Una scommessa

di Paola Francesconi – AME SLP, AMP

Il titolo di questo Convegno prosegue e si distacca al contempo, per ragioni di soggettività epocale del nostro mondo in rapida trasformazione, dalla trilogia dei Congressi AMP evidenziata da Jacques-Alain Miller nelle sue presentazioni ai Congressi del 2012, 2014, 2016 che implicano il nostro reale tramite tre approcci diversi.
Qui, così lo leggo personalmente, il reale nominato in modo diretto può chiamare ad un confronto anche gli irriducibili alla psicoanalisi, o comunque coloro che del reale hanno un’idea ben precisa e non residuale, un’idea tutta sola potremmo dire. Mi riferisco alla fisica, la logica, le matematiche, la medicina ecc….
Ma il sesso? Il reale del sesso per noi è un’inesistenza, del rapporto sessuale, appunto. Non esclude affatto il dire a favore dell’evidenza di un reale, anzi: come dice Lacan nel Seminario XIX, il dire occupa il posto vuoto da preservare nel linguaggio, pena il peggio. “Se vi allontanate da lì”, cioè dal dire, afferma, “non farete che dire peggio”1.
Ed il miglior modo del peggio dire il non rapporto sessuale è, per esempio, la pornografia.
La pornografia porta all’evidenza il rapporto sessuale come esistente, realizzato, amputato del velo che copre l’immagine dal suo niente, al di là dell’oggetto. L’immagine positivizzata, decurtata dell’irrappresentabile che l’abita, è l’appiattimento del niente nella rappresentazione del coito realizzato. Quel che si perde è la dimensione fantasmatica soggettiva barrata al visibile nonché al dicibile, per diventare schermo, film, di un fantasma tutto spostato dal lato dell’osservatore, non di chi compie l’atto. Come dice Jacques-Alain Miller: “Che cos’è il porno se non un fantasma filmato”2. Con la perdita della valenza trascendente dell’oggetto, non più accompagnato dal suo al di là, si perde la valenza singolare del fantasma, a favore di un supposto fantasma collettivo, di un’eccitazione supposta collettiva. E con tale perdita si perde anche quel posto vuoto in cui abita il dire, quel dire che obbliga il detto a compiere più e più volte i giri attorno a quel posto vuoto, a quella x, dell’enunciazione, attorno all’impossibile a dire.
Il corpo che gode nell’evidenza è un corpo porno, che va incontro all’altro, omo o etero sessuato che sia, poiché, in ambedue i casi, è l’altro sesso. Invece, come ci fa notare J.-A. Miller, il nostro corpo non è un corpo che gode, potremmo dire, dell’altro, che va incontro all’altro, come nel corpo porno, non è, egli dice, un “corpo porno, ma un corpo freudo: si tratta del corpo in quanto si gode. È la traduzione lacaniana di ciò che Freud chiama autoerotismo. Il detto di Lacan Non c’è rapporto sessuale non fa che riflettere questo primato dell’autoerotismo.”  Ed alcune righe dopo, a proposito del come Lacan costruisce il non rapporto: “Quando dice Non c’è rapporto sessuale, si posiziona a livello del reale, e non a quello dell’essere, dove di rapporto ce n’è quanto ne vuoi.”3.
Se dunque il corpo porno è portato all’essere, il corpo lacan/freudo è quello dell’autoerotismo come inesistenza dell’alterità del coito realizzato nell’abbaglio del C’è rapporto sessuale.
Il godimento che viene allora a collocarsi a livello del Non c’è è il godimento fallico, che accompagna, però tramite il dire, il linguaggio, il si gode riflessivo, ed inaccessibile alla parola, del corpo. Il godimento fallico, che ripartisce il sesso in modo assolutamente dissimmetrico tra maschile e femminile, avvicina il dire alla sessualità nel modo migliore, poiché non esclude dal sesso ciò che è asessuato, ovvero la dimensione dell’oggetto a, la dimensione residuale del reale in gioco, residuale dall’immaginario e dal simbolico.
Le formule della sessuazione organizzano il sesso, la sessualità, attorno al godimento fallico come funzione e non come significazione, che costituirebbe un’altra forma, senz’altro più elegante, del dicibile. Il godimento fallico è il punto di partenza attraverso il quale declinare l’inesistenza in due modi diversi per quanto attiene al maschile ed al femminile. Nell’uomo la funzione fallica rinvia all’alterità del sesso tramite il reperimento nell’altro dell’oggetto a, di una parte del corpo dell’altro, positivizzandola così in una forma di godimento che c’è, ma c’è fantasmaticamente, non nell’evidenza. L’uomo ha il suo proprio modo di negare l’esistenza, attraverso la funzione dell’almeno uno che sfugge alla funzione fallica e che, così, con l’eccezione, chiude l’insieme uomo come universale.
Mentre dal lato femminile il godimento fallico è un godimento raggiunto diversamente, per procura, si potrebbe dire, ed aperto ad un al di là che ribadisce un non tramite quello che Lacan chiama, nel Seminario XIX, godiassenza4, un godimento che si situa, come egli dice, tra centro ed assenza. Il che designa nel femminile una forma di godimento, che non è un non-godimento, come Lacan tiene a sottolineare.  Per una donna l’almeno uno, necessario all’universalizzazione dal lato maschile, fondante il “per ogni uomo”, non è così necessario; è, bensì, contingente nel farle incontrare il godimento fallico per procura, come dicevo, ovvero attraverso l’altro, un uomo, all’occorrenza. Dal lato donna si fa valere un non della discordanza, più che il non della semplice negazione, per esempio dell’organo fallico di cui è freudianamente supposta mancare. Il suo godimento non è chiuso su di sé, ma aperto ad un’alterità del senza limite, non circoscritta, non centrata, ma altalenante tra un essere lì ed un’assenza, un altrove cui punta. Mentre quello dell’uomo è più un godimento, una godipresenza centrata su di sé, sull’Uno del godimento del si gode, residuale al fallico.
Dunque, per concludere, anzi per aprire, il reale del sesso può costituire una scommessa di confronto e di una sfida nominante a quanti potranno meglio intendere quello che per noi è davvero un reale, così inedito da rovesciare in inesistenza ciò che spesso si scivola a circoscrivere, a pretendere di localizzare?   

[1] J. Lacan, …Il seminario. Libro XIX, …o peggio, 1971-1972, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2020, p. 6
[2] J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante, in Associazione Mondiale di Psicoanalisi, Scilicet. Il Corpo Parlante. Sull’inconscio nel XXI secolo, X Congresso AMP, Rio de Janeiro, Alpes Roma 2016, p. XXIV
[3] J.A. Miller e Antonio Di Ciaccia, L’UNO-TUTTO-SOLO, Astrolabio, Roma 2018, p. 131
[4] J. Lacan, Op. cit., p.117

Il reale del sesso

di Antonio Di Ciaccia – AME SLP, AMP

Quando c’è un collegamento determinativo, come nella frase Il reale del sesso, è sempre utile esercitarsi, ricorda Lacan, poiché può avere due sensi completamente opposti.
Il desiderio di un bambino – per esempio – se lo leggiamo come genitivo oggettivo vuol dire che un bambino viene desiderato, mentre se lo leggiamo come genitivo soggettivo vuol dire che c’è un bambino che desidera. Lacan porta anche un altro esempio: La legge del taglione. Può voler dire istituire il taglione come legge e può voler dire ciò che il taglione articola come legge, ossia occhio per occhio e dente per dente1.

Esercitiamoci dunque con il titolo del nostro futuro convegno: Il reale del sesso.

Il reale del sesso, se lo leggiamo per un verso, vuol dire reperire ciò che è reale nel sesso.
Se lo leggiamo per un altro verso, vuol dire reperire ciò che è reale a partire dal sesso.
In ambedue i casi come sottofondo c’è la questione che si pone Lacan: qual è la funzione del sesso in psicoanalisi?

Partiamo dal primo verso: ciò che è reale nel sesso.
Cito Lacan: “Non c’è il minimo dubbio che il sesso sia reale. E la sua struttura è il duale, il numero due. Checché se ne pensi, di sessi ce ne sono solo due: gli uomini e le donne”2.

Chiaro, dunque: il sesso reale concerne gli uomini e le donne.
Qui Lacan sembra andare a braccetto con le concezioni correnti, addirittura quelle triviali e che crediamo esserci suggerite dalla natura, eventualmente prendendo come metro quello che egli chiama “il modello animale”3.
Modello che farebbe sì che sul piano sessuale ci sarebbe un rapporto articolabile, tra quello che va bene a coloro che sono di uno stesso sesso e quello che va bene a coloro che sono dell’altro sesso.

