Christiane Alberti, Membro AME dell’ECF, Presidente dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi, Parigi

Ringrazio Viviana Berger per avermi invitato a parlare oggi, e anche la Fapol[1] per la sua accoglienza. È un’accoglienza cordiale, amichevole, che si basa molto sul legame sociale analitico, ma è anche un’accoglienza intellettuale, un’accoglienza per il lavoro propriamente detto: abbiamo tutti i testi, che circolavano da tempo, che mi sono stati inviati e che hanno preparato il lavoro di oggi. Lo apprezzo molto. Leggendo queste relazioni, abbiamo la dimensione di quanto la questione proposta sulla libertà di espressione ci interessi, non da un punto di vista sociologico, ma dal punto di vista della psicoanalisi. È una esigenza che dovremo mantenere, se non vogliamo accontentarci di parlare nel mondo delle idee.

Gli Osservatori, se ho capito bene la loro funzione, la loro missione, cercano di rispondere alla domanda: in quale contesto i soggetti richiedono oggi un’analisi? La questione deve essere posta seriamente, se si vuole che la psicoanalisi faccia un’offerta all’altezza della civiltà. La posta in gioco riguarda la civiltà stessa, poiché si tratta dell’impatto del discorso analitico sul mondo.

Il contesto della libertà di espressione oggi rivela un interessante paradosso. In effetti, funzionando come principio negli Stati di diritto, i giuristi concordano sul fatto che la nostra epoca non ha precedenti: l’affermazione secondo cui i soggetti sono liberi e uguali nel diritto, in quanto uomini, in quanto appartenenti alla comunità del genere umano, si trasforma oggi in un’esaltazione delle differenze per rivendicare una differenza di identità, così che un pezzo di colore si trasforma in essere, colore, sessuazione, razza. Al punto che, se un soggetto si sente offeso in questa identità, può denunciare la ferita, “ferita alle intime convinzioni”. Ogni parola, in questo contesto, è potenzialmente blasfema, proprio come indica Ève Miller Rose nell’intervento della “Grande conversazione della Scuola Una” (2022). La questione si estende all’intera sfera della sessuazione, che è stata affrontata qui attraverso la questione trans.

Il corpo al comando

Vediamo: qual è il cambiamento radicale che la nostra civiltà sta vivendo? È il corpo che prende il comando. La più piccola traccia leggibile sul corpo diventa identità, irrigidendosi; il più piccolo plus-godere tende a trasformarsi in comunità. E la legge corre dietro al corpo per cercare di legiferare, ogni volta che compare una nuova rivendicazione. Ma di quale corpo si tratta? È un corpo separato dalla parola: il caso dell’autismo è esemplare in questo senso. Predominio del corpo, scomparsa della dimensione psichica. È il corpo che parla, un corpo in pezzi staccati che vengono ascoltati senza la mediazione della parola. Il mistero del corpo parlante è un altro: il corpo è un enigma per il soggetto stesso, un luogo di opacità, di interrogazione. Al punto che Lacan lo converte nella struttura stessa della nevrosi: una questione posta dal soggetto al livello della sua stessa esistenza: “cosa significa avere un sesso?”[2]. E allora il misterioso sapere del corpo parlante scompare dall’ideologia dominante. È un corpo paradossalmente ridotto al silenzio. Questo è anche il segreto dell’autodeterminazione e del suo trionfo: il “so cosa sono, so cosa voglio”; è un sapere in cui è il corpo a comandare, senza la mediazione del desiderio dell’Altro. La questione tocca in particolare la sfera dell’infanzia, poiché si tende a fare del bambino un cittadino senza mediazione genitoriale: il tempo dell’infanzia, con i balbettii della sessualità, tende a essere cancellato, “l’insopportabile dell’infanzia” viene messo a tacere.

