Antonio Di Ciaccia

Ce la farà la Vecchia Signora a risorgere? Tra pochi mesi sapremo se il futuro dell’Europa sarà quello di una vera ripresa, di una ripresina o, in modo più o meno mascherato, di una paradossale Eurexit. Paradossale sì, ma non impensabile.
Un tale pessimismo avrebbe le basi per poter dire che si tratta di un futuro possibile? Personalmente ritengo di sì.  E lo ritengo possibile per il fatto che si assiste, in molti Paesi europei, a una specie di scaricabarile fra le diverse forze politiche circa le problematiche che assillano questa o quest’altra nazione per non dire l’intera eurozona.
Dare la colpa alle incapacità dei governi attuali – paradossalmente poco importa se di destra, di sinistra, di centroqualcosa, di populisti, sovranisti, nazionalisti – incapacità molte volte di un’evidenza accecante, non giustifica coloro che si erano arroccati al potere per decenni in forme più o meno democratiche, ma sovente di chiara tendenza di casta oligarchica nelle situazioni migliori, di malcelata ispirazione incuicista nelle situazioni correnti, per non dire – almeno in Italia –  di inconfessabili intrighi e depistaggi che rivelano all’ignaro cittadino manovre di forze potenti ma occulte. In poche parole, se quelli attuali non vanno bene, nemmeno quelli di prima andavano bene.
A questo si aggiunga che le prese di posizioni di Organismi ad hocnon sono state praticamente mai all’altezza di individuare e di risolvere il problema. Per far paura oggi basta agitare lo spettro della Troika per riportare a miglior consiglio qualunque Consiglio dei Ministri.
Mi sembra di poter dire che il mio pessimismo sia giustificato.
Che fare davanti a uno scenario simile?
La risposta che si danno quelli stessi che si imputano reciprocamente la colpa è classica: il ricorso all’ideale. L’amore e l’odio sarebbero in prima fila per portare la soluzione: se questa Europa si porterà paladina di un ideale, allora l’ameremo (a condizione che questo ideale ci convenga); se questa Europa si arroccherà su un altro ideale, allora la odieremo (evidentemente se constatiamo che quest’altro ideale non ci conviene affatto). L’anfibologia del termine risiede su questo dato: l’ideale non risponde al Sommo Bene, il quale sarebbe quello di tutti e di ognuno, come un tempo si pensava o si credeva. Siamo all’epoca dell’Altro che non esiste, in un mondo in cui le segregazioni simboliche si sgretolano e al contempo si drizzano quelle reali – “reali, troppo reali”, commenta Lacan nella sua Proposta.
Forse, allora, non è tanto all’amore e all’odio le passioni a cui occorre volgersi, dato che l’amore prende troppo spesso la via della passione immaginaria e non già quella del dono attivo in cui dovrebbe consistere sul piano simbolico, e l’odio per giustificarsi si riveste nel nostro discorso comune di una quantità di pretesti e di “razionalizzazioni estremamente facili”, commenta ancora, alla fine del Seminario I, Lacan.
Non ci rimane che volgersi verso la passione dell’ignoranza. Ossia, verso quella passione in cui ci si mette, ognuno e collettivamente, in posizione di ricerca della via verso un sapere che, senza alcun pregiudizio, metta in evidenza il reale in gioco.
Ricorrerò a Lacan per puntualizzarne due.
La prima investe la comunità umana in quanto tale, pur rivelando in ogni epoca, anche quindi nella nostra, dei risvolti legati alle situazioni contingenti. L’affermazione di Lacan nel suo testo Joyce il sintomoche “la storia non è niente di più che una fuga, di cui si raccontano solo degli esodi” e che “solo i deportati partecipano alla storia” è uno squarcio rispetto a ogni irenismo idealistico e ci fa vedere uno spaccato inedito in cui muri, steccati e mari risultano in ultima analisi effimeri rispetto al corso della storia umana, sebbene essi siano i nomi in cui oggi si materializza quella segregazione reale a cui Lacan dà il nome di campi di concentramento.
Ma questa incapacità di leggere la storia è condizionata da un altro fattore, anche questo puntualizzato a più riprese da Lacan. Si tratta del fatto che l’intrusione della scienza moderna pone dei problemi del tutto nuovi alle funzioni del potere, soprattutto nell’epoca del capitalismo. La scienza moderna è una valida alleata della realtà capitalista, la quale, per suo tramite, sa operare o manipolare il sapere. Ma il capitalismo ha completamente cambiato le abitudini del potere, le quali, se da un lato sono forse diventate più abusive, hanno comunque introdotto “qualcosa che non si era mai visto: il cosiddetto potere liberale”. Questo potere liberale vuol semplicemente dire che colui che è al potere può rivelarsi un bravo o un inetto burocrate, dare le dimissioni o cambiare di casacca per farsi avvocato delle istituzioni che aveva prima contrastato, ma non sarà mai all’altezza affinché qualcosa cambi. Questo vuol dire, se leggo bene Lacan, che “il potere è altrove”. Il vero potere è nelle mani della scienza. Tuttavia noi tutti saremo sempre più imbarazzati perché anche “dalla parte della scienza avviene qualcosa che supera le sue capacità di padronanza”, dice Lacan nel suo Seminario Da un Altro all’altro.