Eric Laurent

La democrazia parlamentare in Europa marcia a pieno regime. Ovunque elezioni, promesse di elezioni, referendum, promesse di referendum. Per prima cosa occorre sottolineare la differenza di significato tra elezioni e referendum, sebbene ambedue facciano parte dell’arsenale dello Stato di diritto. In un caso si pone l’accento sulla rappresentanza parlamentare, nell’altro si mette in rilievo l’appello alla voce del popolo. Lo stato di diritto arriverà a trattare le passioni che scottano?

L’Europa e le sue democrazie rappresentative

Ultime peripezie. A fine settembre, al momento delle elezioni tedesche, l’AfD, il partito identitario, populista di estrema destra, aveva il 13% dei voti. Il Capo di Stato più potente d’Europa, Signora Merkel, che partiva favorita sebbene fosse alla fine di tre mandati, si è ritrovata paralizzata. Ce ne sarà per parecchi mesi di negoziati. La Germania non sarà governata prima di gennaio 2018, e non si sa bene cosa potrà trovare di comune la coalizione “Jamaique”. Non è sufficiente votare, occorre mettere in pratica i risultati dei voti. Sull’altra costa del Mare del Nord, quella del post-referendum Brexit, le cose non migliorano, “Il tono vira all’aspro tra Londra e Bruxelles. Qualche settimana fa, Europei e Britannici speravano ancora di poter avviare il passaggio alla seconda fase delle negoziazioni della Brexit che verte sulla “relazione futura”, segnatamente commerciale, nel Consiglio dei dirigenti europei di giovedì 19 e di venerdì 20 ottobre. Non è andata cosi. I Ventisette seguendo le raccomandazioni di Michel Barnier, negoziatore capo, hanno constatato l’assenza di “progressi sufficienti” nelle discussioni sul divorzio con il Regno Unito. Non se ne parla neppure di dare il via libera ad un periodo di transizione di due anni, reclamato dal Primo Ministro britannico, Theresa May, durante il discorso di Firenze (Italia), del 22 settembre.”[1] In questo periodo i britannici contabilizzano ciò che definiscono da cinque anni “hate crimes”, aggressioni motivate da ragioni razziali, di religione, a sfondo sessuale, di disabilità. La categoria è nuova e composta, in particolare, per l’80% di aggressioni a connotazione razziale. Aumentano regolarmente dopo gli attentati, ma va osservato come sia stato raggiunto un picco dopo il referendum della Brexit.[2]

Torniamo ad un paese che dipende in gran parte, per la sua prosperità, dalla macchina produttiva tedesca. “Gli austriaci hanno votato, domenica 15 ottobre, per rinnovare il loro Parlamento nell’ambito di elezioni anticipate provocate dal conservatore (ÖVP) Sebastian Kurz dopo aver preso il comando del suo partito a maggio. Arrivato primo dopo una campagna dominata dai temi dell’immigrazione e dell’integrazione dei rifugiati musulmani, questo giovane uomo di 31 anni dall’ascesa sfolgorante deve ora avviare delle negoziazioni con i socialisti-democratici (SPÖ), secondi, e l’estrema destra euroscettica (FPÖ), terza. Nel 2000, l’Austria era stato il primo dei paesi membri dell’Unione europea a fare entrare un partito di estrema destra al governo, ciò gli era valso delle sanzioni europee.”[3] Le elezioni sono chiaramente caratterizzate dal rifiuto degli immigrati, nel momento in cui la situazione economica dell’Austria è al meglio. “Le previsioni di crescita del paese: potrebbero raggiungere il 2,8 % nel 2017 e nel 2018. Occorre risalire a metà degli anni 2000 per trovare una prestazione paragonabile, superiore di 0,8 punti a quella della zona euro… Gli austriaci conservano anche un tenore di vita tra i più elevati del pianeta: nel 2016, il prodotto interno lordo (PIL) per abitante è stato pari a 40.420 euro, in questo paese prevalentemente alpino, dalle infrastrutture esemplari, e più prospero della vicina Germania, il gigante economico da cui trae parte fondamentale della sua attività. Grande parte dell’economia austriaca dipende dalle commesse dei grandi gruppi tedeschi.”[4] La prosperità, come si vede, non impedisce il rigetto. Certo l’Austria ha il suo Presidente Verde, ma non è lui che guiderà il gioco.

