Nicola Purgato

Nel 1961 usciva per Einaudi Il segreto, grande romanzo sull’adolescenza della seconda metà del novecento, attribuito ad un certo Anonimo Triestino. Storia di una vita mancata e di un amore bloccato che non riesce a manifestarsi, Il segreto è un capzioso e struggente catalogo del sentimento, che vibra e vive rifugiandosi nella lucida astrazione della teoria e dell’autoanalisi. Il protagonista riflette con maniacale coerenza su se stesso per trovare, in un’orgogliosa e dura razionalizzazione, un argine contro la vita, invano desiderata e perciò temuta e respinta.

Io avevo ricevuto un’educazione sessuale molto accurata. Non c’era nulla, o quasi, della vita sessuale che io ignorassi o che, chiedendo, non mi sarei potuto far spiegare. Papà era contrario agli oscurantismi, e voleva che ai bambini si raccontasse tutta la verità. Mamma, che era stata educata nel modo opposto e lasciata alle sue fantasie, nel dubbio e nell’ignoranza, fino a venticinque anni e più, aveva tanto sofferto per questa deficienza della sua educazione, che aveva voluto lei pure che entrassi nella vita con gli occhi bene aperti. Così, per l’educazione che mi diedero, l’adolescenza non avrebbe dovuto serbarmi delle sorprese. Ebbene, il mio fu proprio un classico esempio di quanto poco serva l’educazione. Malgrado le molte spiegazioni che mi erano state date prima ancora che le chiedessi, arrivai all’adolescenza non sapendo e non comprendendo nulla, altrettanto e peggio di uno che fosse stato tenuto all’oscuro di tutto. […] E’ il sorgere di un nuovo istinto ciò che provoca la crisi dell’adolescenza, non già lo scoprire una verità concreta, prima ignorata. […] C’era in me qualche cosa di nuovo, e il presente non era uguale al passato[1].

L’autore sembra identificato in Guido Voghera, matematico e scrittore di dispersiva e spesso autodistruttiva genialità, padre di Giorgio Voghera, al quale era stato inizialmente attribuito. Costui ne risulta essere, invece, il protagonista, reale personaggio e vittima della vicenda che viene narrata nel libro sulla base di lettere e diari scritti a suo tempo, poi letti e rielaborati dal padre.

Questa stesura plurima e sovrapersonale di una scabrosa e riservatissima vicenda interiore, del segreto e del silenzio di un amore, è una storia inquietante e, talora, grottesca. Inquietante perché si tratta di un padre che scrive la difficile storia del figlio anziché viceversa, come accade di solito in letteratura, e questo gesto, che pure nasce da un legame affettivo tra padre e figlio, intimo e stretto come pochi altri, comporta un’intrusione profanatrice e conturbante.

Se in questo romanzo si tratta di un padre che scrive del figlio a sua insaputa, sbirciando voyeuristicamente nei sui diari o nelle sue lettere, conosciamo anche un “famoso” figlio che scrive una Lettera al padre[2] all’insaputa di quest’ultimo, una lettera segreta, mai pervenuta al destinatario per intervento – sembra – della madre dell’autore.

Franz Kafka nel 1920, scriveva alla fidanzata Milena Jesenskà:

Domani ti mando a casa la lettera a mio padre, conservala bene, ti prego, può darsi che un giorno io la voglia pure dare a lui. Se possibile, non farla leggere a nessuno. E nel leggerla cerca di capire tutti gli arzigogoli avvocateschi, è una lettera da avvocato[3].

In effetti la lettera è una dura requisitoria nei confronti del padre definito più volte «autocrate», «tiranno» e del loro rapporto definito come «un terribile processo pendente tra te e me, processo in cui tu ti affermi giudice, mentre per lo più sei parte fragile e cieca quanto lo siamo noi [Franz e la sorella Ottla]»[4]. Certo, Kafka sottolinea più di una volta nel testo che quanto lui è diventato – ossia un uomo diverso da quanto voleva suo padre – non è colpa del padre («Ti prego di non dimenticare che io non penso neanche lontanamente a una Tua colpa»[5]), anche se la definizione più azzeccata è quella che troviamo nelle prime pagine della missiva, ossia «tu ne sei causa, ma senza colpa»[6].

Alcune frasi possono dare l’idea della situazione tra Kafka e il padre.

Tu sei un vero Kafka per robustezza, salute, appetito, sonorità di voce, facondia, soddisfazione di te, superiorità verso il mondo, tenacia, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, una certa generosità. […] Ad ogni modo eravamo così diversi, e così pericolosi l’uno per l’altro in questa diversità, che se si fosse voluto calcolare a priori il reciproco comportamento tra me, ragazzo dal lento sviluppo, e te uomo fatto, si sarebbe potuto presumere che tu mi avresti schiacciato in modo che di me non sarebbe rimasto nulla[7].