Però Lacan, dopo aver dichiarato che di sessi ce ne sono solo due continua: “Ci si ostina ad aggiungere gli alverniati, ma è un errore. A livello del reale non ci sono gli alverniati”4.

Che diamine centrano gli alverniati, questi popolani della regione del Massif Central che è l’Auvergne?
Cercando di qua e di là ho trovato una probabile risposta. Nel 1781, all’occasione della battaglia di Wethersfield, foriera della presa di New York, al generale Georges Washington, che si meravigliava come i soldati francesi si battessero come degli uomini e danzassero come delle donne, il generale Jean-Baptiste Donatien de Vimeur conte di Rochambeau, capo delle truppe alleate dei coloni americani nella guerra di liberazione dagli inglesi, avrebbe risposto: non sono né uomini né donne, sono degli alverniati.
Lacan ricorre a questa battuta per chiarire il versante sesso reale, e ribadisce: nel sesso reale non ci sono gli alverniati, ci sono solo uomini e donne. Punto e basta. A livello del versante del sesso reale la struttura è rigorosamente duale.

Tuttavia precisa due piani.
Primo piano.
Cito: “Quando si tratta di sesso, si tratta dell’altro sesso, anche nel caso che gli si preferisce il proprio, [ossia il medesimo]”. Insomma c’è il sesso, quello che è il proprio, il medesimo, e poi c’è l’Altro, l’Altro sesso, quello che, altrove, egli chiama l’Eteros.
Se a livello del sesso reale la struttura è rigorosamente duale, il duale non è però quello che si pensa. In che cosa consiste questo duale?

Lo vedremo, dopo il detour che ci obbliga a fare la battuta del conte de Rochambeau.
Questa battuta permette a Lacan di chiarire il secondo punto. Il conte de Rochambeau attribuisce ai suoi soldati il termine che conviene: sono solo dei significanti.
Lacan è più esplicito ancora quando spiega perché si fosse rifiutato a far da spalla a Simone de Beauvoir per il suo libro Il secondo sesso. Praticamente Lacan le dice: cara la mia ignorantuccia (andate a vedere e constaterete che non mi scosto di molto da quanto le aveva detto), insomma, le dice, cito: “Non c’è un secondo sesso a partire dal momento in cui entra in funzione il linguaggio”5.

Eccoci arrivati al dunque.
Nel linguaggio non c’è un secondo sesso. Mentre due leoncini sono del tutto simili finché non viene loro la fregola – l’esempio è di Lacan –, il maschietto e la femminuccia sono fin dall’inizio totalmente diversi tra di loro, poiché, differentemente dai leoncini, è come significanti che essi assumono un sesso6.
Certo, “la piccola differenza c’era per i genitori già da un sacco di tempo, e ha già potuto esercitare degli effetti sul modo in cui sono stati trattati l’ometto e la donnina”7, continua Lacan. E quando le cose non quadrano si dirà per l’una: è un vero maschiaccio8, e per l’altro si dirà, almeno a Napoli, è una femminiella.
Questa piccola differenza passa, cito: “subdolamente nel reale con la mediazione dell’organo, precisamente in quanto questo cessa di essere preso come tale e al tempo stesso rivela che cosa voglia dire essere un organo: un organo è strumento solo per il tramite di ciò su cui si fonda ogni strumento, e cioè il fatto di essere un significante”9.

La piccola differenza è dell’ordine del significante.
Lacan qui porta un esempio, quello del transessuale. Cito: “È in quanto significante, e non in quanto organo, che il transessuale la rifiuta, la piccola differenza, patendo di un errore che è esattamente l’errore comune. La passione del transessuale è la follia di volersi liberare di questo errore, l’errore comune di non vedere che il significante è il godimento e che il fallo è soltanto il suo significato”10.

Lacan porta anche l’esempio dell’omosessualità femminile. Ma in realtà tutti gli esseri parlanti, uno per uno, hanno un rapporto più o meno disturbato con il fallo, tanto che si potrebbe dire, senza ridere, che ci sono tante forme sessuali quanti sono i parlesseri.

Da qui Lacan potrà avanzare, com’egli dice, questa verità: “che il sesso non definisce alcun rapporto nell’essere parlante”11.
Ecco quello che chiama non c’è rapporto sessuale.

È questo il secondo senso che ha “il reale del sesso”: a partire dal sesso il reale è che non c’è rapporto sessuale.
Tutta la lista che il Consiglio ci ha trasmesso per il futuro Convegno rientra in questa categoria. Leggetela e vedrete.
Perfino l’amore, rientra in questo secondo senso de “il reale del sesso”. L’amore infatti, come del resto è indicato nella lista, è una supplenza al fatto che “non c’è rapporto sessuale”.
E questo vale anche, anzi soprattutto, per quell’amore strano ma echt, genuino, autentico, come lo chiama Freud, che è l’amore di transfert.

Da tutto ciò quali lezioni possiamo trarre?
Prima lezione: il parlessere, qualunque sia il suo sesso anatomico, ha a che fare con il fallo e con le contingenze della sua significantizzazione, con, come conseguenza, una perdita – chiamata castrazione – che si presenta come una mancanza che è all’origine del desiderio, per cui, con Lacan, possiamo definire il fallo il significante del desiderio.

A questo punto, però, cito Lacan: “noi non sappiamo che cosa siano l’uomo e la donna. Per un certo tempo si è ritenuto che questa bipolarità di valori supportasse sufficientemente, anzi suturasse, quello che è il sesso”12.
E invece no, questa bipolarità è solo effetto del significante.
Ma come avviene questa bipolarità se non si basa sull’anatomia e se dire uomo o dire donna non vogliono dire altro che dei significanti senza determinazione. Che cosa conferisce loro la determinazione?

Ed ecco la seconda lezione di Lacan: la determinazione viene conferita tramite la funzione fallica, ossia Phi di x.
Questa funzione non è, dice Lacan, “una funzione del solito tipo”.
Se si articola questa funzione con un prosdiorismo, ossia con “ogni” oppure con “non-tutto”, cito: “l’argomento della funzione così contraddistinta [vale a dire la x in questione, la x indeterminata] assumerà significazione di uomo o [significazione] di donna a seconda del prosdiorismo scelto, vale a dire se si sceglie ogni oppure se si sceglie il non-tutto13.

Quindi Lacan ci dice che il parlessere si pone sul versante uomo o sul versante donna a seconda del prosdiorismo scelto, ossia o ci si situa sul versante “ogni”, oppure sul versante “non tutta”.
Evidentemente si tratta di una scelta inconscia. E qui viene a puntino che per effettuare questa scelta inconscia interviene un altro collegamento determinativo, ossia che il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro, da leggere nei due sensi, oggettivo e soggettivo.
Per il nostro lavoro quotidiano qui si innesta il fatto che nella cura per l’analizzante il desiderio dell’analista è il desiderio dell’Altro, anche questo da leggere come un collegamento determinativo da leggere nei due sensi.

A questo punto ritorniamo sul primo senso della frase “il reale del sesso”, ossia ritorniamo al sesso reale.
Qualunque siano le traversie che il parlessera ha con la sessualità, Lacan ci dice che il sesso reale è rigorosamente duale: ci sono solo due sessi, gli uomini e le donne. Ma non si tratta di quello che si pensa di solito, poiché si tratta di due modalità di godimento, uno all’insegna dell’“ogni” e l’altra all’insegna del “non-tutto”.
Per cui quando parliamo del “reale del sesso”, passiamo dal sesso duale, alla sessualità polimorfa provocata dall’ incontro con il significante, per approdare di nuovo, tramite l’incontro della funzione fallica con la logica, alla sessuazione, alla riva dove il sesso reale è duale, ma che non è quello dell’anatomia ma di due modalità di godimento ancorate nel corpo.

Il passaggio di Lacan da cui abbiamo preso spunto per interrogare “il reale del sesso”, ha comunque un enigma. Proprio quando Lacan parla di collegamenti determinativi, tira fuori la significazione del fallo, anzi, in tedesco, die Bedeutung des Phallus.
Come mai?
La significazione del fallo era stata la sponda sicura per attestare gli esseri parlanti, poco importa l’anatomia, sotto l’insegna del primato del fallo nell’ordine del simbolico.
Ma perché Lacan ritorna sulla significazione del fallo proprio quando prende in considerazione il godimento, prima riferendo questa significazione all’oggetto (a) e poi, più frontalmente, quando arriva a dire che il fallo è il significante del godimento? Lacan, non solo ogni volta ricorre al tedesco, e non solo a causa di Frege a cui fa riferimento, ma dice a più riprese che i suoi ascoltatori “non hanno capito un’acca”14, e constata che tutto sommato era normale che fosse così. Ma di chi sta parlando? Dei suoi interlocutori tedeschi oppure dei suoi ascoltatori dell’Aula Magna della Facoltà di Diritto al Pantheon?

