Roberto Pozzetti

Quando scrissi la mia tesi di laurea sull’isteria, anche frequentando un seminario coordinato da Carlo Viganò, mi interessò molto nell’orientamento lacaniano il rigore della diagnosi differenziale di tipo strutturale. Lo trovavo un metodo di lavoro preciso, puntuale, facilitante le operazioni cliniche; questo a fronte di testi universitari zeppi di riferimenti ai casi limite, se scritti da autori francesi, oppure alle condizioni borderline, se di area angloamericana.
Le elaborazioni dell’ultimo Lacan scalfiscono lievemente le differenze fra le strutture cliniche senza peraltro annullarle affatto. Rimane fondamentale porre delle considerazioni diagnostiche. Ho tuttavia riscontrato diverse volte una fissazione esagerata, persino un’ossessione per la diagnosi stessa. Sembra che formulare la diagnosi di struttura costituisca la risoluzione della complessità di una prassi quasi che la valutazione diagnostica indichi tutto della soggettività. Allora qualche clinico, che mi parla di casi, prova a situare forzatamente gli elementi di quel caso nei criteri tipici di una certa struttura.
Un’eventualità intrinseca a tale modo di operare si ritrova in una confusione fra diagnosi e prognosi: credere di sapere già come si evolverà un trattamento, sulla base della diagnosi, a torto o a ragione, formulata.
Un altro rischio, pensando alle caratteristiche comuni di una certa struttura clinica, sta nello smarrire la singolarità di ciascun soggetto umano.

In questo dibattito, validi contributi pongono in risalto alcuni limiti della diagnosi; quello di Massimo Termini li puntualizza specialmente quanto alla diagnosi di psicosi. In queste situazioni, vi sono argomenti delicati come la sessualità e la genitorialità ma anche moltissimi margini di manovra e miglioramento. Questo vale per le psicosi ordinarie e, qualche volta, per situazioni straordinarie.
Ai quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, se ne affiancano talora altri. Fra questi, quello di “invenzione”1. La dialettica ripetizione-invenzione ha un posto cruciale nel nostro lavoro. Si tratta di oscillare fra un saggio ripetere e un creativo inventare. Abbiamo visto, in alcuni casi non riferibili qui, come inventiva e innovazione permettano ottimi progressi.
Da chi apprendere come inventare, quando non si posseggono le doti di un James Joyce, se non dagli inventori ? Mi sono chiesto chi siano, attualmente, gli inventori più interessanti.
Di recente, la rivista Forbes ha stilato l’elenco delle aziende più innovative; al primo posto vi è Tesla Motors.
Il Nome di Tesla è stato dato a questa nuova casa automobilistica la cui mission sta nella transizione verso forme di energia sostenibili. Si propone di sostituire i veicoli a benzina con veicoli elettrici, a prezzi progressivamente calmierati. Si tratta di un’azienda, dal trend positivo, che mira a un cambiamento “politico” epocale. Le colonnine per la ricarica giungono ora in Europa e il lago di Como sarà il primo attorniato da postazioni per ricaricare le auto come facciamo con il cellulare e ridurre così l’inquinamento.
Il Nome di Tesla prosegue anche nel mondo della musica rock tanto che l’omonima band californiana ne narra le vicende in alcuni brani2.
Il Nome di Tesla si è radicato nella fisica e indica una precisa unità di misura di induzione elettromagnetica utile per stabilire i campi magnetici stessi.
La vicenda di Nikola Tesla, accostabile a precursori di sviluppi scientifici susseguenti come Leonardo da Vinci o Steve Jobs, è fuori norma. Cresciuto nell’attuale Croazia, divenne famoso negli USA dove si verificò l’annosa controversia circa la paternità simbolica della radio fra lui e Guglielmo Marconi. Nel 1943, poco dopo la morte di Tesla, la Corte Suprema, con sentenza irrevocabile, riconobbe che i suoi brevetti vennero registrati prima di quelli di Marconi.
Nell’autobiografia, pubblicata all’età di 63 anni, con stile megalomane, Tesla descrive come “ogni pensiero gli era suggerito da un’impressione esterna” e le sue visioni adolescenziali angoscianti, rispetto a cui si percepiva come “un automata”3. Riferisce che tali fenomeni divennero più rari e diminuirono di intensità, dai 25 anni, con discreta stabilità per tutta la sua vita, dopo essersi concentrato sulle proprie dote inventive.
Fra le numerose invenzioni di Tesla, nell’ambito della “trasmissione senza fili”, si colloca quella che lui stesso denomina “l’arte dell’individualizzazione”. Essa “sta a una primitiva sintonia come una parlata forbita sta a un borbottio disarticolato. Rende possibile la trasmissione di segnali oppure di messaggi totalmente segreta o esclusiva”4. Notiamo delle assonanze fra queste frasi e la nostra stessa prassi, quando riceviamo un certo paziente.

Quanto troviamo in Tesla circa l’individualizzazione non diviene un insegnamento importante anche rispetto alla diagnosi ? Vi è nel DSM un modo di inventare spesso nuove diagnosi, tanto da situare ognuno, bambini compresi, in categorie nosografiche. Ciò risulta molto diverso da come un analista si interroga circa la diagnosi.
Il nostro compito non consiste nell’individualizzare la diagnosi cogliendo la singolarità di ciascun paziente? Anzichè segregare gli esseri umani in classificazioni, si tratta di individualizzare la diagnosi, quando vi è significazione personale. Di focalizzare la divisione soggettiva di coloro che si rivolgono a noi, quando vi è significazione fallica.
Per questo, con uno smarcamento dalla clinica e dalla diagnosi psichiatrica, alla rubrica “Clinica freudiana”, nell’Indice ragionato degli Scritti redatto da Miller troviamo Dora, Uomo dei Topi, Uomo dei Lupi, Hans5. Troviamo dei nomi propri.