Marco Focchi

Il pensiero filosofico, quello storico, e quello letterario o artistico, possono domandarsi cosa sia l’Europa, da dove provenga, quali siano i suoi miti e le narrazioni su cui si fonda. Noi, partendo dall’esperienza della psicoanalisi, ci interroghiamo sulle passioni, sull’amore e sull’odio per l’Europa. Sappiamo che queste due tendenze, come un filo intrecciato di due diversi colori, non si separano mai e non si riducono mai a una linea univoca. Amore e odio si richiamano, si evocano reciprocamente, si implicano. Dobbiamo confrontarci con questa hainamoration. Vogliamo l’Europa, pensiamo che le nazioni siano storicamente superate, desideriamo ampliare il nostro spazio al di là delle lingue e dei confini, ma qual è il risvolto di questa nostra spinta aggregativa? Cosa si nasconde, come colore secondario, nel colore visibile delle nostre profferte? Dove s’impiglia il nostro filo? Fino a che punto riusciamo ad avvicinare l’alterità dell’altro? Quanto davvero possiamo sopportarla? Non c’è una cresta in cui l’afflato europeista che ci fa volere la stessa cosa si rovescia in contesa? Quanto vogliamo la stessa cosa per condividerla e quanto per strapparcela l’un l’altro?

Oppure siamo sovranisti, vogliamo i nostri confini ben delineati, ci sentiamo sicuri solo nel recinto di un’identità non contaminata dal barbaro, dal mendicante il cui gesto di tendere la mano ci appare come l’intrusione di un pericoloso invasore. Fino a che punto però non siamo affascinati, calamitati al tempo stesso in cui intimoriti, da qualcosa che non conosciamo e che tuttavia assorbe la nostra attenzione fino a diventare un’ossessione?

Non dimentichiamo infatti che la terza passione menzionata da Lacan, quella dell’ignoranza, fa parte del transfert, e ci pone nella disposizione di voler sapere, o di non volerne sapere, e risulta come fondamentale nei movimenti delle prime due: ti cerco perché voglio assorbire il tuo mistero (ma quanto potrò tollerarlo?); ti respingo perché non so chi sei (ma proprio mentre ti respingo il mio essere si protende verso di te, pur temendo di conoscerti).

Nell’articolazione degli argomenti del Forum esploreremo l’estensione di questi temi. Metteremo l’Europa a confronto con il suo Altro (l’Oriente? L’impermanenza del pensiero cinese contro la solidità del logos? L’Altro interiore che affiora nelle divisioni stesse dell’Europa, dal gruppo di Visegrad alla Brexit?). Da quale dialettica, da quali confronti, da quali divisioni e da quali solidarietà emerge l’idea di Europa?

Che spazio costituisce? Quali sono le forme del suo diritto, le diverse culture da cui è animata, e come funziona il suo multilinguismo? Ma soprattutto che rapporto c’è tra confini e lingue? Quali sono le lingue e quali i dialetti? Non possiamo più dire, come Max Weinreich, che una lingua è un dialetto con un esercito e una marina. Conosciamo troppo bene l’implicazione della soggettività nella lingua per ridurla a un tema di mera rappresentanza istituzionale. Sappiamo bene come per il parlêtre si giochino nella lingua questioni vitali non esportabili in una dimensione puramente formale.

Non per nulla attraverso i temi dei confini, delle lingue e dei diritti, entrano in gioco questioni politiche che hanno sullo sfondo passioni e anche pulsioni in lotta tra loro. Sovranismo e globalizzazione sono i poli di una contesa storica in cui è in gioco lo spazio in cui vivremo, in cui si fanno i luoghi della parola e del desiderio. Su questo la psicoanalisi ha molto da dire, e il suo contributo è essenziale.

Le identità e le differenze che si costruiranno in questo spazio definiranno un’Europa diversa da quella in cui viviamo ora, sulla crinale di un rovesciamento in cui le epoche si trasformano. Cos’è l’Europa dopo la seconda guerra mondiale? Dopo l’undici settembre? Dopo le primavere arabe? Dopo, o meglio, nel pieno del braccio di ferro tra le forze che vogliono costituirla e quelle che vogliono disgregarla?

Nelle passioni prepotenti che questi argomenti scatenano la psicoanalisi ha qualcosa da dire, e per noi è il momento di far sentire la nostra voce nel dibattito con tutti coloro che hanno a cuore la possibilità di una politica orientata in modo da mantenere viva l’apertura dell’inconscio.