Lacan aveva insistito per dire che “die Bedeutung des Phallus è, in realtà, un pleonasmo. Non c’è nel linguaggio altra Bedeutung se non il fallo. [E continua] Il linguaggio, nella sua funzione di esistente, non connota in ultima analisi che l’impossibilità di simbolizzare il rapporto sessuale negli esseri che lo abitano, precisamente in quanto è da questo habitat, il linguaggio, che ricevono la parola”15.

Ma qui fa un passo in più.
“Che cosa vuol dire la significazione del fallo? Un collegamento così determinativo bisogna sempre chiedersi se sia un genitivo oggettivo o soggettivo, differenza che illustro accostando due sensi opposti, rappresentati alla lavagna da due freccette”16, come si può vedere a pagina 43 del Seminario XIX.
Ma, dopo aver illustrato quel che intendeva con gli esempi riportati, quello del desiderio di un bambino e della legge del taglione, ci dice che per la significazione del fallo la freccia è “neutra [vale a dire che] la significazione del fallo ha questo di astuto, che ciò che il fallo denota è il potere di significazione”17.
Neutra vuol dire che per la significazione del fallo non conviene il collegamento determinativo. Che lo si prenda per un verso o per l’altro il fallo è il potere di significazione e il potere di significazione è il fallo.

Ma quello che è rivoluzionario è il fatto che il fallo, ossia il potere di significazione, non si applica solamente al campo del significante, ma anche al campo del godimento.
A livello del campo del significante, proprio a causa del linguaggio, il fallo è correlato con quella perdita che chiamiamo castrazione.
Al rovescio, nel campo del godimento, il fallo, nella versione di funzione fallica, si presenta già castrato per tutti coloro che parlano, ed esiste solo uno a non essere sottomesso alla funzione fallica.
Ma questo meno, implicito nella funzione fallica, si traduce in un più, poiché lascia che emerga un godimento supplementare che è ciò che è proprio del godimento femminile.

Il reale del sesso ha dunque due sensi.
Un senso è che il sesso reale è duale. Ma questo duale non è quello che si crede.
Un altro senso è che, a partire dal sesso, il reale consiste nel fatto che non c’è rapporto sessuale, e questo a causa dell’iscrizione del parlessere nel linguaggio.
Tutto ciò fa precisare in che cosa consista il duale del sesso reale: si tratta di due tipi di godimento, che non sono tuttavia complementari: un godimento universale e un godimento singolare che concerne uno per uno, anzi, poco importa il sesso anatomico, che concerne una per una.
I sessi sono due:
ma si tratta di due modalità di godimento,
uno, quello del binomio: parola/funzione fallica, che investe necessariamente chiunque sia nel linguaggio;
l’Altro, l’eteros, quello del binomio: silenzio/non-tutto rispetto alla funzione fallica.
Quest’ultimo godimento, da Lacan chiamato femminile, è supplementare al primo, ma Lacan lascia intendere che si tratta del godimento basico del corpo umano, non già però quello che c’era prima che la parola lo investa, ma quello che è stato rimodellato proprio perché la parola lo ha investito.


[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XIX.  …o peggio, Einaudi, Torino, 2020, p. 50.
[2] Ibidem, p. 151.
[3] Ibidem, p. 92.
[4] Ibidem, p. 151.
[5] Ibidem, p. 91.
[6] Ibidem, p. 26.
[7] Cfr. Ibidem, p. 10.
[8] Cfr. Ibidem, p. 11.
[9] Ivi.
[10] Ivi.
[11] Ibidem, p. 7.
[12] Ibidem, p. 34.
[13] Ibidem, p. 50.
[14] Ibidem, p. 48.
[15] J. Lacan, Il seminario. Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del linguaggio, Einaudi, Torino, 2010, p. 138.
[16] J. Lacan, Il seminario XIX, cit., p. 49.
[17] Ibidem, p. 50.

Le donne raccontano

di Marco Focchi – AME SLP, AMP

Sappiamo che Freud alla fine della sua vita era rimasto almeno con un enigma irrisolto, quello della sessualità femminile: non so cosa vuole una donna, diceva. Svelata la componente sessuale soggiacente all’isteria, messa in luce la sessualità infantile, Freud inciampava nel desiderio di Dora, che voleva la signora K, non suo marito come ci si sarebbe dovuto aspettare. D’altra parte non possiamo dire che l’epoca fosse favorevole a far parlare le donne del loro desiderio.

Ne abbiamo testimonianza da uno scrittore amico di Freud, Stefan Zweig, che ci ha dato uno straordinario affresco d’epoca nel suo bel libro Il mondo di ieri.

Se le donne di oggi a volte si sentono in obbligo, per non deludere il partner, di fingere l’orgasmo, sotto il regno della regina Vittoria, il cui alito morale ispirava l’Europa, le donne si ingegnavano piuttosto di nascondere l’orgasmo, se capitava loro di averlo, soprattutto se in un coito legale con il marito.

A quel tempo, secondo quanto racconta Zweig, non solo si ignorava la sessualità infantile, ma anche la sessualità femminile era completamente misconosciuta. Una donna di per sé non solo non doveva manifestare espressioni di sessualità, ma si considerava che una donna avesse accesso al desiderio sessuale solo per due vie: quella legale del matrimonio, e quella illegale, per corruzione. Se il desiderio femminile non veniva risvegliato dal fuoco vivificatore di quello maschile, l’ipotesi di fondo era semplicemente che non esistesse.

D’altra parte la cosa non si ferma al mondo di ieri, che per Zweig coincide con quello della Belle Epoque.

Uno stimato psichiatra come Paul Julius Moebius fa uscire un libro – la cui data di pubblicazione , per ironia della sorte, coincide con quella in cui vide la luce L’interpretazione dei sogni – con il titolo: L’inferiorità mentale della donna. Sembra un titolo ironico vero?, fatto per creare un divertissement testuale alla Umberto Eco. Invece no, è un titolo serissimo, dove si leggono tra l’altro splendide perle come questa: “L’istinto rende la donna simile alle bestie, sempre dipendente da influenze estrinseche, sicura di sé e gaia. In essa s’agita la singolare forza dell’istinto, che la rende veramente mirabile e attraente. Molte caratteristiche femminili sono connesse a codesta somiglianza con le bestie: anzi tutto la mancanza di giudizi propri”. Vi sembrano giudizi arbitrari? No, affatto. Moebius è un positivista convinto e porta le prove, non come quando si cita arbitrariamente aggiungendo: “Studi dicono che…”. Lui va al concreto, cioè al cervello: “ Resta completamente dimostrato che nella donna porzioni del cervello sono meno sviluppate che nell’uomo, porzioni della massima importanza per la vita psichica, quali le circonvoluzioni del lobo frontale e temporale, e questa differenza esiste fin dalla nascita” E non pensate che si tratti solo di opinioni: qui c’è la scienza al lavoro: Th. L. W. Von Bischoff, professore di anatomia a Monaco, ha pesato 559 cervelli maschili e 347 cervelli femminili (virtù sublimi della quantificazione, ma chissà perché hanno trovato più cervelli maschili che femminili) con il risultato di una media di 1362 grammi per il cervello maschile e di 1219 per quello femminile. Che altra deduzione se ne può ricavare se non quella che dà il titolo al libro di Moebius?

Avanzando nel secolo XX le cose non migliorano subito, se consideriamo il libro di Betty Friedan La mistica della femminilità (citato anche da Lacan). La mistica della femminilità è quella che, negli anni Cinquanta, in America, presenta la donna come soddisfatta di fare bambini, crescerli, pulire la casa e aspettare il marito dopo avergli preparato la cena. Parte del successo della psicanalisi nell’America degli anni Cinquanta è alimentato da queste donne che alla fine dovevano pur parlare con qualcuno!

Ma dopo gli anni Cinquanta vengono i Sessanta e i Settanta, gli anni della rivoluzione sessuale, e le donne non sono più messe a tacere nei loro orgasmi o chiuse in casa a badare alle faccende. Man mano il panorama si trasforma. Oggi abbiamo tutta una significativa letteratura di donne che non solo parlano della loro sessualità, ma che hanno traversato esperienze estreme e le raccontano senza inibizioni.

Lacan per dipanare il desiderio femminile ascoltava le mistiche, ammirava l’orgasmo marmoreo della Santa Teresa di Bernini. Oggi le autrici ci parlano di orgasmi che non sono più imprigionati nella pietra, e che sono molto meno mistiche e molto più carnali.