Con lo stesso stile, e nella stessa zona, hanno avuto luogo in questo fine-settimana le elezioni in Cechia, piccolo paese ricco, paritario, specialmente dopo che si è sbarazzato della povera Slovacchia (divisione nel 1993). Vaclav Havel ne ha fatto una malatia. “Con gli indicatori economici sfacciatamente in salute  – disoccupazione più bassa d’Europa al 3,3%, finanze pubbliche sane, deboli ineguaglianze -, le elezioni legislative ceche di venerdì 20 e sabato 21 ottobre non avrebbero dovuto essere che una formalità per il Partito Social-democratico (CSSD), al potere dal 2014. Ma l’ondata contestatrice antisistema che attraversa l’Europa non risparmia Praga: il CSSD non osa sperare oltre il 15% dei suffragi, piallato nei sondaggi dal fenomeno Andrej Babis, sfavillante dirigente populista. Secondo patrimonio ceco e primo datore di lavoro del paese, alla testa del mastodonte Agrofert, società finanziaria composta da più di 200 imprese operanti nell’agroalimentare e nel petrolchimico, il Signor Babis ha cominciato la sua ascesa politica nel 2011 costituendo un partito dal nome evocativo, l’Azione dei cittadini scontenti (ANO).”[5] Il fatto di essere accusato dall’Europa di appropriazione indebita di ingenti fondi non ha fatto che accrescere la sua popolarità e la sua avanzata. Decisamente i paesi ex-comunisti fabbricano curiose oligarchie. Viene soprannominato il Trump ceco, sarebbe meglio dire: il Ryboloviev Ceco[6].

Lasciamo la Germania e il suo backyard e andiamo verso l’Europa del Sud. Questa domenica, ha avuto luogo senza suscitare apparentemente grande interesse il referendum, legale e consultivo, nel Veneto e in Lombardia su iniziativa della Lega Nord. Gli elettori dovevano dire se sono favorevoli a “forme supplementari e condizioni particolari di autonomia”. Si è previsto il 50% dei votanti nel Veneto. Sono stati di più. La data del 22 ottobre è simbolica. Rinvia al 22 ottobre 1886, data in cui la Lombardia e il Veneto sono state unite al Regno di Italia. Il nuovo Sindaco di Milano, Giuseppe Sala aveva annunciato di votare Sì. Più classica, la grande figura di Massimo D’Alema che aveva fatto un viaggio a Mestre per denunciare quel referendum inutile. Il fondatore del partito indipendentista veneto, l’avvocato Alessio Morosin, aveva evidenziato aspetti più inquietanti e seri della questione: “Il problema di questo scrutinio, è la paura. Gli astensionisti hanno paura di capire il popolo”.[7]

Austria, Cechia, desiderio di democrazia debole e desiderio di populismo forte. Germania, Brexit, Italia, difficoltà della democrazia, il desiderio fatica ad insinuarsi. In tutti questi casi, la messa in luce della paura dei migranti. Non sono le stesse d’altronde. In Germania, il milione di Siriani accolti dalla Signora Merkel, in Inghilterra i polacchi accolti dal mercato. In Italia, l’inquietudine di Lampedusa guadagna terreno, ma il Vaticano vigila! In Cechia, dove non ci sono migranti, e nel ex-RDA dove ce ne sono pochi, c’è la pura paura del migrante inesistente.

 

 

Saluti alla Catalogna!