E attraverso la testimonianza degli osservatori, possiamo misurare che, correlativamente, la funzione della parola viene intaccata, scotomizzata. È una parola in cui ciò che viene detto è preso alla lettera, senza includere la dimensione dell’inconscio: il soggetto è strettamente equivalente a ciò che dice, mentre la psicoanalisi insegna che il soggetto dice sempre più di quanto sa. Quando parla, si tradisce: nei fallimenti della sua parola, che non padroneggia, c’è un di più oltre quello che dice. È lì che l’interpretazione trova logicamente il suo posto. Oggi, il margine di interpretazione non è assicurato, poiché il detto si riduce al detto. Le norme plurali occupano il posto dell’interpretazione. Pertanto, la questione della verità non regge, se non come verità falsa e tautologica. Fake. Conosciamo il posto del fake nel nostro mondo.

Per questo motivo il tema della libertà di espressione si colloca in un contesto inedito, in cui la questione della verità è di particolare interesse. Noi stessi psicoanalisti dobbiamo ricordare questa dimensione, che Lacan ha sostenuto nel corso di tutto il suo insegnamento, anche nel suo ultimo periodo, quando parla della verità menzognera. Egli mantiene la questione del vero e del falso del fake. È importante non perdere di vista il fatto che l’analisi è un’esperienza di verità; il soggetto deve tornare a ciò che ha detto, a ciò che c’è di menzognero in ciò che dice. Il trattamento è un’esperienza in cui si prende posizione sulla menzogna; verità e menzogna non sono equivalenti. Il fatto che la verità sia una menzogna non impedisce di aspettarsi dall’analisi un rapporto diretto con la verità.

Il messaggio freudiano: aletheia

In un certo senso, il messaggio freudiano ha fatto un passo avanti nella civiltà. Nel senso che la libertà di espressione sarebbe diventata un bene assoluto. Parlare libererebbe. La “doxa” ha mantenuto l’idea di una catarsi freudiana: si liberano finzioni intime che sarebbero dannose e tanto più attive in quanto sconosciute. Si tratta di una versione infondata della psicoanalisi, che lo stesso Freud ha abbandonato, poiché nascondeva la dimensione del transfert: a chi si parla? Il soggetto non è l’autore di ciò che dice, è dall’Altro del transfert che riceve il suo messaggio.

È vero che nella cura c’è una nozione di rivelazione (aletheia): la psicoanalisi è un’esperienza di verità sotto transfert, questo è il senso dell’associazione libera, al di là dei giudizi del sé, della coscienza tranquilla: si tratta di andare contro il “non voglio saperne niente”. Si tratta di incoraggiare lo scongelamento della parola piuttosto che il silenzio o la menzogna. Il soggetto che acconsente alla deriva dell’inconscio ha bisogno di ritornare su ciò che ha detto. Una parola che stabilisce un rapporto con la verità.

Ma l’amore freudiano per la verità ha un limite essenziale: dire “tutta la verità” non è la cosa migliore da dire. Si tratta di ricordarlo nell’interpretazione: ciò non equivale in alcun modo ad aprire al soggetto la sua cruda verità.

Il risveglio che è in gioco nell’esperienza della parola, nell’analisi, rivela effettivamente un reale che è molto lontano dall’essere pacificante e con cui il soggetto deve fare i conti. Il punto che viene toccato è quello di una verità mortale e, in questo senso, non è la promessa di alcuna riconciliazione armoniosa, né di alcun bene.

La verità come punto di orrore per un soggetto è totalmente dimenticata negli appelli alla libertà di dire tutto e di dire tutta la verità. Si promuove una verità interamente giuridica e si dimentica che la verità soggettiva non è né amabile né desiderabile.

Dalla verità come cosa alla verità come luogo

Vorrei sottolineare qui la sovversione della verità da parte di Lacan. Qual è il destino radicale che Lacan gli riserva? Il destino radicale che Lacan riserva alla questione della verità non è quello di situarla nel registro del pensiero o del sapere, ma di situarla come cosa. La verità appartiene al registro della cosa che parla. “Io, la verità, parlo”[3]. In altre parole, come dirlo?  La verità non passa più attraverso il pensiero, ma attraverso le cose, dice Lacan ne “La cosa freudiana”, comunica, per mezzo del rebus, come il sogno. Il rebus come cosa è il segno di un dire vero, autentico, perché la verità, di cui si tratta, non è buona da dire, e ha bisogno di travestirsi. “I nostri atti mancati sono atti che trionfano, le nostre parole incespicanti sono parole che confessano. Entrambi rivelano una verità”[4]. Nel sintomo, nelle immagini del sogno, si manifesta una parola che porta con sé una verità.