Emma Becker sin da bambina era incuriosita dall’idea della prostituzione. Dopo un’adolescenza ispirata dalla curiosità erotica nei confronti degli uomini, curiosità che soddisfa generosamente e che ci racconta nel suo primo libro Monsieur, a venticinque anni va a vivere a Berlino, dove la prostituzione è legale. Vuole scrivere un libro a metà tra il giornalismo e la letteratura, e non vuole fare la parte dell’antropologa, dell’osservatrice esterna. Trascorre quindi un paio d’anni a lavorare in un bordello di classe che dà il titolo al suo secondo libro: La maison. È una straordinaria ricognizione sul desiderio femminile, “un’osservazione al microscopio del mio sesso, di cosa significa essere donna e nient’altro, e di venire pagata per esserlo”.

Se l’esplorazione di Emma Becker è disinvolta e gioiosa, quella di Nelly Arcan è tesa e drammatica. Per pagarsi gli studi universitari esercita come Escort, ma il suo libro porta il titolo più schietto di Putain, perché, dice, in realtà si tratta dello stesso mestiere. Nelly Arcan fa nel frattempo un’analisi con un analista con il quale non riesce molto a parlare. Quindi scrive, e i suoi testi hanno un vero valore letterario. È il suo analista a spingerla a pubblicarli.

Chi invece esplora il “senza limiti” del femminile è Virginie Despentes, femminista radicale, “fidanzata” di quel Paul Preciado che abbiamo conosciuto durante le Journées dell’anno scorso a Parigi. Il suo primo libro, Baise-moi, è una sorta di Thelma e Louise estremizzato, che non risparmia nulla nell’erotismo, nella droga, nella morte.

C’è poi Grisélidis Réal, portabandiera dei diritti della prostitute, con lo slogan “La prostituzione è un atto rivoluzionario”, ed è, afferma, un’arte, un umanesimo, una scienza. Il suo libro, Il nero è un colore, si riferisce al colore della pelle di quelli che sono stati i suoi amanti prediletti.

Direi che è il momento per noi, accanto alla lettura delle mistiche, di accostarci ai libri di queste donne che non hanno lesinato nell’esplorare e nel raccontare senza ambagi l meandri del loro desiderio, e sicuramente abbiamo a disposizione un materiale più ricco e più esplicito di quanto ne avesse Freud. È vero che anche allora c’erano donne intelligenti, libere e disinvolte nella vita sessuale, come la sua amica e allieva Lou Salomé, ma in quel tempo era piuttosto l’eccezione che svettava sullo sfondo di un silenzio assordante.

L’essere-per-il-sesso

di Alejandro Reinoso – AE Scuola Una

“Il reale del sesso”. Da parecchio che non sentivo un titolo di un convegno così privo di senso. Come se il titolo stesso avesse del reale intarsiato, una cesura con l’impossibile e la spinta a farne qualcosa.

Alla riunione degli AE in esercizio con la Presidente sull’argomento del convegno, Arzente ha detto che era un titolo che faceva un po’ paura. È vero! Ha del perturbante, lascia stecchito.

Il reale del sesso degli esseri parlanti si disgiunge del sesso degli animali che hanno la pace sessuale, il che “vuol dire che si sa cosa fare con il corpo dell’Altro”1. Dunque, niente armonia sessuale per gli esseri parlanti!

Freud evoca alcuni tratti perturbanti di questa assenza di pace nella sua costruzione mitica e teorica: l’orrore della scena primordiale dei genitori, l’incesto e il suo tabù, l’urvater di “Totem e tabù” con il suo godimento illimitato e la morte che il simbolico introduce, l’incontro con i genitali femminili e il complesso di castrazione con la perdita di soddisfazione. L’orrore e il fascino rispetto al proprio corpo e al corpo dell’altro sono fonti di piacere e di sofferenza. Al contempo, lo sviluppo della nozione di pulsione si discosta da ogni proposta istintuale e il polimorfismo sessuale perverso, parziale e infantile, diventa scandalo. Solo recupero di soddisfazione per via dell’oggetto. Tuttavia, ci sono due tratti perturbanti: l’inerte legato alla compulsione a ripetere e l’eccesso dell’al di là del principio di piacere. A questo riguardo Freud punta anche il dito verso il sintomo indicando, nei Tre saggi sulla sessualità, che “i sintomi sono la pratica sessuale dei malati” dove il sintomo è letto come un nocciolo di godimento inerziale. Inoltre, Freud introduce anche il registro della faglia (béance), del taglio (sesso, etimologicamente secare): la disgiunzione amore-sesso, l’impossibile di fare Uno da due e le domande sulle origini e sulla sessualità a cui è impossibile rispondere.

Comunque sia, Freud stesso ritiene che “non è facile indicare il contenuto del concetto ‹‹sessuale››. Tutto ciò che ha a che fare con la differenza tra i sessi”2. Ma si fermerà difronte a un intoppo: la questione della donna e il godimento femminile.

Lacan, nell’Allocuzione sulle psicosi infantili, a partire della castrazione freudiana sposta la questione dall’asse filosofico heideggeriano dell’essere-per-la-morte all’essere-per il sesso3, nella prospettiva del godimento e dell’inafferrabile del sesso per via delle rappresentazioni, ma legato all’oggetto a. Qualche giorno prima, Lacan aveva letto la sua Proposta che tratta la dimensione dell’essere legato al fantasma e il non sapere dell’essere del desiderio, entrambi articolati all’oggetto a.

Allora, come prendere il reale del sesso in una prospettiva ontica? Il reale del sesso negli esseri parlanti è la differenza assoluta, poichè fuori dal linguaggio, e c’entra con il godimento che emerge dall’incontro contingente tra la lalingua e il corpo. Infatti, il reale del sesso va al di là delle differenze che il significante fornisce alla distinzione uomo / donna nel campo del linguaggio e che i sembianti cercano di mantenere nella commedia dei sessi. Lacan insiste nel suo insegnamento sull’altro sesso che fa scacco. Al di là del fallo, la radicalità assoluta ha a che fare con il femminile, alterità fuori dalle differenze relative, nel territorio logico del non-tutto. Ciò che nell’Allocuzione Lacan chiama: “la presenza del sesso come tale, da intendersi nel senso in cui l’essere parlante lo presenta come ‹‹femminile››”4.

Il sesso accenderebbe un possibile del godimento del corpo dell’Altro puntando a una soddisfazione. Nonostante ciò, la non relazione sessuale si fa presente dall’impasse e il fallimento in questo campo. Il programma di godimento degli Uno-totalmente-soli, senza l’Altro, costituisce un’ontica del godimento fuori senso che tiene conto dell’inconscio reale e dell’une-bévue.

E la posizione dell’analista rispetto al reale del sesso? è una domanda da lavorare verso il nostro Convegno. Lacan ci da alcune tracce di orientamento. L’analista si accosta alla cesura del soggetto e non fa nessuna coppia nell’atto analitico5. Per intervenire c’è il territorio del dire e l’uso preciso dell’une-bévue, dove l’una-svista consente di isolare un Uno-totalmente-solo e il non rapporto sessuale. E’ forse in questo senso che Lacan sottolinea che “l’equivoco punta immediatamente al sesso. Il sesso […] non definisce un rapporto”?6.

Pascal Guignard, nel suo bellissimo libro Le sex e l’effroi7, mette a confronto due tratti legati al sesso: il fascino e l’orrore. Egli approfondisce storicamente il passaggio tra le civilizzazioni greca e romana “quando l’angoscia erotica si convertì in fascinatium e il riso erotico divenne il sarcasmo di ludibrium”. Vi riprende la Villa dei misteri e il velo che ricopre l’orrore che però si annoda al fascino irresistibile. Conosciamo come Lacan riprende questo affresco. Forse il Convegno sarebbe l’occasione per approfondire l’attualità di ciò che oggi, del sesso, fa orrore e fascino, nel contesto dell’Altro che non esiste, il capitalismo di consumo e il discorso della scienza odierna.

La pubblicazione in italiano del Seminario XIX di Lacan, … o peggio, è un ottimo contributo e preciso per il nostro percorso verso il Convegno. Ci sono diverse declinazioni secondo cui potrebbe giocarsi la discussione, ne prendo alcune: il sesso, l’inconscio reale e l’Uno, sessuazione e distinzioni sessuali attuali, i tentativi di realizzare il rapporto sessuale nel legame sociale (occorrerebbe chiedersi se ogni tanto non ci caschiamo anche noi, per quanto riguarda il legame tra gli analisti…). Dinanzi alla pluralizzazione dei sessi (bi, neutro, trans, ecc.) e di teorie nominaliste riguardanti le diversità, incluse alcune cosiddette “non binarie”, il reale del sesso, l’Uno del godimento e l’une-bévue diventano per l’analista un faro nella sua pratica e nella sua politica.