E poi, c’è la Catalogna. Saluti alla Catalogna! E’ una tragedia che angustia il cuore dell’Europa e deprime la sua burocrazia. Alcuni dei suoi membri hanno gioito tra sé e sé di fronte alla Brexit, esasperati dal carattere di guastafeste dei britannici con i loro “I want my money back”. Le richieste indirette degli indipendentisti catalani, li hanno per contro lasciati di ghiaccio e persino pietrificati. Si è lasciato al Presidente francese di dire ciò che si pensava senza dirlo. Nessuno vuole toccare il diritto internazionale e le frontiere degli Stati in Europa, diritto così fragile, così umiliato, dopo la manifestazione di forza di Putin in Crimea. Nessuno vuole neanche nel consesso burocratico uno stato del calibro della Grecia con dei problemi di debito finanziario così impossibili da risolvere quanto il calcolo della fattura che dovranno saldare i britannici. L’ultimo appello di Carlos Puigdemont sabato 21 ottobre, nel passaggio in Inglese della sua allocuzione convocante il Parlamento Catalano resterà ugualmente ignorato. Il nazionalismo spagnolo e la sua destra immobile non sono tanto benvisti alla corte europea. In nome della Spagna-Una che può evocare i demoni del Franchismo, ha bloccato dopo il 2010 il compromesso elaborato dal PSOE che aveva votato il Parlamento Catalano appoggiato su un misto di autonomisti-socialisti. Per altro, la destra si è alleata con il nuovo PSOE e la nuova forza di Ciudadanos per fare fronte in nome dell’unità dello Stato spagnolo, all’ostinazione indipendentista. Gli indipendentisti hanno approfittato delle difficoltà del dopo crisi economica del 2008, per accusare lo Stato di tutti i mali. Di argomenti in argomenti, di elezioni in manifestazioni, si è arrivati al referendum illegale del primo di ottobre. L’uso della forza sproporzionata e le violenze della polizia su una popolazione largamente composta dalla classe media, che andava a votare, hanno giustamente indignato l’Europa, e autorizzato gli indipendentisti a spingersi oltre. Ma allora si è svelata la favola che permetteva di sostenere l’ardore dei militanti, malgrado la chiara impreparazione del colpo successivo. In una settimana, 800 sedi sociali di impresa, dicono, anche le cifre non sono pubblicate per non provocare panico, e le tre grandi banche, si sono messe al riparo dall’incertezza finanziaria e monetaria. Le organizzazioni padronali catalane hanno fatto discretamente pressione. C’è, ben inteso, una divisione tra le industrie esportatrici e le piccole imprese dipendenti dal mercato locale, (260.000 piccole e medie imprese in Catalogna), ma comunque! I segnali di allerta sono stati inviati. I “prelievi di denari cittadini” non fanno che far precipitare il problema. Nessun catalano ragionevole vorrà subire le sorti subite in Argentina del corralito del 2001. Non parliamo né delle velleità di referendum della Val Daran che, territorio catalano, prende i suoi aerei e la sua religione a Tolosa, né delle difficoltà dell’Agroalimentare catalane con i pomodori andalusi. Come per la Brexit, le zone industriali d’Europa scoprono che i cetrioli e i pomodori arrivano tutti dallo stesso luogo: l’Andalusia, con i suoi difetti, le sue sovvenzioni, i suoi lavoratori immigrati non regolari, il quartiere gitano di Granada dopo la Reconquista etc. I Vegani seguono tutti l’Andalusia! La questione bio e la questione finanziaria calmeranno gli animi come in Francia l’uscita dall’Euro ha spaventato gli elettori di estrema destra, cosi refrattari agli altri argomenti, in particolare gli argomenti ecologici? Il capitalismo globalizzato, di cui ci si lamenta con ragione, addolcisce anche le abitudini, almeno di coloro che hanno qualcosa da perdere, i pensionati catalani ne fanno parte. Torneremo sulla questione della perdita un pò più avanti.

Aggiungiamo una domanda che ha la sua importanza: chi sosterrà la pace civile? C’è o non c’è divisione dei Mossos D’Esquadra? I poliziotti/poliziotte catalani autonomi, eroi/eroine degli attentati dell’estate scorsa? Nessuno ha dimenticato la determinazione di quella poliziotta che ha sparato con forza a chi minacciava lei e i suoi, a Cambrils.  Parte di questa polizia autonoma si è chiaramente separata dalla Spagna durante le manifestazioni del 20 settembre e il referendum del 1°ottobre. Ma l’unità di questa istituzione, antica nel suo nome che risale al XVIII secolo, ma giovane (nata nel 1990) nella sua nuova incarnazione, non è acquisita. La pietra di paragone sarà l’evoluzione dei prossimi giorni.[8]

Scrivo in un periodo di incertezza. Il governo di Rajoy, sabato 21 ottobre, ha deciso di applicare l’articolo 155 della Costituzione spagnola e, in nome dello Stato di diritto costituzionale, vuole riprendersi i comandi dell’Autonomia Catalana. Puigdemont si affida alle dimostrazioni di piazza, con cartelloni in inglese, Freedom for Catalonia, e agli errori che commetterà la Guardia Civil,l per commuovere l’Europa e mettere sotto tutella Rajoy.

