Paola Francesconi

Una vicissitudine che, per Freud, la polarità amore odio può subire, mostra il rovesciamento dall’amore all’odio con trasformazione dell’io odio in “l’Altro mi odia”, dove la coppia amore odio diventa l’Uno dell’odio. Fine della coppia amore odio con trionfo di quest’ultimo. Fine dell’ambivalenza, che Lacan preferisce chiamare odioinnamoramento (hainamoration)[1]: infatti tale neologismo indica due facce della stessa medaglia, non l’oscillazione dall’uno all’altro, ma l’uno non senza l’altro. Fine della polarità odio amore, che si scioglie per diventare solo odio. Invece Lacan è più interessato a far prevalere l’amore: come si coglie nella lingua francese, tale neologismo fa assonanza con (s’)énamourer in cui la haine, l’odio, cede alla preminenza dell’amore, l’assonanza sposta l’hainamoration dal lato di un’énamoration, per così dire, vicino ad innamoramento. Amore ed odio vanno congiunti, si danno il cambio nella rimozione, ma alla fin fine il soggetto che ne è in preda è ennamorato, l’amore tende ad imporsi, pur controreattivamente.

Abbiamo assistito al delinearsi di diverse forme di articolazione dell’amore e dell’odio per l’Europa, almeno in Italia. I risentimenti, gli umori definiti rabbiosi del malcoltento popolare, scippati dal populismo, non cessano di venire da questo tirati verso il trionfo dell’odio, pensando che dia tono e incisività all’arte di governare.

L’Europa sta attraversando, e non solo da noi, un momento assai difficile, dilaniata tra chi la ama e le chiede di più, e chi la odia e la vuole morta: la polarità tende a farsi sempre più scena di schieramenti opposti, e forse le elezioni europee vedranno proprio la fine del “uno non senza l’altro” di tale coppia di passioni.

Credo che questo possa essere stato l’effetto della costituzione, vieppiù, di un essere dell’Europa, dal lontano 1950 con Robert Schuman, al 1992 con la nascita dell’Unione Europea. Con l’essere, come ci insegna Lacan fin dal suo Primo Seminario, son comparse le passioni dell’essere: amore, odio, ignoranza[2]. L’amore e l’odio puntano tutte e due all’essere, ma l’amore per elevarlo, per aiutarlo a crescere, l’odio per ridurlo, abbassarlo. Il primo suppone e decifra, il secondo, se svincolato dal primo, va dritto alla certezza riduzionista, che porta con sé l’ebbrezza trionfante di avere finalmente in mano la chiave di tale essere. Dopodiché, finalmente, liberarsene mettendoselo sotto i piedi.

Il Manifesto di Villa Vigoni, presentato a Roma il 23 marzo 2017 da giovani, studiosi o esercitanti una professione, si proponeva di promuovere uno spazio di scambi transnazionali culturali, ma anche di politiche sociali ed economiche, proprio per non coartare o ridurre una realtà in via di costruzione, con ben saldo un orizzonte di federalismo, se non certamente politico, che sarebbe prematuro, culturale, a tutti i livelli della cultura di una nazione. Iniziativa debole ed insufficiente, ma già sensibile al pericolo della china verso il riduzionismo populista e sovranista.

In particolare, questo populismo, nella sua versione italiana, da sempre punta lo sguardo ad acciuffare l’agalmadell’Europa dei grandi, coloro che hanno, Germania e Francia soprattutto, per stritolarlo, ma non senza una contraddittoria domanda rivolta all’Europa stessa: perché si rifiuta di riconoscere la frontiera meridionale dell’Italia come propria e di condividere la presa in carico dello Straniero? Appello all’Europa a considerarsi anche italiana, ma non senza un appello all’Italia alla protesta virile, contro la pretesa inferiorità in cui verrebbe confinata.

Forse transfert negativo, amore travestito da odio[3], come lo definisce Jacques-Alain Miller? E comunque supposizione che l’Altro detenga qualcosa di prezioso che terrebbe per sé, vessando il più debole. Qui si segnala un altro aspetto del populismo, nel suo grido contro il complotto: l’Europa non ci ama, anzi ci odia (ma perché?…), siamo le creature lasciate cadere da Qualcuno che spruzza lo spread sull’Italia, facendolo tornare dove meno ce lo si aspetta, nel suo sguardo truce, nella sua voce tuonante il NO. E qui gli oggetti pulsionali tornano dal reale in fila indiana.

Uno spettro si aggira per l’Europa, ma non si tratta più di un’idea, di una ventata di rinnovamento, bensì   di una volontà maligna che non ci ama, ci odia. D’accordo, tutto il mondo delira, diceva Lacan, ed è proprio vero: ma avevamo paura di non rientrarci dentro anche noi? Gli italiani, spesso rappresentati da attori, per esempio l’epocale Alberto Sordi, o Carlo Verdone, da registi come Nanni Moretti, nei loro labirinti nevrotici, con le loro complicazioni nevrotiche, trasfigurati fino a questo punto dalle interpretazioni populiste?

Leggerino ma preciso Massimo Cacciari, nella sua distinzione tra il NOI populista tirannico, ed il noi del molteplice democratico: “Il detestabile ‘Noi’ così volentieri in bocca a leader e pseudo-leader, a detentori di verità o post-verità, ai ‘veri’ rappresentanti del Popolo e della Gente (…) in cui Tutti dovrebbero ritrovarsi (…) A questa figura totalitaria va opposta la comunità degli Io” e le singolarità, opposte a “quell’oscuro grumo, manipolabile da qualsiasi pifferaio o burattinaio”[4].

 Paola Francesconi

[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XX. Ancora (1972/1973), ed. it. a cura di Antonio Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2011, pp. 85-86

[2] Cfr. Id., Il seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud. 1953/1954. Einaudi, Torino, 1978, pp. 334 e sgg.

[3] J.-A. Miller (Sous la direction de), Le transfert négatif, Navarin, Paris, 2005, p.112

[4] M. Cacciari, Noi e tu, in L’Espresso, n. 41, 7 ottobre 2018, p.28