Insistiamo: se poniamo, con Lacan, la domanda generale, come fa lui: Chi parla? Allora non è il soggetto, ma la verità. “La cosa parla da sé”. Poiché il soggetto dice più di quanto sappia dire. Non si può costringerlo a dire tutta la verità. È una verità che non dice necessariamente tutta la verità, ma ciò che la rende vera è che parla.

Lacan complessifica questo modo di avvicinarsi alla verità situandola come luogo: passa dalla verità come cosa alla verità come luogo: il luogo della verità, come verità nascosta. Collocandolo come luogo esteriore al discorso, si può capire che non può comprendere tutto, non può essere tutto e può anche essere semplicemente assente. Può essere detta solo a metà, letta tra le righe, rimane velata perché tocca il reale. È una conseguenza del suo legame con il reale. Quando la si vuole mostrare tutta, è un mostro quello che appare, è un torrente di odio che ne consegue, nella proliferazione del fake. Prendersi cura del luogo della verità è essenziale per non saturarlo, per liberare il luogo della verità, secondo la felice formula di Éric Laurent, per liberare il luogo al di là di ciò che si dice, di “una verità dietro”[5].

Dalla verità al sapere

C’è un limite, dunque, a una verità tutta: è il reale. Ma questo legame con il reale acquista la sua portata solo nell’analisi attraverso il sapere.

Partiamo da una risonanza clinica: possiamo trovare, in analisi, alcuni momenti in cui la verità appare, rispetto a un sogno, momenti che non hanno un effetto reale su di noi, le cui conseguenze vengono percepite solo quando passano al sapere, al di là di una semplice rivelazione. Questa è la differenza tra una verità che produce effetti di sollievo, ma di breve durata, e un progresso del sapere.

Il sapere chiamato in causa in un’analisi è quello che si deposita nella cura come modalità di godimento, attraverso il suo apparato fondamentale: il sinthomo. Si tratta di un sapere distinto dall’universale, un sapere che vale solo per UNO, perché è nel proprio corpo che può essere colto, attraverso l’analisi. Questo godimento si apprende nella sua condizione indicibile, senza forma né ragione. Senza confronto con gli ideali.

Fortunatamente per la psicoanalisi – che i sostenitori di tutti i rifiuti o negazioni dell’inconscio lo sappiano o meno – è solo parlando che si sperimenta un limite: quello di poter dire la verità sulla verità. Questo limite è sostenuto da un incontro unico con un’esperienza di godimento, che lascia un segno indelebile, che Lacan chiama “una libbra di carne”[6]. Jacques-Alain Miller (2021) ha citato questa espressione nella sua presentazione di Lacan Redivivus alla libreria Mollat: questa spina nel fianco ci ricorda ancora una volta la sua presenza, che si manifesta in modo più o meno doloroso. In un’analisi, si impara ad usarla.

Traduzione: Adele Succetti

[1] Federación Americana de Psicoanálisis de la Orientación Lacaniana, https://fapol.org/

[2] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione oggettuale, Einaudi, Torino, 2007.

[3] J. Lacan, “La cosa freudiana o senso del ritorno a Freud in psicoanalisi” (1955), Scritti, Einaudi, 2002, p.399.

[4] J. Lacan, Il Seminario, libro I, Gli scritti tecnici di Freud (1953-1954), Einaudi, Torino, 2014, p. 302.

[5] É. Laurent, « Parler et dire le faux sur le vrai », Quarto, n. 128. p. 68.

[6] J. Lacan, “La giovinezza di Gide o la lettera e il desiderio” (1958), Scritti, op. cit. 768.