L’inadeguatezza e l’isolamento di quest’ultimo nei vertici europei non fanno presagire niente di buono. Dalla parte della piazza, come direbbe da noi Melenchon, sono quelli più determinati che la occupano, le virtù militanti hanno il loro posto, ma non decidono tutto. Il fragile Diritto Internazionale, il potere dell’argomento finanziario, la lealtà delle forze di repressione, e della polizia di prossimità, ad un significante padrone, ecco ciò che peserà fortemente nei prossimi giorni. Miquel Bassols oppone giustamente il sintomo Catalano al principio d’identità, ma si delinea chiaramente un principio di non identità. I catalani, anche se non sono indipendentisti, hanno molte difficoltà a riconoscersi nella Spagna. Non hanno nessun sintomo spagnolo. Anche coloro che hanno un nonno andaluso che è venuto a cercare lavoro nella metropoli del nord sono in difficoltà. A Madrid è diverso. I democratici si riconoscono in una certa narrazione nazionale. La loro voce non è facilmente trasmessa. Un sintomo di questo è che la voce più forte, nelle  manifestazioni anti-indipendentiste a Barcellona, è stata quella del peruviano, liberale e marchese di nascita, Mario Vargas-Llosa. La sindaca di Barcellona, Anna Colau ha trovato una posizione originale. Ha fatto sapere che non era per la dichiarazione di indipendenza e non ha partecipato alle manifestazioni che la sostenevano. Ma sabato 21, denuncia “il giorno più terribile degli ultimi quarant’anni” e chiede al PSOE catalano di “non sostenere la decisione di Madrid di sospendere l’autonomia catalana.”[9] La signora Colau non si identifica con i campi massificati, è eretica e sostiene un desiderio deciso di democrazia. Parla alle orecchie degli analizzanti, che sono tutti lacerati, sconvolti, facendo sentire con quale giustezza Lacan ha potuto enunciare che “L’inconscio è la politica”, con le conseguenze che Jacques-Alain Miller ha saputo evidenziare.[10] In ogni caso, il Forum del 18 novembre si svolgerà in un momento fecondo del desiderio di democrazia in Europa.

Il desiderio di democrazia e il populismo.

La democrazia è la capacità di sopportare tutte queste contraddizioni senza farsi sopraffare o deprimere. E’ volere il dibattito e mettere in parole i rapporti di forza. Non è l’unica forza, ma è tenerne conto, volendo superarla. Per questo osiamo parlare di desiderio di democrazia, mentre ci si riempiono le orecchie di desiderio di populismo. Il titolo del nostro Forum non va da sé. Come parlare di Desiderio deciso di democrazia, mentre la parola democrazia nomina una perdita e  un’ impossibile. Limitandoci alla Francia, Marcel Gauchet, Raphael Glucksmann, Jean-Claude Milner, Jacques Rancière, Paul Ricoeur, che non hanno nulla in comune, neanche un’idea politica, sono d’accordo su un punto. La Democrazia è il lutto dell’Uno. Il populismo è l’entusiasmo dell’egemonia, la restaurazione dell’Uno.

Marcel Gauchet, nel suo libro La Démocratie contre elle-même, enuncia che “è in questo che consiste specificamente la politica: essa è il luogo di una frattura della realtà”. Tuttavia, questa frase è enunciata nell’epoca di euforia delle democrazie, dopo la caduta del muro di Berlino. Tredici anni dopo, Tony Blair parla in una atmosfera più scura, facendo nel 2014 una serie di conferenze dal titolo “Is democracy dead?”. Marcel Gauchet,[11] lui, aveva già messo in valore che il trionfo delle democrazie non genererebbe alcun entusiasmo, piuttosto un certo affetto depressivo, certo più light che al giorno d’oggi. Egli ne vedeva la causa nel fatto che in democrazia la verità non è mai una, che essa si divide in opinioni contrarie.

Raphaël Glucksmann, del quale ho frequentato il padre quando animava il cineclub a HEC, con Jean-Jacques Brochier, prima dello sviluppo della sua opera e poi dopo negli “avvenimenti del 68”, vede nel momento Catalano che stiamo attraversando il richiamo dell’origine tragica della democrazia politica, e della necessità di attraversare la discordia senza limite. Egli formula col suo abituale talento nella scrittura il dilemma: “Questo superamento del tragico nel politico è raccontato nella “Orestiade” di Eschilo, il nostro racconto originario e comune, quello degli avvenimenti di Atene quando le Erinni, le dee di una discordia senza fine né limite, si trasformano in Eumenidi e prendono posto nel cuore della città, facendo nascere sulla scena la prima democrazia della storia… In Catalogna, due legittimità si oppongono. Il diritto di un popolo a disporre di sé stesso e il diritto di uno Stato a fare applicare il diritto. Gli indipendentisti, sicuri della giustezza della loro causa, giocano la carta del fatto compiuto illegale. Il governo centrale, sicuro della giustezza della sua causa, gioca la carta della repressione legale. Le azioni di entrambi rinforzano la certezza dell’altro di essere nel suo “buon diritto”. Ci sono gli ingredienti di una tragedia. Come non condannare il vergognoso pestaggio di pacifici cittadini, armati di un una semplice scheda di voto? Come non vedere che una autoproclamata indipendenza aprirebbe un vaso di Pandora, quello delle frontiere all’interno della UE, di cui secoli di massacri nazionalisti avevano ordinato la chiusura?”.[12] Egli non vede soluzione se non in un appello a un desiderio di democrazia, quel che egli chiama “la politica come solo orizzonte”.

