poste a partire dalle politiche migratorie che stanno attraversando e caratterizzando la nostra epoca, il pericolo di derive populiste, conservatrici, oltranziste, segregative, volte a negare il godimento del soggetto a vantaggio dell’Uno “dell’unificazione e della pacificazione?”[5].
Già nel 1968, Lacan aveva affermato, segnalandocene il pericolo, “che ciò che caratterizza la nostra era – e non possiamo non accorgercene – è una segregazione ramificata, rinforzata, che fa intersezioni a tutti i livelli e che moltiplica le barriere”[6].
I fenomeni migratori e le migrazioni hanno inoltre posto in primo piano aspetti di un Reale difficilmente simbolizzabile, ponendo le esperienze traumatiche, le violenze intenzionali e le torture subite, al centro dell’unicità soggettiva inscritta nel luogo dell’indicibile. Un buco nero del senso, difficile da comprendere e accettare e che, come descrive Michel de Certeau[7], mira a porre il soggetto di fronte alla propria fragilità, alla propria intima indecenza, a quella condizione di estrema umiliazione, così spesso ascoltata nei racconti dei soggetti, uomini e donne, minori e adulti, dalla quale diventa anche impossibile pensare qualsiasi forma di ribellione.
L’accento, in questo caso, non può che essere posto su quell’aspetto che siamo chiamati ad ascoltare, che rimanda “all’intenzionalità distruttiva dell’uomo stesso”[8] e che trova nella psicoanalisi e nel modo di posizionarsi dell’analista nell’ascolto dei soggetti traumatizzati e torturati, il luogo affinché l’indicibile dell’esperienza possa essere messa in parole. Questo luogo mette al contempo, il soggetto di fronte a quella duplice posizione soggettiva, dove il dolore che il corpo trasmette rievoca e si fa luogo del godimento del parlessere. Tale posizione si manifesta con la possibilità di cedere all’oblio della violenza subita o, piuttosto, alla necessità di ricordare, di dare un nome e un senso a quanto vissuto, di circoscrivere il bordo del buco di senso, di rendere dicibile quella violenza senza limite di un Altro non regolato che ha fatto del proprio sadismo, della propria perversione, la marca del proprio esserci.
La tortura ha per finalità quella di annientare il prigioniero, di privarlo della sua identità, di escluderlo dal suo gruppo di appartenenza, dalla sua cultura e dai suoi valori. Così, se lo scopo è de-vitalizzare la vittima, rendendola oggetto di un godimento senza limite di un Altro abitato da un desiderio perverso, sadicamente orientato, come trattare la questione dell’odio che annienta qualsiasi desiderio di legame e che mostra la drammatica specularità narcisistica dell’aggressività, dove non vi è differenza tra altro e altro? E, ancora, come affrontare la questione dell’accoglienza, della presa in carico di coloro che privati della dignità e della loro stessa percezione di esseri umani, senza correre il rischio di essere inizialmente annoverati nella serie dei persecutori?
Con parole uniche, Serge Cottet ha descritto questo posizionarsi dell’analista quando scrive che “in una situazione tanto estrema quanto la tortura, l’analista, artigiano di un altro incontro con il reale, può favorire l’emergere di un nuovo discorso”[9], aprendo in tal modo anche l’altro aspetto legato all’ascolto dei soggetti torturati: quali condizioni fanno sì che non tutti presentino una sofferenza riconducibile al cosiddetto stress post-traumatico e quali risorse personali, quali aspetti della storia singolare di ogni soggetto può essere “mobilitata” per far sì che il godimento possa essere riorientato nella cura?
La “cura” del trauma, infatti, deve affrontare il passaggio determinato dal fatto che esso stesso è il risultato di una violenza inferta volontariamente da un altro uomo. E questa violenza, se da una parte chiede di essere dimenticata, dall’altra, il dolore che si ripresenta nell’esistenza quotidiana, negli incubi notturni, nei dolori di cui il corpo si fa portavoce, sono la testimonianza, piuttosto, di una difesa proprio contro questa volontà che sull’orrore cali l’oblio, che il ricordo si cancelli, che magicamente, di ciò che è stata la propria storia non rimanga nessun ricordo.
