Rosa Elena Manzetti

Nel libro “Tutti stranieri”,[1] che raccoglie gli interventi di una mezza giornata di dibattito sullo stesso tema, organizzata dal Centro Psicoanalitico di trattamento dei malesseri contemporanei di Torino nel mese di ottobre 2015, Berthin Nzonza scrive che, “quello che dovremmo fare quando vogliamo affrontare la tematica della migrazione, è collegare questo fenomeno epocale alla storia. (…) dovremmo sforzarci di guardare al di là dei barconi che arrivano sulle nostre coste: quello che vediamo è solo un frammento delle storie delle persone. Ignoriamo ciò che viene prima (…) e a chi sopravvive viene subito appiccicata l’etichetta di clandestino (…).[2]
Come direttrice clinica del Centro Psicoanalitico mi è capitato in questi anni di incontrare operatori e/o responsabili di istituzioni diverse, ospitanti persone richiedenti asilo, che si rivolgono al Centro Psicoanalitico per domandare il nostro intervento in relazione a persone da loro ospitate, in particolare nel momento in cui, dopo lunghi tempi di attesa, ricevono risposte negative alla richiesta d’asilo. Una delle difficoltà che incontrano è sicuramente connessa al fatto di cercare di applicare categorie universali legate ai protocolli della nostra sanità, a posizioni singolari di esseri parlanti che hanno “scelto” – spesso sicuramente si tratta di una scelta forzata, che tuttavia è sempre una scelta – di intraprendere il viaggio in cui si sono imbarcati. Siamo sempre stati disponibili a incontrare anche le persone richiedenti asilo. Diversi di essi si sono rivolti a noi, come d’altronde molte altre persone originarie di altre culture, lingue, costumi.
Sia nell’incontro con gli operatori di tali istituzioni sia con le persone straniere che si trovano in condizione di non essere accolti come cittadini di questo paese, spesso mi è tornato in mente qualcosa che nel 1973 Lacan aveva detto in un intervento a France Culture, parlando del posto della psicoanalisi nella nostra civiltà:
“Il discorso della scienza ha delle conseguenze irrespirabili per ciò che chiamiamo umanità. L’analisi è il polmone artificiale grazie al quale tentiamo di assicurare ciò che occorre trovare di godimento nel parlare affinché la storia continui”. E aggiunge che gli psicoanalisti devono essere “compensatoires”.[3] Compensatori, o compensativi, delle conseguenze irrespirabili del disagio della civiltà. Compensazione paradossale poiché basata sulla constatazione dell’impossibilità stessa della compensazione. Ma è un fatto che prenderne atto, poterlo dire a chi può intenderlo, si rivela un sollievo straordinario.
A volte si constata che l’importante è avere un incontro, anche senza parole, e non contando in alcun modo sul fatto che l’altro capisca il significato di quello che avviene o dei detti, ma contando sull’essere accolto dall’altro. Di fronte al rigetto di una richiesta d’asilo, trovare un luogo in cui essere accolto da uno psicoanalista, si rivela, al di là dei detti, “un polmone artificiale” che preserva qualcosa di “respirabile per l’umanità”. Ciò che, a volte, avviene in tali incontri, è che i rifiuti di essere accolti nel discorso sociale, le esclusioni, le rotture, possano avviarsi verso una trasformazione in “vuoto-mediano che agisce”, perciò vivente. Come dice Lacan a Cheng, quando scrive “Caro Cheng, da quello che so di lei, lei ha conosciuto, a causa del suo esilio, molte rotture nella sua vita: rotture con il suo passato, rotture con la sua cultura. Lei saprà trasformare queste rotture in Vuoto-mediano che agisce e ricollegare il suo presente al suo passato, l’Occidente all’Oriente. Sarà infine (…) – nel suo tempo”.[4]
Che cosa risponde lo psicoanalista alle rotture e al disagio di oggi? Quale parola può trasformarli in un cammino per l’esiliato che è l’essere parlante?
L’individuo toccato dall’esilio, come si legge in Lacan, è toccato nei suoi legami, in ciò che riguarda i suoi beni, perde il suo statuto sociale, ma porta con sé la sua lingua e la sua memoria. Il sintomo, essendo il ricorso inconscio che porta la traccia della risposta primaria del soggetto di fronte all’indicibile, parla qualunque sia la lingua dell’esiliato..
Per alcuni la ferita traumatica è un luogo di silenzio, che i non-poeti non riescono a trasformare in vuoto-mediano vivente, una faglia che domanda di essere suturata: lì è chiamato in causa l’atto dell’analista.
La parola sotto transfert può provocare, generare, dove c’è rottura, un effetto di legame. Si tratta di un legame nuovo, fatto di sutura.
Sempre nel suo intervento a France Culture, Lacan fa notare qualcosa che possiamo condividere, la felicità che il potere politico non si sia ancora reso veramente conto della funzione di polmone artificiale della psicoanalisi, perché altrimenti vi avrebbe messo le mani per impedire agli psicoanalisti di essere ciò che devono essere.

[1] Silvia Morrone (a cura), Tutti stranieri!, Antigone ed., Torino 2016
[2] Ib., p. 39
[3] J. Lacan, Déclaration à France Culture 1973, in www.valas.fr, traduzione mia
[4] F. Cheng, François Cheng et Jacques Lacan, in L’Ane n. 48