Pierre Ricœur, mentore di Emmanuel Macron, ci dicono, mette in valore la politica come luogo di un lutto, di una rinuncia all’identità del soggetto politico. L’identità inesistente deve cedere il posto a l’identità narrativa, nozione che deve molto al soggetto secondo Lacan. Il non riconoscimento dei debiti complessi di Ricœur verso Lacan aveva, al loro tempo, provocato l’ira del nostro maestro. Per l’identità narrativa, essa è stata prodotta dopo la morte di Lacan, ma i lacaniani vi ritrovano accenti familiari. “Questa nozione, che appare per la prima volta in Ricœur, nella conclusione di Temps et récit (Seuil, 1983-1985), si fonda sull’idea che ogni individuo si appropria, anzi si costituisce in una narrazione di sé sempre rinnovata. Non si tratta di una storia oggettiva, ma di quella che, scrittore e lettore della mia propria vita, “io” mi racconto su di me. L’identità personale si costituisce così sul filo delle narrazioni che essa produce e di quelle che essa integra continuamente. Ciò facendo, lungi dal fissarsi in un nocciolo duro, l’“io” si trasforma attraverso i suoi racconti, ma anche attraverso quelli che sono trasmessi dalla tradizione o dalla letteratura che vi si aggiunge, non smettendo di ristrutturare l’insieme della storia personale.[13] Il soggetto “puntuale e evanescente”, come diceva Lacan, e che non può definirsi di una essenza o di una omeostasi fissa, non può che articolarsi alla catena significante, a ciò che può essere qualificato come storia narrativa. Ma ciò che, in Lacan, è prima di tutto esistenza logica[14], resta in Ricœur, lettore come Habermas del primo Lacan, una esistenza storica: “Senza il soccorso della narrazione, il problema dell’identità personale è in effetti votato a una antinomia senza soluzione: o si pone un soggetto identico a se stesso nelle diversità dei suoi stati, o si sostiene, al seguito di Hume e di Nietzsche, che questo soggetto identico non è che una illusione sostanzialista, la cui eliminazione non lascia apparire che una pura varietà di cognizioni, di emozioni, di volizioni. Il dilemma scompare se, all’identità compresa nel senso di un medesimo (idem), si sostituisce l’identità compresa nel senso di un sé stesso (ipse); la differenza tra idem e ipse non è altro che la differenza tra una identità sostanziale o formale e l’identità narrativa.”.[15] È ciò che permette a François Dosse di sottolineare che Emmanuel Macron tenta di dare alla Francia un racconto narrativo in movimento, che permette una visione futura, scuotendo qualche pilastro del racconto narrativo conservatore: “Emmanuel Macron dà una definizione della Francia che rinvia a una incessante costruzione narrativa e non, come certuni dicono, alla semplice ripresa del romanzo nazionale lavissiano glorificatore degli eroi di gesta epiche.”[16] Bisogna dunque volere sopportare il lutto dell’identità e desiderare questo rimaneggiamento senza fine operato dall’Altro che parla in noi, lasciando un margine per l’invenzione dell’ipse.

Lasciamo da parte la questione dell’articolazione del soggetto e del godimento, nel fantasma e le sue passioni, perché ne abbiamo trattato altrove. “Che cosa fa sì che, da Erdogan a Putin, fino a Xi Jin Ping, e attraverso la crisi delle democrazie europee, vediamo sorgere una serie di leader molto differenti, ma che hanno in comune il tratto di dirigere da soli o di volerlo fare differenziandosi dal sistema. La parola sistema è uno schermo per designare la democrazia rappresentativa nel suo molteplice. Questa serie di leader può essere considerata non a partire da una classe supposta unificata sotto l’etichetta populismo, ma considerando nella sua diversità il tipo di fantasma che essi propongono di condividere, quale è il godimento in gioco, qual è l’evento di corpo proposto da ciascuno. Si potrebbe così considerare la serie dei leader detti populisti senza metterli in un sacco comune, malgrado il fatto che sorgano dappertutto, su tutta la superficie del pianeta, in regimi politici molto differenti. Essi si autorizzano volentieri dalla tradizione e dal Nome-del-Padre, ma per farne a meno.”[17]

