Tu non sai
Se pensiamo il transfert negativo a partire dal sospetto trasformato quasi in certezza, possiamo considerare il sospetto come una risposta all’interpretazione in quanto tale, vale a dire come una risposta al messaggio di svalorizzazione che viene dall’Altro. Questo possiamo includerlo nel circuito lacaniano classico.
Così come la risposta al messaggio di svalorizzazione che viene dall’Altro è il sospetto, analogamente tutta la serie di manifestazioni ostili si definisce pure come transfert negativo. In questo contesto qualsiasi interpretazione può comunicare un messaggio di svalorizzazione al punto che interpretare equivale a dire al soggetto: “Tu non sai quello che dici”. In questo modo qualsiasi interpretazione può assumere il valore di desupposizione di sapere e, sebbene l’analista resti in silenzio, non appena nell’analisi si respira un’atmosfera d’interpretazione può prodursi un significato di svalorizzazione, un “tu non sai quello che dici e non sai quello che fai”.
E questo “tu non sai” – che è quasi costitutivo della posizione stessa dell’analizzante – è quanto rende il transfert negativo il dramma inaugurale dell’esperienza analitica, secondo una definizione un po’ patetica, romantica, di Lacan.
Possiamo vedere tutto ciò nell’isteria. Lacan parla dell’isterizzazione del paziente quando l’analista riesce a comunicare al paziente, attraverso il suo interessamento, il suo ascolto, che cosa preziosa sia il soggetto. Egli, però, può comunicare anche che è una cosa cattiva, una merda, e anche questa è l’isterizzazione, è come se si dicesse: “Che cosa preziosa è il tuo carattere di merda”. A volte questo capita nell’isteria quando l’analista viene molto idealizzato; in questo modo, soprattutto quando l’analista è molto idealizzato ed elogiato, all’inizio il soggetto si sente come ridotto a zero di fronte alla presenza dell’analista, catturato da un “non so niente in confronto a lei”.
Ho incontrato il caso di una donna per la quale venire in analisi significava piangere. Ed è vero che nella sua storia aveva motivi passati, presenti e potenzialmente futuri che la facevano piangere. Però questo è durato sino al momento in cui ha sentito che la mia sola presenza – che era attenta e benevola – la disperava precisamente per tutto il bene che ella supponeva in me.
Possiamo utilizzare questo esempio per localizzare la struttura del transfert negativo. In primo luogo il soggetto entra nell’esperienza come mancanza-a-essere, il che può essere colto in modi differenti, a livello del sintomo, a livello dell’esperienza del proprio vuoto di parola ecc. L’analista, al contrario, entra nell’esperienza analitica in quanto “essere”, suppostamente colmo della sua mancanza d’essere (questo perlomeno nella posizione lacaniana che non colloca l’analista dal lato dell’inconscio, che non si appoggia, cioè, sul registro del controtransfert). Il transfert negativo si nutre di questo livello primario in cui l’analista si presenta come essere, come oggetto agalmatico.
Lacan ha definito questo essere dell’analista non come un essere di sapere, un essere fallico, ma come qualcosa che porta ciò di cui, a sua volta, il soggetto è privato. Si può affermare, quindi, che ciò che produce o suscita questo essere è l’odio; il solo fatto con l’analista si presenta come essere giustifica l’odio. Lacan lo esprime giustamente in questi termini: l’odio si dirige all’essere.
Dissimmetria
Vediamo, dunque, introdursi una certa dissimmetria tra l’amore e l’odio. L’amore si dirige all’immagine, è molto più vincolato alla forma, all’apparenza in quanto si fonda sul narcisismo mentre, al contrario, l’odio si dirige all’essere (questa lettura corrisponde al primo periodo dell’insegnamento di Lacan; in seguito, invece, egli ha cercato altri modi di definire l’amore).
Nello stadio dello specchio c’è simmetria tra l’amore e l’odio; esiste, però, un’altra prospettiva secondo cui l’odio è più vero dell’amore poiché l’amore inganna circa la naturalezza dell’oggetto coperto dall’immagine; l’odio, dunque, nella sua ricerca dell’essere, lascia da parte le apparenze. Alla fine del suo insegnamento Lacan dirà che l’odio può essere una passione lucida.
Nella nevrosi ossessiva, nel registro della domanda, questo si può notare non solo nell’analisi ma anche nella vita quotidiana, fuori dall’analisi. Quello che si osserva nell’ossessivo è che il solo fatto di chiedere produce in lui un odio terribile; a volte, quindi, si può essere tentati di dargli la cosa per calmare l’odio suscitato dal fatto stesso di chiedere, benché il fatto di dare possa essere interpretato anche come un insulto, e questo sarebbe la prova per cui uno tiene quello che gli manca.
La richiesta ossessiva è una delle cose più spaventose. Non dico solo nell’analisi, dico fondamentalmente fuori dall’analisi, dove non si dispone della manovra analitica. Questa richiesta in realtà corrisponde a un “ti offro il mio odio”. Non è a caso, infatti, che Freud abbia segnalato il problema del transfert negativo nei pazienti maschili ossessivi.
Penso che quanto ho detto possa bastare, per ora, come introduzione.
Traduzione di Adele Succetti
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Estratto da “Il transfert negativo” di Jacques-Alain Miller, in La psicoanalisi, n. 27, Astrolabio, Roma, 2000, pp. 26-28.
Ringraziamo Antonio Di Ciaccia, Direttore Responsabile de La psicoanalisi, per l’autorizzazione a pubblicare questo estratto sul sito SLPcf; in preparazione alla giornata clinica L’amore e l’odio e al XXII Convegno SLPcf Clinica delle rotture amorose.