[1] J. Lacan, Il seminario di Caracas, La Psicoanalisi N° 28, luglio-dicembre 2000, Casa Editrice Astrolabio, p. 12.
[2] S. Freud, 20° Conferenza. La vita sessuale umana. Freud Opere, Vol. VIII 1915-1917, Boringhieri, Torino 1978, p. 462.
[3] J. Lacan, Allocuzione sulle psicosi infantili, Altri scritti (a cura di Antonio di Ciaccia), Einaudi, Torino 2013, p. 360.
[4] J. Lacan, op. cit., p. 366
[5] J. Lacan, op. cit., p. 361
[6] J. Lacan, Seminario XXV Il momento di concludere. Lezione del 15 novembre 1977. Inedito.
[7] P. Quignard, Le Sexe et l’Effroi, Éditions Gallimard, Paris 1994.

Fuori programma

di Maurizio Mazzotti – AME SLP, AMP

Il  reale del sesso, il nostro della specie parlante, è un fuori programma. Utilizzo questa parola nel senso preciso che ha nella biologia  di oggi, la biologia molecolare, del tutto diversa da quella che c’era prima. Solo con quest’ultima abbiamo un’idea scientificamente consistente, il che non vuol affatto dire definitiva, del programma, anzi questo stesso termine è il prodotto di questa biologia.
Per precisione i termini sono due, riproduzione e programma. Occorre tener presente che sono assolutamente correlati e l’uno non va senza l’altro.
Riproduzione è un termine che compare nel XVIII secolo, il programma certamente è molto molto più attuale. Riproduzione comunque, specialmente a partire dalla biologia molecolare, indica strettamente la riproduzione della vita, attraverso le molteplici forme viventi, entro cui ci siamo anche noi, la specie parlante. Lacan, ogni volta che interviene a proposito della logica della matematica della fisica, della medicina, e della biologia appunto, lo fa sempre  ferrato nel concetto e con una precisione terminologica che dimostrano come non tenesse affatto in secondo piano un certo livello di formazione scientifica. Infatti, per esempio nel Seminario XIX, in modo puntuale e decisivo ci ricorda che tra le specie viventi che si riproducono c’è il batterio1.

Perché lo ricorda? Per il semplice ma essenziale motivo che è proprio lo studio e la ricerca della biologia molecolare sul batterio e le popolazioni batteriche che si è arrivati ad isolare il programma.
Si è potuto farlo perché era più semplice per così dire, oltre che avendone la tecnologia adeguta. Più semplice perché il batterio, come noto, è una celulla, una sola cellula, niente di più, ma nemmeno  niente di meno, in quanto, come ha potuto dimostrare la biologia molecolare, è un organismo vivente a tutti gli effetti.  Il che vuol dire biologicamente che ha, in primis un programma genetico completo, in lunghezza un millimetro e mezzo, cioè mille volte più grande della cellula medesima, eppure sta lì dentro, in un modo o nell’altro, poi ha enzimi e proteine. Questo basta a che la cellula si riproduca ogni volta dividendosi in due cellule e così via. Il batterio è in senso biologico, la forma di vita più  basica che ci sia ed è qui, sulla terra, da vari miliardi di anni.

Lacan ne parla e lo fa per dirci che il batterio si riproduce senza alcun riferimento al sesso e che dunque, cito “ è accertato che il sesso è soltanto una modalità particolare di ciò che consente la riproduzione del corpo vivente”2. E qui interviene il programma, appunto, che interviene in tantissimi casi, independentemente dal sesso, e in altri, come nel nostro caso, secondo la simpatica espressione di Francois Jacob3, si serve del sesso come “ausilio” per realizzare la riproduzione della vita. Qui è chiaro che il programma è il programma genetico, quello in cui ha posto quel “gene egoista”4 che ha il solo scopo di riprodurre la vita di una specie, nient’altro, e si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per questo scopo.

Ora prima di tutto questo circolava tutt’altro discorso su questo argomento, non si trattava né di riproduzione né di programma. Ce lo ricorda Schreber nella sue Memorie, quando nella sua metafora delirante parla di creazione, di creato e di creature. Fino al XVII secolo tutto era un evento per grazia di Dio, ciò che veniva al mondo era sempre l’opera del creatore, di una creatio ex nihilo, evento, in un mondo che era l’immagine del creato. Ora invece abbiamo la riproduzione, non la creazione della vita, e soprattutto abbiamo il programma, Il “codone”5, la serie di un certo numero di cromosomi che dettano il risultato. Sempre Jacob diceva che questo programma può anche pensarsi, dato il livello di cifratura molecolare a cui ci troviamo, come una lingua in cui le relazioni tra il significante che detta e il significato che si realizza sono legati insieme in maniera che “ non possono cambiare”6. Ecco qui il programma reale che la biologia mette a capo della riproduzione della vita.
E il sesso? Per il parlante, è una questione privilegiata  al livello della significazione del fallo in quanto significantizza ed isola il godimento in gioco, interviene  come ausilio alla riproduzione anche della nostra vita ma soprattutto  dandoci la possibilità della più ampia e variegata molteplicità di forme e di utilizzo della sessualità che si sia mai vista in una specie vivente.

Il fallo è sempre dappertutto, basta leggere anche in coloro che si spingono in ricerche ben speciali attorno al sesso, quante volte e in che numero viene fatto riferimento al “dildo “, il fallo che si vorrebbe perché non viene giù, tanto per dimostrare paradossalmente, come è lì che non c’è rapporto all’altro ed è lì, come hanno molto ben ricordato i colleghi che sono già intervenuti in questa presentazione (Francesconi, Di Ciaccia e Reinoso) che ritroviamo nella nostra specie il reale del sesso, in un’inesistenza di rapporto sessuale.
Questo reale dell’impossibile è il nostro fuori programma, che fa la nostra chance vitale e sessuale anche se non bisogna dimenticarsi, per noi parlanti, un’altra faccia del nostro fuori programma, cioè il rapporto “disturbato al proprio corpo che si chiama godimento”7. Per questo scombussolamento in  un certo numero di casi s’infila quella che Freud ha chiamato pulsione di morte e una volta Lacan  “lamella”, cioè quel godimento che non è più del fallo ma che non è nemmeno più della riproduzione della vita.

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[1] J. Lacan, Il Seminario. Libro XIX. …o peggio, a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino, 2020, p. 47.
[2] Ivi., p. 37.
[3] F. Jacob, La logique du vivant, Gallimard, Paris, 1970, p. 330.
[4] R. Dawkins, Il gene egoista, Mondadori, Milano 2014.
[5] J. Lacan, Op. cit., p. 37.
[6] F. Jacob, Op. cit., p. 327.
[7] J. Lacan, Op. cit., ibidem.

Shessho

di Davide Pegoraro – AE Scuola Una

Sesso. Una parola con tante s, una lettera la cui pronuncia ha marcato la mia lingua e la mia voce dal lato del difetto. Shessho…un eccesso di saliva ne sporca e ingoffa il suono, rendendone la pronuncia un po’ vergognosa. Come il sibilo del serpente che viene a rompere l’armonia tra Adamo e Eva, “shhhh! shhhh!, o il wiwimacher del piccolo Hans che articola anch’esso la sua lingua di suoni “shhhhhh……..shhhhhhh”, come lo scroscio dell’acqua che esce dal rubinetto producendosi, nel contatto con un corpo che l’avvolge, nel suo suono di shhhhh.
Organo promessa di piacere nella sua tumescenza, plasmato nelle falloforie con la speranza dell’abbondanza, accompagnato da un alone di misteri nell’iconografia dell’arte e nelle sottili invocazioni della letteratura erotica femminile, ridotto infine a gadget nel mercato del porno, sesso rimane tuttavia per la psicoanalisi un buco.
Un buco che rende inesistente la relazione sessuale, che si scava al posto dell’uguale vanificando la formula matematica dell’equazione.
Organizzatore di scenari fantasmatici per mettere in moto la macchina da presa del fantasma, oliandola di libido che possa far defluire desideri e afferrare lembi di soddisfazione, rimane pur tuttavia al centro del discorso come buco, su cui la pulsione s’incaglia nel suo giro infernale, a spirale, di godimento.
Come già Freud aveva messo ben in luce nei Tre saggi sulla teoria sessuale, nel 1905, questo buco che concerne il sessuale è ciò che suscita nel piccolo la sua spinta a sapere, ma anche ciò che determina quello che definisce “fallimento dell’esplorazione sessuale…che non di rado lascia dietro di sé una durevole offesa della pulsione di sapere”1.
Di fronte a questo buco il parlessere ha come prima risorsa la fabbricazione di un sintomo, come tentativo più o meno maldestro per poter fare con questo cattivo incontro.
L’analisi ci insegna che di questo sintomo che ci accompagna è necessario in qualche modo ricapitolare in un secondo tempo questa spinta alla ricerca e al suo fallimento. Dall’instaurarsi del soggetto supposto sapere come artificio necessario a compiere i necessari giri del percorso analitico, la logica del processo stesso con la constatazione del sintomo e del suo inesorabile ripetersi avvicina ciascuno di noi a questo buco di struttura e al tappo di godimento che lo ottura.
Su questo punto di fallimento, in cui ci si scopre piuttosto Uni tutti soli con il godimento che non fa rapporto, il reale del sesso può farsi presente, in modo nuovo, con l’opportuna perdita che lo accoglie e lo include.
Shessho: un pezzo di reale, che impasta dei suoni, per includere nella pronuncia quel che non va.