Anche Jacques Rancière sottolinea il lutto dell’Uno al cuore del desiderio di democrazia. “Lo scandalo democratico consiste semplicemente nel rivelare questo: non ci sarà mai, sotto il nome di politica, un principio Uno della comunità, legittimante l’azione dei governanti a partire dalle leggi inerenti all’unione delle comunità umane. Rousseau ha ragione a denunciare il circolo vizioso di Hobbes che pretende di provare la insocievolezza naturale degli uomini supponendo degli intrighi di corte e delle maldicenze dei salotti. Ma nel descrivere la natura dopo la società, Hobbes mostrava anche che è vano cercare l’origine della comunità politica in qualche virtù innata di socievolezza”.[18] È questo che il populismo ricerca, la virtù innata d’identità che abolirebbe l’irrimediabile discordia e farebbe dell’Uno egemonico la nuova legge del cuore del popolo.

Il desiderio di democrazia e i migranti come sintomo

Le elezioni nella Repubblica Ceca e in Austria hanno, una volta di più, messo in valore la distanza che si instaura tra l’est e l’ovest dell’Europa. Ci ricordiamo come l’amministrazione Bush vi abbia giocato parlando di nuova Europa per indicare questo Oriente appena ammesso nell’allargamento a 27 paesi dell’Unione Europea. I ventisette dapprima hanno protestato, ma dopo il respingimento delle ondate di migranti che passavano per le strade dei Balcani nell’estate 2015, e la chiusura delle frontiere dell’Ungheria, della Polonia, della Repubblica Ceca, della Slovacchia, che ha provocato la dichiarazione di accoglienza della sig.ra Merkel, si sono arresi all’evidenza. Una nuova cortina di ferro si è installata e separa le due Europe. In Occidente è stato installato un potente filtro di sicurezza, reso possibile da una collaborazione inter-stati, dapprima messo in scacco dai molteplici attentati ordinati dall’ISIS, poi poco a poco più efficace per arrestare l’ecatombe, anche se tutta l’Europa non smette di sventare ogni mese parecchi attentati. La lotta contro il Califfato decaduto non termina con la caduta di Rakka e come diceva Althusser “L’Avvenire dura a lungo”.

Sono passati due anni, con dei soprassalti imprevisti. La Germania denazificata, contrariamente all’Austria, ha dovuto tuttavia adattarsi all’ascesa elettorale di AfD e il politologo bulgaro Ivan Krastev fa valere in modo eterodosso il punto di vista dell’Europa dell’est, sulla questione dei rifugiati, che si tratti di quelli delle guerre civili dei Balcani, delle guerre civili del Medio-Oriente, di quelli che arrivano dall’Africa sud sahariana. Egli dà forma umana alle cifre terribili di cui si tratta.  Soltanto per quanto concerne la Siria, hanno lasciato il paese 7 milioni di abitanti su un totale di 22 milioni. Un milione e mezzo soltanto, quelli più qualificati, hanno raggiunto l’Europa. Per Krastev, tralasciando le differenze di status economico, i migranti sono “dei dannati della terra che, data la mondializzazione, cambiano paese non potendo cambiare governo. Una decisione razionale. Come aveva preannunciato Raymond Aron, “l’ineguaglianza tra i popoli ha il senso che una volta aveva l’ineguaglianza tra le classi”.[19] Egli propone una versione dell’opposizione tra la buona accoglienza dei rifugiati in Germania nel 2015 e il rigetto del “gruppo Višegrad”. “La tempestività con cui la Germania ha abbracciato i valori cosmopoliti fu anche un modo di sfuggire all’eredità xenofoba del nazismo, mentre l’anticosmopolitismo in vigore in Europa centrale è in parte radicato in una avversione per l’internazionalismo una volta imposto dal comunismo.[20] Invece, dà uno statuto parallelo alla crisi dei rifugiati e all’assenza di fiducia delle popolazioni verso le loro élite, facendo un legame tra rigetto dello straniero e rigetto della divisione democratica. “Se un certo numero di Europei votano per dei partiti populisti, non è soltanto in relazione alla crisi dei rifugiati, ma anche perché, da diversi anni, non hanno più alcuna fiducia nelle loro élite…. Ormai l’unione “sempre più stretta” tra Europei e “la democrazia approfondita” sono diventate due nozioni antinomiche, riconosce Krastev.[21] L’Europa è divisa a est e la narrazione Europea dell’unità ritrovata al di là della cortina di ferro crolla. L’Europa dell’Est non ha la stessa storia di quella dell’Ovest nella sua relazione con i Balcani e con l’impero Ottomano. Dopo tutto, l’ultima sede di Vienna risale al 1683 e aspetta un grande romanzo o un film per insegnare all’Europa che cosa è successo.