Si pone qui, in questa beanza, la questione che Beatrice Hibou nel suo Anatomia politica del dominio[10] ha messo in evidenza ricordando come vi sia una “volontà di obbedire” in coloro che si trovano in una condizione di oppressione e sfruttamento, che li rende “complici” di quei “poteri post-coloniali” che li hanno indotti a partire. Ed è quanto É. Laurent sottolinea quando parla di quel processo di “interiorizzazione della pulsione di morte e della violenza”, che rimanda a quel campo assai complesso del rapporto del soggetto con la violenza pura[11].
Nell’ascolto di questi soggetti, la psicoanalisi ci ha insegnato a essere il meno intrusivi possibile, di frapporre all’arbitrio, alla violenza e al sadismo dell’Altro del trauma, una presenza regolata, mite e quanto più attenta a ricevere da questi soggetti indicazioni utili per il nostro posizionarci, affinché si possa cogliere, con le loro indicazioni, fin dove si possano spingere nel raccontarci le loro esperienze, nel tentativo di contornare quel buco di senso che la violenza dell’Altro scava nell’esistenza umana. È un modo per permettere al soggetto di ricostruire un discorso in cui trovare pezzi della propria storia che possano annodarsi alla sua condizione attuale e che possano creare un legame sociale senza correre il rischio di essere annientato.
È forse una clinica del preliminare del preliminare, dove non può che risultare prioritario tentare di decostruire e delegittimare la presenza dell’Altro persecutore, al fine di riattivare le risorse soggettive presenti prima dell’esposizione all’esperienza traumatica. Si tratta di posizionarsi a fianco del soggetto, “attaccando” in maniera decisa la colpevolezza del carnefice, esplicitando e ridefinendo le manifestazioni sintomatiche di cui sono portatori le vittime come strategie atte alla loro sopravvivenza.
Questo laboratorio sulle questioni migranti vuole riprendere quanto J.-A. Miller, nella Conferenza di Madrid del 13 maggio 2017, ha posto come indicazione per una psicoanalisi applicata, “far esistere la psicoanalisi nel campo politico”[12] dato che, come ci ha detto Lacan, “la storia non è niente di più che una fuga di cui si raccontano solo gli esodi”[13].
Sebastiano Vinci
16/12/2022
1 J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’Etica della psicoanalisi (1959-60), Einaudi, Torino, 1994, pag.177.
2 S. Freud, (1919) Il Perturbante, in Opere, Vol. 9, Boringhieri, Torino, 1977, pag. 82.
3 J.-A. Miller, Bambini violenti, in P. Bolgiani, (a cura di) Adoviolenza, Rosenberg & Sellier, Torino, 2020, pag. 14.
4 J.-A Miller, Elogio degli eretici, Conferenza tenuta a Torino il 27 maggio 2017, nell’ambito del Congresso nazionale della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo freudiano.
5 Y. Vanderveken, La Repubblica e la rivolta dei desideri, in R.E. Manzetti (a cura di) Desideri decisi di democrazia in Europa, Rosenberg & Sellier, Torino, 2018, pag. 114.
6 J. Lacan, Nota sul padre e l’universalismo, in La Psicoanalisi, n.33, Astrolabio, Roma, 2002, pag. 9.
7 M. de Certeau, Storia e psicoanalisi. Tra scienza e finzione, Bollati Boringhieri, Torino, 2006, pag. 199-201.
8 R. Beneduce, Archeologie del trauma, Laterza, Roma Bari, 2010 pag. 46.
9 S. Cottet, Freud e l’attualità del trauma, in A. Succetti (a cura di), Declinazioni del desiderio dello psicoanalista, Rosemberg & Sellier, Torino, 2020, pag. 48.
10 B. Hibou, Anatomie politique de la domination, La Découverte, Paris, 2011, pag. 15.
11 É. Laurent, “Postfazione: il discorso e il reale della guerra” in: M.-H. Brousse, Guerre senza limite, (a cura di), Rosenberg & Sellier, Torino, 2017, pag. 293.
12 J.-A. Miller, Conferenza pronunciata sabato 13 maggio 2017 al Palacio de la Prensa di Madrid
13 J. Lacan, Joyce il sintomo, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013 pag. 561.



