Federica Facchin

Riprendo in questo breve testo l’articolazione tra sguardo e vergogna, a partire dalla lettura che Lacan propone nel Seminario XI, dialogando con Sartre: “Lo sguardo si vede” [1] e lo si situa nel campo dell’Altro. È precisamente nella schisi tra lo sguardo, questo oggetto particolare, e l’occhio (la visione) che si può interrogare la fenomenologia della vergogna. Nel vedersi guardato, il soggetto fa esperienza di una sua degradazione ad oggetto, con diversi effetti a seconda del registro in cui è posizionato.
Come ricorda Laurent [2], la vergogna è un affetto psicoanalitico che si inscrive nella serie della colpa. Nel registro della nevrosi, si potrebbe dire, il soggetto si vergogna quando si vede visto vivere e dunque alle prese con i traffici del desiderio (il contrabbando… [3]). Qui il soggetto si vede visto dall’Altro nella sua mancanza ad essere, che rivela una singolarità mai coincidente con l’Ideale a cui si è votati. Ecco l’articolazione tra la vergogna e la colpa. Ne consegue un vacillamento del fantasma quale dispositivo che protegge il soggetto dagli effetti della divisione, sostenendo l’illusione che la mancanza (del soggetto e dell’Altro) possa essere otturata.
L’esperienza psicoanalitica non può che produrre vergogna, dal momento che la sua etica è orientata al desiderio. Nell’analisi di un soggetto nevrotico, vergogna e colpa si manifestano insieme con l’emergenza del desiderio. Dal lato dell’analista, il fare vergogna riguarda il preservare il posto del desiderio nella direzione della cura [3], perché il soggetto si conta come contante solo nel desiderio [4], di certo non nel computo dello scarto dall’Ideale. Disangosciare, sì, ma non decolpevolizzare. Il perdono è infatti dal lato del maître, che chiude un occhio sulla deviazione dalla norma. Altra cosa è invitare il soggetto ad assumersi la responsabilità del proprio inconscio: un atto etico. Si potrebbe dire che un’analisi portata molto in là, fino al termine, abbia in fondo a che fare con l’attraversamento della vergogna. Inutile sottolineare che in questa impresa il soggetto deve sudare di brutto…
La questione si declina in modo molto diverso nel registro psicotico. Qui il soggetto è posseduto, parassitato dallo sguardo dell’Altro per il quale è trasparente. Nelle cose di finezza della clinica, la vergogna psicotica si manifesta come una persecuzione: l’Altro vede tutto, sa tutto, non gli si può nascondere niente, è onnipresente. È uno sguardo a raggi X che penetra nel corpo vedendo i pensieri e i sentimenti più intimi. Vedersi guardato ha qui a che fare con l’essere oggetto alla mercé dell’Altro. Nella direzione della cura si tratta di ripristinare la funzione del velo, di cui il soggetto psicotico non è equipaggiato. Un velo che ha una stoffa di parole.
Una provocazione: davvero il soggetto contemporaneo, da reality show, non prova alcun tipo di vergogna? E se, nel registro della perversione generalizzata, la vergogna avesse a che fare con il vedersi visti non godere? Non a caso, la coazione a godere è un imperativo superegoico. “Voglio la pancia”, dicono non poche donne alla ricerca no-limits di bambino (ad ogni costo: fisico, emotivo, economico…) tramite tecnomedicina. “Perché le altre sì e io no?”.

[1] Lacan J. Il Seminario. Libro XI. Einaudi, Torino 2003, p. 83.
[2] Laurent E. La vergogna e l’odio di sé. In La Psicoanalisi, n. 46. Astrolabio, Roma 2009, pp. 44-54.
[3] Lacan J. La direzione della cura e i principi del suo potere. In Scritti vol. II. Einaudi, Torino 2002, pp. 580-642.
[4] Lacan J. Il Seminario. Libro VI. Einaudi, Torino 2016.