Rosa Elena Manzetti
Membro AME della SLP e dell’AMP – Torino, 20 ottobre 2022

*Intervento d’apertura alla Conversazione “Individui contemporanei, solitudini sconfinate” che si è tenuto a Torino, 21 ottobre 2022

Il soggetto contemporaneo, ciascuno con le proprie particolarità, è l’effetto di quella che Lacan definiva la copulazione del discorso capitalista con la scienza.1 Esso differisce da quello che si sosteneva sul discorso del padrone classico, che produceva legame sociale introducendo una serie di valori comuni.

Il soggetto della scienza è il soggetto vuoto di rappresentazioni, mentre il discorso capitalista offre soltanto oggetti di consumo, mercificati. Oggetti che non fanno altro che mantenere e sottolineare il godimento mancante poiché, lungi dall’essere desiderati secondo il plus-godere singolare a ciascun soggetto, sono piuttosto ricercati per il loro valore di plus-valore. Il valore del soggetto stesso è giudicato secondo il mercato, perché senza plus-valore si è ritenuti “essere nessuno”.  Inoltre il plus-valore si converte spesso in meno-valore: molto facilmente infatti compare sulla scena qualcuno ritenuto avere un valore più alto. Uno via l’altro, in una specie di cerchio in cui non ci sono più posti simbolizzati, la cui conseguenza è un’azione omogeneizzante. Il capitalismo favorisce perciò la rivalità e la competizione piuttosto che un legame sociale.

In questo modo ciascun soggetto subisce l’imperialismo del “sempre di più” che lo condanna a una corsa tanto infinita quanto insoddisfacente.

Il capitalista è un personaggio potente ma non è un padrone: offre oggetti mercificati che non legano i soggetti tra loro, anche quando tengono i corpi insieme tramite scambi di linguaggio frenetici e molteplici. Non parlo soltanto dell’insieme delle informazioni che circolano istantaneamente a livello mondiale e di tutto ciò che facciamo circolare sui vari social media, ma anche di tutto l’insieme del vocabolario attuale, che va dall’insulto alla dichiarazione d’amore. La co-presenza massificante di altri esseri umani è più che mai assicurata, anzi possiamo dire che è interpellata da tutti i social media, grazie ai quali quello che pubblichiamo avrà degli sguardi followers che ci fanno immaginare un legame. Tuttavia malgrado questi scambi facilitati il lamento che attraversa la nostra epoca è l’isolamento.

Intanto l’Altro creduto un salvatore è diventato l’Altro di cui ci si sente vittima e che viene messo sul banco degli imputati dal momento che rovina il nostro sogno di completezza, che è in fondo un sogno di padronanza assoluta. Il fatto è che tale sogno di padronanza diventa un incubo ogni volta che siamo confrontati ai limiti imposti dal reale.

Ciò che i soggetti vogliono ignorare appassionatamente è che i limiti imposti dal reale sono invalicabili e che la mancanza che consegue all’Altro del linguaggio è irreparabile.

Una conseguenza dell’assenza di significanti padroni che fanno legame, è la solitudine di cui oggi ci si lamenta spesso, dovuta alla sparizione degli ideali e delle cause comuni.

In mancanza di un Altro a cui affidarsi e che dice i valori su cui possiamo appoggiarci, il soggetto contemporaneo si affida al “ciò che si dice” che lo rende dipendente dagli altri simili. La mancanza di valori spesso si traduce anche con un “mi sento vuoto”.

L’isolamento, cui facevo riferimento, è diverso dalla solitudine soggettiva che nessun legame per quanto intimo può ridurre. L’isolamento è l’assenza di vicinanza con altri, che attraversa i discorsi dei giovani come degli anziani, come se la semplice presenza di altri esseri umani fosse vitale e non bastassero lo sguardo e la voce che attraversano ormai istantaneamente le distanze.

L’isolamento è un problema soprattutto nel discorso capitalistico, che produce effetti soggettivamente destrutturanti. Non è così negli altri tipi di legami sociali. Per esempio il padrone classico ha certo bisogno del servo/schiavo per raggiungere i suoi scopi, ma non ne ha alcun bisogno soggettivamente.

L’isolamento produce i suoi effetti desocializzanti e destrutturanti quando lo statuto di isolato, sia soggettivo sia sociale, è alla mercé della presenza di altri, indicando perciò come il legame con tali presenze sia essenziale. Si può anche usare il proprio corpo, in quanto sostanza godente colonizzata dai significanti, sia per erigere il proprio nome o farsi un nome sia per inscriversi in una economia di scambio sociale. La questione è ogni volta di cosa quel Un corpo offra in cambio di ciò che è pagato dall’altro. Si tratta di un guadagno di godimento reciproco.

Notiamo quindi che ciò che tiene insieme gli individui non è più un significante al posto di comando, un ideale, dei valori, di conseguenza la coesione di coloro che riunisce non ha più la struttura della massa di cui si è occupato Freud.

Quando è un corpo in gioco, è un modo di godimento che fa legame con altri. In questo caso il padrone è l’oggetto di godimento. Si tratta di un corpo pulsionale che presiede a uno scambio che lo lega ad altri tramite la mediazione dell’oggetto che manca e del più-di-godere.

Nel tipo di legame in cui ciascuno mira a farsi un nome che lo faccia emergere è impossibile avere un fondamento senza gli altri che fungono da coro. Soprattutto è tramite la mediazione dell’oggetto di godimento, e non più di un significante ideale, che viene identificato il proprio essere.

L’acme sociale è ciò che costituisce gli individui in collettivo, sulla base di un legame simbolico fondato su una causa. Al contrario l’impalcatura delle identità, incentrate sull’alienazione alla voce o allo sguardo di altri e alla loro presenza, come base che costituisce gli individui in collettivo, porta con sé allo stesso tempo il malessere dell’isolamento non appena quell’individuo è privato del pubblico, seppure a distanza, che gli è vitale.

In tale regime il peggio non è essere al centro dell’ostilità o dell’odio, ma dell’indifferenza che lascia senza ancoraggio all’altro e quindi nella propria inesistenza.

Questo legame basico, in cui è impossibile trovare un fondamento di sé senza gli altri simili che costituiscono una specie di coro, che viene facilmente a mancare poiché è sostanzialmente immaginato, produce il sentimento di isolamento.

[1] J. Lacan, Il seminario libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2001, p. 133.