E’ interessante notare che questo senso di nullità ricorre spesso nella lettera. C’è un episodio nella vita di Kafka che sembra poter darcene ragione.

Una volta, di notte, io piagnucolavo chiedendo acqua, certo non per sete ma probabilmente mezzo per infastidire, mezzo per divertirmi. Dopo alcune minacce senza esito, tu mi togliesti dal letto, mi portasti sul ballatoio e per un poco mi lasciasti lì in camicia davanti alla porta chiusa. Non voglio dire che ciò fosse ingiusto, forse non c’era altro modo di ristabilire la pace notturna; desidero soltanto descrivere il tuo metodo educativo e il suo effetto su di me. Credo bene che fui ridotto all’obbedienza, ma ne ricevetti un danno interiore[8].

In cosa consiste tale «danno interiore»?

Il fatto per me naturale del chiedere scioccamente da bere e quello straordinario e terribile di essere messo fuori dal balcone io non riuscii mai a porli nella giusta correlazione. Ancora per anni soffrii del tormentoso pensiero che mio padre, il gigante, la suprema istanza, poteva venire quasi senza motivo nel cuore della notte a portarmi sul ballatoio, e che io dunque ero meno di niente[9].

Il danno interiore è qui descritto come rottura della catena significante, causata dall’intervento del padre. Il soggetto non sa fare legame tra la sua domanda d’acqua che egli definisce senza senso («scioccamente») e il terrore di essere strappato dal suo letto – atto che resta per lui senza ragione («senza motivo»). Questo non fa metafora, non produce senso, ma attraverso questa metonimia il soggetto ritrova il valore del suo essere, il suo sentimento di nullità. La metonimia della domanda insensata trova un esito tragico. Ce lo dice lui stesso.

Fu solo un piccolo inizio, ma il senso di nullità che spesso mi assale ha le sue complesse origini nel tuo influsso[10].

Un ultimo stralcio della lettera, così recita:

Talvolta mi par di vedere spiegata una carta della terra mentre tu vi sei disteso sopra trasversalmente. Allora ho l’impressione che a me rimangano per viverci solo le regioni che tu non copri o che sono fuori della tua portata. Secondo l’idea che mi sono fatto della tua grandezza, le regioni sono poche e non molto gradevoli[11].

Tuttavia Franz riuscì, come sappiamo, a trovare un rifugio il più possibile lontano dall’impero paterno nel paese delle lettere: «Qui – egli ammette – avevo fatto un tratto di cammino indipendente da te. Ero quasi al sicuro, potevo tirare il fiato. […] Nei miei scritti parlavo di te, sfogavo sulla carta quello che non potevo sfogare sul tuo petto. Era un congedo intenzionalmente prolungato che prendevo da te»[12]. Tutto il corpo della sua opera narrativa è, infatti, attraversato da un movimento antiautoritario di crescente universalizzazione e astrazione del potere: dall’autorità paterna e personale fino a quella amministrativa e anonima della burocrazia, tutto porta i segni di questo conflitto paterno. In effetti, per Kafka, il mondo dei funzionari fa tutt’uno con quello dei padri, come per molti scrittori anarchici del tempo da cui Kafka è stato attratto.

A Torino interrogheremo la funzione genitoriale e quanto di essa sia a servizio di un addomesticamento del reale, come ci ricorda Lacan in Televisione:

Quand’anche i ricordi della repressione familiare non fossero veri, bisognerebbe inventarli, e non si manca di farlo. Il mito è questo: il tentativo di dare forma epica a ciò che si produce per via della struttura. L’impasse sessuale secerne le finzioni che razionalizzano l’impossibile da cui essa proviene[13].

[1] Anonimo triestino, Il segreto, Einaudi, Torino, 1961, p. 108.
[2] F. Kafka, Lettera al padre, Milano, Oscar Mondadori, 1988.
[3] F.Kafka, Lettere a Milena, Milano, Oscar Mondadori, 1988, p. 70.
[4] Kafka, Lettera al padre, p. 28-29.
[5] Kafka, Lettera al padre, p. 6.
[6] Kafka, Lettera al padre, p. 4
[7] Kafka, Lettera al padre, p. 6.
[8] Kafka, Lettera al padre, p. 7.
[9] Kafka, Lettera al padre, p. 7
[10] Kafka, Lettera al padre, p. 7.
[11] Kafka, Lettera al padre, p. 48.
[12] Kafka, Lettera al padre, p. 36.
[13] J. Lacan, Televisone, in Altri Scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 526.