La nostra è l’epoca delle guerre tra stati disfunzionali, o falliti, di altre guerre condotte da superpotenze ferite, o di guerre di religione, tutte guerre che conducono sulle vie dell’esilio milioni di migranti. La questione dei migranti passa in primo piano rispetto a quella dei diritti. Qualcuno come Giorgio Agamben l’ha considerata la prova della fine della democrazia parlamentare liberale, sostituita dallo stato dell’eccezione permanente, che dichiara privo di diritti chi non è più cittadino in nessun luogo. Fondandosi sul Diritto Romano, egli vede nel migrante l’attualizzazione della figura dell’esiliato, dell’homo sacer.[22] Al contrario, Jean-Claude Milner mostra che la questione del migrante, di colui che non è più cittadino, rinnova la lettura dei diritti dell’uomo e del cittadino. Seguiamo il suo ragionamento. Prima di porre la questione del potere e dei diritti del cittadino, la Rivoluzione pone i diritti dell’uomo in quanto tale. Di fronte alle critiche che hanno denunciato l’astrazione di questo uomo oppure, come nella tradizione marxista, la sua incarnazione troppo chiara dei diritti ideali del borghese, Milner considera che questi diritti siano perfettamente incarnati in quanto diritti dell’essere parlante preso nella sua pura qualità di essere parlante. “Gli esseri parlanti sono dei corpi parlanti. Gli esseri parlanti sono parecchi perché hanno dei corpi”.[23]. E questa riduzione annuncia l’essere parlante sessuato del freudismo, avvalorata dall’ultimo insegnamento di Lacan col nome di parlessere che ha un corpo. “A ben pensarci, l’uomo della Dichiarazione annuncia l’uomo/donna del freudismo: a differenza dell’uomo delle religioni e delle filosofie, egli non è né creato né dedotto egli è nato; in questo consiste il suo reale”.[24]

L’obiezione marxista sull’astrazione dei diritti perde la sua consistenza davanti alle situazioni d’urgenza e di maltrattamento che si sviluppano: “Di fronte agli accampamenti dei rifugiati, il linguaggio marxista è frivolo. I diritti comincerebbero quindi con gli escrementi e le secrezioni? Perché no? avrebbe domandato Freud […]. I diritti dell’uomo/donna riassumono ciò che fa sì che un uomo e una donna non si trattino come animali; essi iniziano quindi in prossimità dell’animalità.   Quand’anche siano stati tolti agli individui i loro meriti e demeriti, le loro azioni innocenti o colpevoli, in una parola le loro opere, ciò che resta ha dei diritti. Straccio, spazzatura, fossa, la maggioranza delle religioni, delle filosofie e degli eroismi, disprezzano questa parte maledetta”.[25].

Se si ammette che i diritti del parlessere ricoprano la presa in conto della parte maledetta così enunciata si può arrivare a pensare che i diritti dell’uomo ci fanno cogliere che i diritti dei migranti impegnano quelli del parlessere. Al termine del Seminario XXIII, Lacan sostituisce l’esilio dei corpi nella storia all’ex-sistenza del soggetto dell’inconscio: “Joyce nega che accada qualcosa in quello che si ritiene venga preso come oggetto dalla storia degli storici. A ragione, poiché la storia non è niente di più che una fuga, di cui si raccontano solo gli esodi. Con il suo esilio egli ratifica la serietà del suo giudizio. Solo i deportati partecipano alla storia: dato che l’uomo ha un corpo, è tramite il corpo che lo si ha. Rovescio dell’habeas corpus. Rileggete la storia: è tutto quello che vi si legge di vero. Quelli che credono di fare da causa nel suo guazzabuglio sono indubbiamente a loro volta dei profughi di un esilio da essi stessi deliberato, ma il farsene sgabello li acceca”.[26]

