Peggy Papada, Membro NLS e AMP
Londra

Articolo pubblicato in LRO n. 355 il 21 settembre 2022, disponibile qui: https://www.thelacanianreviews.com/artistic-license-in-a-woke-era/

I Joan, uno spettacolo che ha debuttato il mese scorso al teatro Shakespeare’s Globe di Londra, mostra Giovanna d’Arco come una leggendaria condottiera che usa i pronomi, they/them.1 Per evitare di essere criticato per l’inesattezza storica, il teatro è stato proattivo nell’apporre una nota speciale del suo direttore artistico: “I teatri non si occupano della ‘realtà storica’. I teatri producono opere teatrali e nelle opere teatrali tutto può essere possibile. […] La storia ha fornito innumerevoli e meravigliosi esempi di Giovanna ritratta come donna. Questa produzione offre semplicemente la possibilità di un altro punto di vista. Questo è il ruolo del teatro: porre semplicemente la domanda ‘immagina se?’”2 Assolta da qualsiasi critica su una rivisitazione della storia che non sia eteronormativa e cisnormativa come è sempre stata3, I Joan dà poca importanza ai temi politici e religiosi della Francia medievale solo per dare spazio alla dimensione dell’“identità di genere” e a quelle che sono presentate come implicazioni definitive attraverso un mélange di passato e presente: “La verità è che le persone trans sono sacre e la queerness è magia, pura magia! Siamo belli e potenti, e per questo veniamo uccisi. La violenza è reale. Sapete come finisce la mia storia”.

Nello spettacolo si può leggere il tentativo di estrapolare i significanti di oggi dalla storia: “Mi sembra ovvio che Giovanna fosse ciò che oggi chiamiamo non-binario”, afferma la scrittrice, aggiungendo che il suo obiettivo è quello di “godere di questa espansione della comprensione” attraverso il ricorso a questa famosa figura storica.4 E perché no. Eppure la psicoanalisi – attraverso le sue dimensioni di reale, simbolico e immaginario – ci dà gli strumenti per andare oltre. Ridurre o cancellare la dimensione del tempo nella sua realtà storica, rimuovendolo dal suo contesto, ignorando il discorso e il linguaggio del tempo, implica che il tempo sia privato della sua qualità come reale.5 Il tempo senza il reale implica anche che sia senza il corpo parlante, nella misura in cui il tempo come reale è inscritto nel corpo, ha un marchio sul corpo parlante.6 Si effettua così un taglio tra il corpo e il parlare, un disormeggio che nega l’inconscio e che lascia che l’individuo sia definito dalla sua corporeità biologica7. Nelle parole di Joan: “Odio il corpo in cui mi trovo […] Non c’è niente di male nell’essere una ragazza. Tranne quando non lo sei; allora tutto è guerra […] Il mio corpo sa prima di me, ho il potere”.

Il tempo senza il reale ha infatti una qualità di “immagina se”, è un tempo immaginarizzato senza storia e senza memoria, che impedisce l’accesso al simbolico; è un tempo eternamente nel presente.8 Infatti, rivolgendosi al tribunale, io, Giovanna dico [sic]: “Prevaricatori della legge divina: Basta con le vostre parole! Avete detto tante parole. […] Di chi sono le definizioni, di chi sono le parole? I dizionari fanno fatica a definirmi. Non sono da nessuna parte, sono ovunque. Tutte le parole si adattano, eppure nessuna. Le vostre parole sono MERDA. Costantemente, ripetitivamente, deludentemente di merda; patetici tentativi di creare certezze mentre tutto è fluido, cola giù sui lati del vostro binarismo… Noi diciamo fanculo al patriarcato, fanculo all’accuratezza storica, fanculo allo sguardo maschile”.

Sullo sfondo di un immaginario che spicca sono evocati sia la scomparsa del Padre sia quella del Nome, ma anche l’inadeguatezza strutturale nel trovare la propria identità nel linguaggio, in quanto c’è sempre una mancanza nell’essere, come attesta la barra nel soggetto e nell’Altro. E come ha sottolineato Jacques-Alain Miller, c’è una rivolta non solo contro il corpo ma contro il significante stesso.9 Io, Giovanna, continua [sic]: “donna non è la parola giusta per me e tuttavia non c’è una parola. Sono senza parole e ci si sente soli a non avere un linguaggio”.

Rifiutarsi di mettere in discussione i propri detti è il rifiuto di un inconscio che si collocherebbe “nel punto stesso di questo spazio inconciliabile tra il significante e il corpo, producendo una discrepanza radicale, intrinseca a ogni soggetto”, ma che consentirebbe di “accontentarsi del corpo parlante”10. Potremmo dire che gli I Joan ricorrono a nuovi significanti per definire invece il loro essere, nei termini che funzionano meglio per loro: “Non sono una donna, sono una fottuta guerriera”, “Sono fottuta poesia”.

Traduzione di Rachele Giuntoli

[1] Il pronome «they» è qui usato al singolare (singular they) per non specificare alcun genere, ed è quindi intraducibile in italiano.

[2] M. Terry, Artistic Director of Shakespeare’s Globe, on Identity in I, Joan. Available Online: https://www.shakespearesglobe.com/identity-in-i-joan

[3] Y. Necati, “Rewriting History, an Ode to Queer Retellings” in I, Joan: Programme. Available at Shakespeare’s Globe Theatre.

[4] C. Josephine, “A Note on the Text in I, Joan: Programme, Op.cit.

[5] Vedi M.-H. Brousse, (2022) “Presentation of Chapter XI: The Rat in the Maze,” in Reading Lacan’s Seminar XX, online seminar series organizzato dalla London Society della New Lacanian School, 27 March 2022, inedito.

[6] Ibidem.

[7] Vedi questo punto sviluppato da Marie-Hélène Brousse in conversazione con Laurent Dupont. “Modes of Sex: Interview with Marie-Hélène Brousse”. Lacan Web Television  (with English subtitles): https://www.youtube.com/watch?v=kM2Ogcq3CaU

[8] Durante il recente congresso AMP, “La donna non esiste”, 1/4/22. Jacques-Alain Miller ha fatto riferimento all’aspirazione alla giustizia Woke come un processo che fa scomparire il passato a favore del presente come una tendenza verso un presente infinito. Tutto è presente.

[9] Commento di Jacques-Alain Miller durante le Giornate UFORCA, 18 Giugno 2022.

[10] L. Dupont, Eight Points on ‘The Trans Issue’, LRO 352, Disponibile online: https://www.thelacanianreviews.com/eight-points-on-the-trans-issue/