[1] S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Bollati Boringhieri, vol. IV, Torino 1970, pp. 504-505.

Il dire del sesso

di Rosa Elena Manzetti – AME SLP, AMP

Nella sesta lezione del seminario L’identification,1 Lacan avvia la sua elaborazione sulla differenza tra nome proprio e nome comune. Egli, a differenza di Stuart Mill e sir Alan Gardiner, individua  la specificità del nome proprio dalla parte della scrittura: vi è affinità tra il nome proprio e la marca, il segno.
Allo stesso tempo affronta una questione cruciale, quella del Senza-nome nella struttura. Il nevrotico, dice, si sostiene sull’io forte, “forte a tal punto che si può dire che il suo nome proprio lo importuna, e che in fondo il nevrotico è un Senza-Nome”.2 È importante avere presente che ci troviamo qui nella logica delle strutture cliniche che tende a individuare il tratto comune, non nella clinica che mira a cogliere la singolarità.
Il “suo nome proprio lo importuna”, non lo lascia tranquillo: ciò mette in rilievo l’assenza di una determinazione soggettiva, la difficoltà a concludere e ad assumere la propria decisione. il contrario di una certezza.
In fondo “il nevrotico è un Senza-Nome” definisce il soggetto al di qua di un’analisi e di conseguenza indica che il nome proprio sta dalla parte della singolarità. Lacan definendo il nevrotico un Senza-Nome mostra allo stesso tempo l’orientamento dell’analisi.
In fondo ciò che “importuna” è un fuori dal comune, l’effetto di singolarità, proprio ciò che il nevrotico tende a cancellare, pur rivendicandola. Soltanto alla fine dell’analisi il soggetto fa a meno della rivendicazione delle “piccole differenze”, poiché è divenuto la “differenza assoluta”.
Il “Senza-Nome” prende forme diverse a seconda degli analizzanti. Può assumere la forma di una questione: come si può essere sicuri di essere donna o di essere uomo? Come essere sicuri che sia la scelta giusta? Come essere sicuri che si tratti del mio desiderio?  Si tratta di una ricerca identitaria a cui può mettere fine soltanto un nome che non sia di finzione, ma il nome di ciò che resta di irriducibile alla fine di un’analisi.
Il “Senza-Nome” è perciò l’effetto dell’oscillazione significante in gioco prima che il reale riveli al soggetto la sua cifra, il suo nome proprio.
La garanzia non può venire dall’Altro, viene soltanto dall’atto, anche la garanzia che concerne il sesso viene dall’atto. Qui interviene la dimensione di ciò che Lacan designa come scelta del sesso in termine di autorizzarsi. Egli dirà nel 1974 che “l’essere sessuato si autorizza soltanto da sé”.3 E occorre notare che l’atto sessuale è un reale che non si scrive nell’essere. La sola certezza concernente l’identità sessuale deriva dal fatto che un soggetto si faccia responsabile del suo godimento. L’essere sessuato è il montaggio pulsionale, il mito fabbricato da un soggetto per dare forma e strutturare il godimento. È il modo in cui la sessualità si ordina nell’inconscio. All’inesistente risponde un modo di supplenza che si traduce in una certezza generata.
In Televisione Lacan mette in rilievo che, seppure non si possa fare a meno del mito che serve a ciascuno a ricoprire il reale della struttura, esso non garantisce la decisione. Leggiamo infatti che “quand’anche i ricordi della repressione familiare non fossero veri, bisognerebbe inventarli, e non si manca di farlo. Il mito è questo: il tentativo di dare forma epica a ciò che si produce per via della struttura. L’impasse sessuale secerne le finzioni che razionalizzano l’impossibile da cui essa proviene. Non dico che siano immaginate, ma come Freud vi leggo il richiamo al reale che di esse risponde.”4
C’è un reale alla base, comune ad ogni essere parlante, ma in più esiste un rapporto a tale reale, proprio a ciascuno, relativo al mito che fabbrica per nominare il reale del sesso. Il reale giustifica il posto del mito anche nella esperienza dell’analisi. Il mito è una finzione che serve da copertura del reale.
Ma in cosa il sesso è un reale? È del reale, non soltanto perché l’esperienza che se ne ha è sempre diversa da come lo si immagina, ma anche perché non è possibile inscrivere l’esperienza una volta per tutte, poiché essa comporta sempre una dimensione imprevedibile. L’atto sessuale è sempre contingente.
Deducendo dal dire di Freud “non c’è rapporto sessuale”5, Lacan indica che c’è un reale nell’incontro dei godimenti che non si scrive. La questione è quindi la risposta singolare data da ciascuno al “non c’è rapporto sessuale”. Tale risposta sarà il dire del sesso di ciascun parlessere. In analisi si tratterà di identificare il dire del sesso, in quanto reale del sesso.

[1] J. Lacan, Le Seminaire Livre IX, L’identification, inedito.

[2] J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 830

[3] J. Lacan, Le Seminaire, Livre XXI, Les non-dupes errent, lezione 9 aprile 1974, inedito

[4] I. Lacan, Televisione, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 526

[5] J. Lacan, Lo stordito, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 451

Il reale del sesso? No, grazie.

di Gian Francesco Arzente – AE Scuola Una

All’improvviso si è fatto buio.