Se ne deduce non solo una politica dei diritti, ma una politica del sinthomo, che implica nuovi desideri di democrazia. Il misconoscimento del sintomo migrante passa attraverso l’affermazione del comunitarismo populista, col suo ripiegamento narcisistico. Di fronte all’identificazione narcisistica con lo stesso, l’identificazione comunitarista, la politica del sintomo mira al partner da decifrare. La credenza identitaria porta in germe la sua follia, inclusa quella sotto la forma logica secondo la quale “mi affretto ad identificarmi allo stesso per paura che non mi si riconosca più come uomo”. I migranti non sono né riducibili a un “desiderio d’occidente” che li alienerebbe senza rimedi, né alla figura opaca di una folla minacciante, ridotta alle sole cifre. Essi sono caso per caso. Decifrare il sintomo migrante è poterlo trattare effettivamente. Un po’ di Realpolitik è necessaria. Bisognerà, di fronte ai milioni di migranti attesi, costruire dei filtri e delle zone umanitarie di accoglienza nei paesi di partenza. Occorrerà pertanto migliorare gli esordi della nuova politica messa in atto da quest’anno dai francesi e dagli italiani che sono in prima linea. L’universale dei diritti dell’uomo deve sempre essere commisurato al caso per caso dei molteplici traffici d’immigrazione possibili. Papa Francesco ha saputo trovare le parole per farsi portavoce di una nuova figura del prossimo. Egli contribuisce in maniera determinante a che l’Italia resista ammirevolmente alle difficoltà dell’accoglienza delle nuove ondate migratorie, in particolare  quelle provenienti dall’Africa subsahariana. Gli incidenti di questa estate a Roma hanno lasciato delle tracce, ma sono ormai superati. Ne ascolteremo il seguito a Torino in novembre e a Roma a febbraio.

 

 

Hanno lavorato alla traduzione Sergio Caretto, Giampaolo Eugenio D’Errico, Norma Stalla

[1] Ducourtieux C. et Bernard P., «Brexit, le casse-tête en prélude au sommet européen», Le Monde, 19 octobre 2017

[2] Travis A., Hate crime surged in England and Wales after terrorist attcks, The Guradian, 17 octobre 2017

[3] «En Autriche, l’extrême droite en embuscade», Le Monde, 17 octobre 2017

[4] “ L’Autriche aborde les élections législatives dans une forme insolente “, Le Monde, 15 octobre 2017

[5] Vitkine B., “Andrej Babis, milliardaire populiste à la conquête du pouvoir en République tchèque”, Le Monde, 20 octobre 2017

[6] Vedere l’articolo dell’ormai celebre tandem Gérard Davet et Fabrice Lhomme dans Le Monde du 14 septembre 2017.

[7] Connan J., “Vénétie, Lombardie :en Italie du Nord, l’autre référendum “, Le Figaro online, consulté le 20 octobre 2017.

[8] Su tutte queste questioni leggere gli eccellenti articoli sul blog del nostro Forum e su quello di Zadig-España de Rosa Elena Manzetti, Ana Aromi, Miquel Bassols, Enric Berenguer, Paola Bolgiani, Joaquim Carretti, Gustavo Dessal, Santiago Castellanos, Domenico Cosenza, Francesca Vila, e di tutti quelli che non posso citare nella loro estensione. Tanti saranno presenti al Forum di Torino. La discussione sarà appassionante.

[9] Isabelle Piquer, “Démonstration de force des indépendantistes catalans dans les rues de Barcelone”, La Matinale du monde du 22 octobre.

[10] Miller J.-A., Cours du 15 mai 2002, inédit

[11] Gauchet M., La Démocratie contre elle-même, Paris, Gallimard, 2002, p.192

[12] Glucksmann R., “Catalogne : la politique comme seul horizon “, L’Obs, 12 octobre 2017

[13] Arrien S.-A., “Ricoeur et l’identité narrative “, Le Point, 21 juillet 2017

[14] Miller J-A, l’Etre et l’Un, Cours de 2010-2011, inédit

[15] Arrien S.-A., “Ricoeur et l’identité narrative”, Le Point, 21 juillet 2017

[16] Flandrin A., “Comment Emmanuel Macron a placé Paul Ricoeur au pouvoir”, Le Monde, 19 octobre 2017

[17] Laurent E., “Populismo y acontecimiento del cuerpo, Lacan Quotidien”, 10 mai 2017

[18] Rancière J., La Haine de la démocratie, La fabrique éditions, 2005, p.58

[19] Lemaître F., “L’Europe en route vers l’abîme” (Sur Le Destin de l’Europe, d’Ivan Krastev, éditions Premier Parallèle, 2017), Le Monde, 11 octobre 2017

[20] Lemaître F.,” L’Europe en route vers l’abîme “(Sur Le Destin de l’Europe, d’Ivan Krastev, éditions Premier Parallèle, 2017), Le Monde, 11 octobre 2017

[21]Lemaître F., “L’Europe en route vers l’abîme “(Sur Le Destin de l’Europe, d’Ivan Krastev, éditions Premier Parallèle, 2017), Le Monde, 11 octobre 2017

[22] Agamben G., L’homo sacer, Einaudi, Torino 1995.

[23] Milner J.-C., Relire la Révolution, Verdier Edition, 2016

[24] Ibid., p. 263

[25] Ibid., p. 261

[26] Lacan J., Joyce il sintomo, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 560-561