Omar Battisti

Lacan sostiene che il discorso del capitalismo rigetta “quelle che chiamiamo le cose dell’amore. Capite, no? Non è roba da niente” [1].

Miller avanza: “La scomparsa della vergogna instaura come valore supremo il primum vivere, la vita ignominiosa. La vita ignobile, la vita senza onore” [2]. Se l’unico assoluto oggi ammesso è il denaro, ne consegue che il primum vivere diventa la cifra di ogni esistenza.

Ascoltate Les amants d’un jour, di Edith Piaf.

Fatto? Allora possiamo procedere.

Non vi pare che si trovi qui l’ignominia di una vita in cui si ha troppo da fare per poter sognare? Eppure qualcosa scombussola, forse non tanto la morte della giovane coppia di amanti, ma l’incontro con uno sguardo dall’aria attendri. Parola poetica con una polifonia che va dall’attesa al commovente, e che marca quest’incontro. Marchio che spinge a fermare il troppo da fare, ricordando e fantasticando su quell’incontro e su quella coppia di amanti. Per sognare.

Amore e godimento sono nettamente separati nel discorso del capitalista “che implica che il soggetto, nel cui nome si sostiene questo discorso, non abbia alcun significante” [3]. Attendri emerge qui, insieme allo sguardo, come significante principale.

Salto.

Amore. Godimento. Separati.

Ascoltate Non è amore, di Bennato.

Fatto? Allora possiamo procedere.

Non è ciò di cui canta? Ma tra la freddezza e la follia, ci dev’essere una terza via.

Forse la via che chiama in causa la vergogna come tempo inaugurale in cui il soggetto sia sottomesso ad un significante eletto padrone e che possa inserirsi nel legame sociale, permettendo la rotazione dei discorsi?

[1] Jacques Lacan, Io parlo ai muri, in Il mio insegnamento e io parlo ai muri, Astrolabio, Roma 2014, p. 151.
[2] Jacques-Alain Miller, Nota sulla vergogna, in La psicoanalisi, n. 46, Astrolabio, Roma 2009, p. 32.
[3] Jacques-Alain Miller, Un esfuerzo de poesía, Paidós, Buenos Aires 2016, p. 168. [trad. nostra]