Stamane l’aria cristallina e l’azzurro del cielo mi avevano fatto pensare a come sarebbe stato bello questa sera guardare il tramonto sopra il Monviso.
L’ho perso. La giornata è scivolata via come il vento che, d’autunno, spoglia le ultime foglie degli alberi. Un accenno di malinconia che mi porta per un istante a meditare sulle prossime vacanze estive, ma con pudore mi ritraggo da questo pensiero.
Dalla stanza attigua mi raggiunge la voce di chi al telegiornale annuncia che l’indice del contagio da Corona virus è calato da 1,8 a 1,4, ma molte più regioni d’Italia hanno superato la soglia critica dei ricoveri in ospedale.
Da circa tre settimane, poi, sono tornato a fare le riunioni sia cliniche che organizzative delle varie associazioni a cui partecipo su piattaforma telematica. Mi sembra di aver più tempo a mia disposizione per studiare, per stare in famiglia – mi dico – ma è meno denso: ciò che vi accade nella sua corrente ha meno forza, i colori sbiadiscono in fretta.
Ed eccomi qua di fronte al tema del prossimo Convegno SLP che si svolgerà a Roma nel maggio 2021. Il reale del sesso. È in buona compagnia: a luglio 2011 a Bruxelles si tratterà il tema Avere un figlio? Poi a Parigi nel 2022 il Congresso mondiale dell’AMP su La donna non esiste.
Ne parlavo al telefono alcuni giorni fa con un collega della SLP a Milano, quando mi sono sorpreso dire: Il reale del sesso? No, grazie!
Perché? Eppure l’esperienza del Reale è il cuore pulsante della Scuola.
Ora, rileggendo il tema sul foglio bianco mi accorgo che a spaventarmi è l’articolo.
– L’articolo?
Il: articolo singolare determinativo. Non lo si usa in qualsiasi caso. In italiano, si fa uso dell’articolo determinativo per indicare qualcosa di preciso. Come dire che il reale del sesso non rimanda a qualcosa di indeterminato.
– E già! Avrebbero usato l’articolo indeterminativo. Non ci stanno invitando a lavorare intorno a Un reale del sesso.
– E no! Con l’articolo il non se ne può fare una serie di questo reale. Non lo si può ordinare.
– Cameriere! Per favore, mi porti un reale?
– Vedi che non appena qualcosa si fa impegnativo subito divaghi. Non si può fare una collezione del reale.
– Se non se ne può fare una serie e se non si può avere una collezione di reale, di chi è?
– Del sesso!
– Del sesso? Che casino è sempre stato per me. Ma l’articolo il non doveva indicare qualcosa di già noto. Noto nel discorso che si sta facendo.
– Infatti, in questo caso noto all’interno del discorso analitico.
“a”! Il discorso analitico. Ridi perché ho detto qualcosa di stupido?
– No. Non trovo immagini, non trovo parole per rappresentare, per dire qualcosa sul reale del sesso.
– Ti ricordi quando frequentavamo le scuola medie e, trovandoci intorno ad una lattina di Coca, ti domandavo: ma se Agata mi bacia, cosa faccio?
Tarzan sa! Mi rispondevi usando la terza persona singolare. Poi al Liceo per nostra fortuna abbiamo iniziato a leggere qualche romanzo.
– E io ti dicevo, ma cosa ne dice William Shakespeare?
– O, I am fortune’s fool.
– O, io sono lo zimbello del destino.
– No. Non destino, mi fa sentire vittima il destino. Zimbello del caso, piuttosto, perché sta a noi leggere il numero che compare sulla faccia dei dadi.
– Ma quante volte hai letto Romeo e Giulietta?1
– Effettivamente, quante tragedie si consumano? Ancora oggi né è piena la cronaca, Quante tragedie quando un sapere non saputo fa ostalo al rapporto sessuale. Quante tragedie accadono quando si vuol far prevalere il proprio senso, perché non si ha voglia di voler venire a sapere che il senso è solo una direzione; ve ne sono molte altre.
– Meglio la commedia?
– Si! Sai, a volte ho provato a fare l’esercizio di leggere i Casi clinici di Freud come se appartenessero a differenti dei generi letterari.
Ebbene, ti ricordi del Caso del piccolo Hans?2
– Sì certo. Quel bambino aveva uno strano sintomo, la fobia per i cavalli; ma ricordo soprattutto il fa-pipì. Forse aveva a che fare col reale del sesso?
– E già. E mi sembra anche un buon esempio di commedia.
Il caso vuole che la fobia comincia proprio quando la mamma di Hans ha appena avuto una bambina, cioè quando si è unita una sorellina al contesto familiare. In tale contesto, poi, i genitori si stanno per separare perché le cose non vanno bene tra di loro. Come se non bastasse, poi, il piccolo Hans in questo periodo incomincia ad avere delle piccole erezioni e deve così occuparsi del suo fa-pipì. Inizia ad interessarsi del suo organo. Ed è in questo contesto molto animato che Hans, come fanno molti bambini di questa età, cinque anni, inizia a porre molte domande. Le questioni con cui assale i genitori girano attorno all’enigma della nascita: da dove vengono i bambini, dove eravamo prima di venire al mondo, di chi è la sorellina? Domande insomma da cui emerge la problematica della procreazione, l’esistenza di un nuovo essere vivente e della relazione tra i sessi incarnati per lui da suo padre e da sua madre. Hans si interroga su questo e contemporaneamente sul senso di quell’organo di cui lui è provvisto e di cui la sorellina, che attira tutte le attenzioni, non è provvista.
– Questo è il reale del sesso?
– Aspetta. Non farmi perdere il filo. Emerge però in modo preciso, a mio modo d’intendere, leggendo il caso del piccolo Hans, una problematica centrale per lo sviluppo di ogni bambino: qual è il rapporto tra il sesso e la vita.
– Una tragedia.
– Se non fosse che la fobia di Hans scompare, grazie a ciò che egli racconta al padre che, a sua volta, lo va a raccontare a Freud.
“Tu andrai a vivere con la nonna e io sposerò la mamma”  dice a suo padre trovando una soluzione alla questione di quale ruolo, quale posto tenere in relazione all’altro sesso. La soluzione è quella mitica dell’Edipo: rinvia suo padre da sua madre e io – dice Hans– starò con la mia. Quello che conta, al di là di questa soluzione romanzata, è vedere che la costruzione di quest’articolazione è correlata alla scomparsa della fobia dei cavalli. La fobia scompare in un contesto in cui Hans ha l’opportunità di articolare esplicitamente le sue questioni sulla vita ed il sesso. La paura scompare quando inventa una nuova ripartizione dei posti in quella famiglia da cui si era sentito estromesso e riceve, lì dove ha provato sulla sua pelle che Non c’è rapporto sessuale, la promessa che c’è del legame sociale. La promessa di un legame sociale vale a dire il solo rapporto che gli esseri umani hanno tra loro è un rapporto di parola, quindi di malinteso.
– La fobia allora presentifica per Hans la questione latente sul sesso e la vita?
– Si! Possiamo dire che i bambini, come gli adulti, attraverso ad esempio un sintomo, la fobia per Hans, affrontano le questioni fondamentali per ogni parlessere: la questione della sua esistenza, del suo sesso, dalla cui decifrazione può emergere, come nel caso del piccolo Hans, l’incertezza provata riguardo a quale posto occupava nell’Altro quando questo Altro gli è risultato bucato.
– Cioè?
– Scusami. Mi stavo dimenticando del corpo. Hans con il suo fa-pipì fa un’esperienza traumatica, che è un’esperienza di corpo e di confronto con l’indicibile in assenza dell’Altro del linguaggio, un’esperienza in cui è in gioco del godimento. Il soggetto, Hans in questo caso, dovrà sintomatizzare questa esperienza, ovvero costruire un sintomo intorno a questo pezzo indicibile, mettendolo in rapporto per costruirci qualcosa.
– Uhm?
– Come dice Lacan, nella conferenza su Il sintomo tenuta a Ginevra il 4 ottobre del 19753, Hans con la prima erezione si trova confrontato con un’esperienza di godimento da cui vuole fuggire perché non capisce quello che gli sta accadendo. È l’incontro con qualcosa che sente nel corpo senza poterlo simbolizzare mettendolo in parole. Hans rifiuta il godimento che si produce nel suo corpo e come conseguenza comincia a spostare questo godimento estraneo e indicibile su : “Questo cavallo, che va e viene, che ha un certo modo di scivolare sulla banchina mentre tira un carro, è tutto quello che c’è di più esemplare per lui di ciò con cui ha a che fare”.4 Qualcosa del corpo dunque viene rifiutato e comincia a produrre una fobia per sintomatizzare questo reale vissuto nel corpo.
– Ecco che sia Freud che il padre lo aiutano a mettere in parole la storia dei cavalli e della sorellina.
– Si! “È sempre con l’aiuto delle parole che l’uomo pensa. Ed è nell’incontro delle parole con il proprio corpo che qualcosa prende forma”.5
– E poi. Mi sembra d’intuire che il reale del sesso ha molto a che fare col sintomo. Sinthomo?
– E poi questo è solo un assaggio. Ci vediamo a Roma!
– Ah! Aroma.

[1] William Shakespeare, Romeo e Giulietta, in William Shakespeare I capolavori, Vol. I, Einaudi, Torino, 1994, p. 62.

[2] Sigmund Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans) (1908), in Opere, Vol. V, Boringhieri, Torino, 1972.

[3] Jacques Lacan, Il sintomo, in La Psicoanalisi, n. 2, Astrolabio, Roma, 1987.

[4] Ivi, p. 21.

[5] Ivi, p. 19.

Binari non binari

di Silvia Morrone, AE Scuola Una

“(…) il reale, propriamente parlando, si incarna – in che cosa? Nel godimento sessuale. Ma in che modo? Come impossibile (…)”1
Nel Seminario XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, Lacan sottolinea l’abisso esistente fra ciò che chiamiamo sessualità e le relazioni rivelate dall’inconscio scoperto da Freud.
Il sessuale non ha nulla a che vedere con la biologia ma piuttosto con i rapporti fra l’uomo e la donna, rapporti la cui stoffa è fatta di sembianza.
Si tratta per Lacan di rapporti che sembrano seguire un “destino” che si produce, per gli umani, nell’età adulta, e cioè quello di suddividersi in uomini e donne.
Un destino che, nella sua realizzazione, pur essendo veicolato in un discorso, rimane sempre opaco, eccede la dimensione della sembianza.
“L’identificazione sessuale non consiste nel credersi uomo o donna, ma nel tener conto, per il ragazzo, che ci sono delle donne, e per la ragazza che ci sono degli uomini.”2
Se ci aspettavamo di trovare una formula che ci permettesse di orientarci, possiamo sentirci un po’ delusi, ma l’apparente vaghezza di Lacan su questo tema in realtà tocca l’essenziale della questione, cioè che i sembianti non dicono nulla di come un soggetto acconsente a collocarsi in posizione maschile o in posizione femminile.
La presenza del corpo dell’Altro contribuisce, inoltre, a ripetere l’imbarazzo dell’incontro con qualcosa che non va, che non fa rapporto fra i sessi, che mette in rilievo l’isolamento del proprio godimento singolare, rispetto al quale ciascun soggetto è chiamato a trovare un modo per sbrogliarsela.
Già da diversi decenni, la caduta dei sembianti ha messo in rilievo una dimensione non binaria dell’identità sessuale che, pur non appoggiandosi più alla funzione del Nome-del-Padre, domanda, comunque di essere riconosciuta dall’Altro.
Inoltre, non dovevamo attendere la pandemia per constatare la salita allo zenit del riferimento al virtuale per sbrogliarsela con il reale del sesso e con l’impossibile che fonda i rapporti fra uomini e donne.
Come psicoanalisti siamo chiamati in causa per dire la nostra in questi campi per non lasciarli completamente alla deriva scientista.
Molte sono infatti le sfumature che toccano la clinica, uno per uno, e che il nostro prossimo Convegno ci darà modo di trattare!

