Pasquale Indulgenza

Nel seminario XXIII, impegnato nello sviluppo della clinica borromea, Lacan si chiede come mai un uomo “cosiddetto normale non si accorga che la parola è un parassita, una placcatura, che la parola è la forma di cancro che affligge l’essere umano”[1] Questa questione viene affrontata più volte da J.A. Miller. In particolare nel testo “Gli insegnamenti della presentazione dei malati”,  ci fa avanzare mettendo in tensione la “parola parassita” con  l’automatismo mentale, inteso non più come un tratto distintivo della psicosi ma come  la condizione umana originaria e generalizzata [2].

La clinica borromea può essere letta e utilizzata come una clinica fine del trattamento che ciascuno, a partire dalla condizione originaria di automatismo mentale,  fa della parola parassita; fine in quanto clinica delle “variazioni” e della supplenza come il compianto Pierre Skriabine fa osservare con esemplare chiarezza [3]. E’ interessante e fecondo questo tema – la supplenza- che, come ben si vede nello schema proposto da Skriabine, si  riferisce sia a ciò che stabilizza il nodo , garantendo la consistenza di SRI in assenza di errori, sia a ciò che può intervenire, come riparatore dell’errore del nodo che pregiudica o minaccia la consistenza.  Questa supplenza può prodursi in pratiche varie  –la scrittura se si pensa a Joyce-; nella pratica analitica essa tira inevitabilmente in ballo lo psicoanalista. Come intenderlo nella clinica borromea e in una pratica che vi si riferisce? La funzione dello psicoanalista, mi riferisco alla funzione logica dello psicoanalista nella cura, è un tema caro a Lacan che vi torna frequentemente. Nel Sem. XXIII, sebbene non manchino riferimenti alla pratica analitica, è un argomento poco trattato. Scorrendo il testo ho trovato un  riferimento che permette di collocare lo psicoanalista nel contesto della topologia borromea; lo si trova nella lezione del 13 aprile 1976 quando, rispondendo ad una domanda, Lacan afferma: “Penso che lo psicoanalista non possa concepirsi altrimenti che come un sinthomo. Non è la psicoanalisi a essere un sinthomo, ma lo psicoanalista”.[4]

Mi sono chiesto come intendere questa affermazione visto che   sinthomo” è un termine che ha diverse sfumature e accezioni, soprattutto nelle elaborazioni che la nostra comunità ne ha fatto in anni recenti. Se stiamo al Sem.XXIII, possiamo utilizzare questa definizione: “…sinthomo, è ciò che permette di riparare la catena borromea se ne facciamo qualcosa di diverso da una catena, vale a dire se in due punti abbiamo fatto quello che ho chiamato un errore” [5];  e ancora “E’ quel qualcosa che permette al simbolico, all’immaginario e al reale di continuare a stare insieme”[6].

Nell’introduzione al Sem.XXIII Miller  fa un cenno alla  funzione “attribuita al sinthomo di essere riparatore” e la commenta: “E’ enorme, ma perfettamente freudiano. Il sinthomo è una guarigione, un fattore terapeutico”[7].

E’ interessante provare, per questa via, a estendere all’analista sinthomo la valenza di “riparatore”(senza per questo smentire le accezioni già in uso, ad esempio quello di analista oggetto multi-funzionale). Penso alla pratica con la psicosi, soprattutto ordinaria: l’analista fa da sinthomo,  affinchè tutte le oscillazioni  (compensazione/scompensazione) del paziente non si traducano in una perdita di  consistenza di SRI, consistenza tutt’altro che irrilevante per lo statuto del corpo e la presenza nel legame sociale. E’ dunque una sorta di supplenza  “esterna” che l’analista sinthomo, con la sua presenza (e si comprende come essa si protragga, lungamente nella vita del paziente); ma è una supplenza strettamente  orientata dalla diagnosi. Mi sembra che anche le modalità di conduzione ne risultino informate: intendo in questo modo le riflessioni che Gil Caroz propone sulla “conduzione democratica” del trattamento nella psicosi ordinaria[8]

Si può dire che qui siamo propriamente nella “pratica terapeutica”, ben diversa dalla cura analitica in cui l’analista fa operare il soggetto supposto-sapere dell’inconscio. Anche in questo caso possiamo pensare ad una collocazione dello psicoanalista-sinthomo? La cura analitica ha tra i suoi risultati quello di mostrare al soggetto come operi a partire dal misconoscimento del fatto che è l’Altro che parla, fino al punto di coglierne l’assenza totale di garanzia. Nelle testimonianze di passe si ascolta spesso di questo effetto di disvelamento e del rinvenimento del sinthomo che l’analizzante indicherà -o individuerà- come proprio nel passaggio da analizzante ad analista, analista-sinthomo.

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[1] J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo p.91,  Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 2006
[2] J.A. Miller, La presentazione dei malati, sta in IRMA. La conversazione di Arcachon pp235-238 Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma 1999
[3] P. Skriabine, La psychose ordinaire du point de vue borroméen pp18-23 sta in Quarto. Revue de psychanalise publoée à Bruxelles n.94-95
[4] J. Lacan,  Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo, op. cit. p.133
[5] Idem p.89
[6] Idem p.90
[7] J.A. Miller, Pezzi staccati. Introduzione al Seminario XXIII “Il sinthomo” p.31  Casa editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, Roma, 2006
[8] G. Caroz, Quarto n.94-95 op cit.