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Che il vomere tagliente possa ancora esserci!

Membro SLP e AMP, AE

Nell’epoca in cui la parola pare essere più valorizzata e utilizzata nella sua dimensione dell’affermazione di un’identità, dove più che essere infiltrata e corrotta da un desiderio, ed essere, dunque, anche evocativa di un altro dire, è pronunciata per dare maggiore consistenza al proprio ego, quale posto per l’interpretazione?

«Io dico quel che sono e quel che dico vale, perché io valgo» inaugura il tempo delle ego-merci, dove ciò che conta è più il biglietto da visita, il proprio profilo, e ciò che si realizza è l’uso della lingua per costruirsi come oggetti supposti più dotati detenere la ragione. Tutti abbiamo diritto di parlare, tutti con lo stesso diritto di dire, ma l’immagine che si mira a costruire con questo uso della parola capta e coopta giusto il tempo del dire, senza che nulla di essa, però, circoli. Nulla circola perché non si rivolge all’Altro, nulla circola perché non è una parola di domanda. Non tesse alcun legame perché non veicola nel suo dire la parzialità e la solitudine dell’unicità, piuttosto spinge a confermare la compattezza e la giustezza del proprio ego.

Accade così che al dibattito si preferisce costruire il cosiddetto confronto mediatico, in cui chi prende parola non è tanto spinto dall’imparare qualcosa dall’altro o dal produrre una circolazione di discorsi, piuttosto si assiste alla degenerazione in scontro di posizioni, in cui chi la fa da padrone è sempre l’Io. «Ma chi lo dice questo?» domanda l’interlocutore. «Lo dico io» risponde l’altro. In mezzo ai due, colui che ha il compito di presiedere la trasmissione si accorge che ha perso il timone e non può far altro che riprenderlo con l’unica padronanza che gli rimane, ossia quella di spegnere i microfoni. Nell’epoca degli ego scompare dal dizionario della polis mediatica il vocabolo asimmetria. Dello schema L rimane in funzione soltanto più l’asse a-a’.

Generalmente ci si rivolge a un interprete perché non si capisce nulla di quell’altra lingua, che non è la propria e di cui verosimilmente si vuole intendere qualcosa o nel caso contrario si vuole fare intendere qualcosa. Occorre un atto preliminare di fiducia nei confronti dell’interprete per poter sostare in quella che diviene una posizione di asimmetria. La parola per poter circolare tra due lingue, che non s’intendono, necessita di essere affidata, per così dire, al giudizio di un mediatore e al prezzo di questa scelta. Interessante a tal proposito è la ricostruzione etimologica della parola interpretare: ne esistono due. Entrambe si accordano sull’elemento di mediazione veicolato dalla preposizione latina inter. Si discostano invece per quanto concerne la radice prevalente: secondo alcuni si tratta della radice apofonica prat/pret (si veda il greco φράζειν/ phrázein: mostrare, spiegare e poi dire), che rimanda al campo semantico del far conoscere, secondo altri della radice apofonica pra/pre che si fonetizza in alcune forme grammaticali della lingua in par/per e che rimanda al campo semantico del trattare e del negoziare. Secondo questa versione, che chiama in causa il verbo greco πέρνημι/pérnhmi, l’interprete era colui che negoziava il prezzo degli schiavi trasportati da una terra a un’altra.

Nel suo scritto La direzione della cura e i principi del suo potere del 1958, nel passo in cui Lacan sottopone «nuovamente l’analista ad interrogatorio»[1], così scrive: «Interprete di ciò che mi è presentato in discorsi o in atti decido del mio oracolo e lo articolo a mio piacimento, solo capitano a bordo dopo Dio, ben lungi ovviamente dal poter misurare tutto l’effetto delle mie parole, ma ben avvertito di ciò e teso a provvedere, cioè sempre libero circa il momento e il numero così come circa la scelta dei miei interventi, a tal punto che la regola sembra sia stata interamente costituita al fine di non imbarazzare in nulla il mio fare di esecutore, il che ha come correlato l’aspetto di “materiale” sotto il quale la mia azione prende ciò che ha prodotto»[2].

L’analista è dunque qualcuno a cui si indirizza la propria parola di sofferenza e supposto almeno saperci fare qualcosa. Ciascuno si attende, senza saperlo, ciò che il fantasma ha già fabbricato per lui, in ogni caso della parola. All’analista rimane però il compito di lavorare duramente sia nella sua analisi personale sia nel controllo della sua pratica il ritaglio del posto da cui enuncia la sua azione, che sia di parole pronunciate o di silenzi, per cogliere in après-coup se e che cosa ingombra il suo poterci stare e saperci fare in una funzione al bordo dell’impossibile. Interrogare con l’insegnamento di Lacan che ne è stato dell’interpretazione nelle sue derive postfreudiane e seguirlo nelle punteggiature del suo insegnamento sul tema, fino a includere ciò che Jacques-Alain Miller propone di chiamare il rovescio dell’interpretazione[3] per includere l’ultimissimo Lacan, è la bussola che ci permette di orientare il timone “soli capitani” dopo Freud, Lacan, Miller e la comunità analitica di sparsi scompagnati, perché l’uso che facciamo dell’interpretazione rimanga sempre e ancora nel solco di «un lavoro che nel campo aperto da Freud reintroduca il vomere tagliente della sua verità»[4].

[1] J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino 1974, p. 583.

[2] Ibidem.

[3] J.-A. Miller, Il rovescio dell’interpretazione, in La Psicoanalisi, n. 19, Astrolabio, Roma 1996, pp. 121-128.

[4] J. Lacan, Atto di fondazione, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 229.

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