[1] J. Lacan, Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, Einaudi, Torino 2010, p. 27.

[2] Ibidem, p. 28

Prevalenza dell’immaginario e tratti di perversione

di Massimo Termini – AME SLP, AMP

C’è dell’impossibile nel sesso! È l’annuncio che leggo nel titolo del nostro convegno, il primo suggerimento che raccolgo. Lacan, lo sappiamo, ha inclinato il reale nel verso dell’impossibile e pertanto mettere a tema Il reale del sesso, vuol dire considerare che la sfera sessuale confronta ciascuno con un punto di impossibilità. Necessariamente. Ed è un confronto che può essere scontro, una pietra d’inciampo che si vuol saltare, una vertigine che precipita nell’impotenza, da cui fuggire o attorno a cui si radunano paure e inibizioni, anche invenzioni. Insomma, l’impossibile del sesso sollecita il soggetto a rispondere ed è in tale ottica, quella delle risposte approntate attraverso il montaggio del fantasma, che va inquadrato il tratto di perversione e indagata la sua funzione.

Un prelievo
Perversione e tratti di perversione. Le due nozioni benché prossime non si mischiano. Una tensione le avvicina e insieme le distingue e in prima battuta possiamo tratteggiarla nel seguente modo: isolare un tratto di perversione non implica affatto che la posizione del soggetto vada collocata sul lato della perversione vera e propria. In questo caso non si tratta della foglia in cui riconoscere le caratteristiche strutturali dell’intera pianta, per riprendere una suggestiva metafora lacaniana. Struttura perversa e tratto di perversione non si corrispondono, dal momento che quest’ultimo lo si ritrova anche in soggetti la cui posizione è riferibile alla nevrosi o alla psicosi.
Il tratto quindi non rende conto della struttura soggettiva. Però rende conto di una precisa manovra, una manovra che potremmo definire di prelievo, nella misura in cui permette di prelevare dalla perversione un suo elemento caratteristico e adottarlo. Quale? Precisamente quello che Lacan individua percorrendo “Le vie perverse del desiderio” – riconosciamo in questa espressione il titolo della seconda parte del Seminario IV – e che consiste in una speciale accentuazione dell’immaginario: “Tocchiamo qui con mano come si formi ciò che si può chiamare lo stampo della perversione, vale a dire la valorizzazione dell’immagine. […] Quando si tratta di perversione, la dimensione immaginaria appare dunque prevalente”1. Valorizzazione dell’immagine, prevalenza dell’immaginario nel fantasma e stampo della perversione: un nodo è stretto.

Cristallizzazione del godimento
Ora, se articoliamo questo punto della teoria con la nozione di godimento – così come Lacan la svilupperà in seguito attraverso la funzione dell’oggetto a – arriviamo a cogliere, in quanto dato fondamentale nella costituzione del tratto di perversione, la fissazione2. Più nello specifico, la fissazione del godimento in una particolare forma dell’oggetto. I due aspetti sono legati. L’accentuazione dell’oggetto a sul versante immaginario, il prevalere della sua forma nel fantasma è correlato con la cristallizzazione del godimento.
Al fondo del tratto di perversione c’è dunque un processo di localizzazione, il cui operatore è il fallo, che permette di dare figura al godimento. Una figura che può essere individuata e poggiata su un qualche oggetto, un oggetto comune, della realtà, come può esserlo il feticcio, o ancora ritrovata in una parte del corpo dell’altro, in un dettaglio isolato nel partner o reperita in una delle forme principali dell’oggetto a, come la voce o lo sguardo. Quale che sia, il godimento arriva a manifestarsi, si mostra nell’ordine del rappresentabile e quindi come qualcosa di identificabile, delimitabile e perché no, anche manipolabile. Almeno quanto serve affinché sia messo in gioco nelle vicende del sesso.
Allora il tratto di perversione può essere considerato per quel che è, vale a dire, come sottolinea J.-A. Miller, non qualcosa di contingente ma una necessità strutturale3. Un’accentuazione dell’oggetto sul versante immaginario, necessaria per cristallizzare il godimento. In tal modo, una forma è data ma questa non cancella quello che per noi è il dato più essenziale, radicato nel reale, e cioè che fondamentalmente il godimento è di per sé informe. In altre parole, per fare ritorno al titolo del nostro convegno, dalla prospettiva del tratto di perversione il reale del sesso è un godimento che non si accorda a nessuna forma.

Questione del desiderio vs volontà di godimento
Stretto intorno a una forma immaginaria dell’oggetto, il tratto di perversione incanta il soggetto. Detta la regola della sua eccitazione sessuale ma seguirla può rivelarsi tutt’altra storia. Tanto più se il modo di godere determinato dal tratto di perversione prende le distanze da quanto invece prescrivono gli ideali, con cui il soggetto è in relazione nell’ordine simbolico. La clinica, in particolare quella della nevrosi, a cui limitiamo il presente contributo4, registra allora i segni di un rapporto instabile con la realizzazione. Che sia per esempio il senso di colpa con i suoi rimproveri, oppure la vergogna con il suo potere di intimidire, che siano i dubbi, i timori, le esitazioni, i pentimenti, le giustificazioni o le inquietudini rispetto all’agire, si potranno reperire i segni di un volere incerto, di un soggetto interrogato dal desiderio, che rimane separato dalla sua causa, preso nella divisione soggettiva. Quindi, un soggetto impigliato nella nevrosi che si mantiene a debita distanza da quella “volontà di godimento” che invece contraddistingue il perverso5. In casa sua al contrario il dubbio non trova ospitalità, la sua è una posizione che non accoglie esitazioni, che non concede spazio agli interrogativi e non domanda: “il perverso si considera un soggetto che sa la verità del godimento, e considera il nevrotico un essere debole, che non sa cosa vuole, che soffre di depressioni”6. Soprattutto sa ciò che l’Altro vuole, sa cosa fa godere l’Altro.
Possiamo allora intendere il preciso valore dell’affermazione di Freud secondo cui “la nevrosi è per così dire la negativa della perversione”7. La differenza tra nevrosi e perversione non riguarda tanto la forma assunta dai fantasmi in un caso e nell’altro. Piuttosto attiene al ruolo svolto dalla castrazione, con il suo effetto di sottrazione, di negativizzazione, di mancanza, concerne il posizionamento della divisione soggettiva negli scenari fantasmatici. Così, per un verso, è quel che ritroviamo sul lato del soggetto nella nevrosi, mentre nel caso della perversione tutto ciò è colto da un deciso rifiuto, è rinnegato sul lato proprio per essere rigettato interamente nell’Altro8. In questo modo il perverso può situarsi dalla parte dell’oggetto e da qui perseguire la via della realizzazione, facendosi lo strumento del godimento che manca all’Altro9.
Tra le due posizioni pertanto corre una differenza strutturale e il tratto di perversione non la annulla. Certo, può offrire al nevrotico una risposta riguardo al godimento ma questa risposta non spegne la questione del desiderio, non ottura la mancanza e di conseguenza nemmeno scarta la possibilità di una domanda rivolta all’analista10.

Un’operazione su larga scala
Abbiamo finora mantenuto il discorso nel perimetro del fantasma del soggetto. Adesso però, possiamo anche allargare l’obiettivo e puntare l’attenzione su un aspetto che i tempi a noi più vicini pongono in risalto. Come non rilevare il balzo che è stato compiuto a proposito del potere di captazione dell’immagine e dei suoi utilizzi? Un evidente cambio di passo ha portato a scavalcare il ristretto ambito individuale per cui, oltre che una manovra da mettere in conto al fantasma del soggetto, il prevalere dell’immaginario si presenta anche come il risultato di un’operazione su larga scala sostenuta dai dispositivi tecnologici offerti al nostro consumo.
Il riferimento è in particolare alla cosiddetta realtà virtuale, alla sua capacità di proporre allo sguardo dei fruitori un’estesa varietà di immagini sul sesso, tra le quali riconoscere la messa in scena di un tratto legato alla propria eccitazione. Il movimento è cruciale e non manca di incidere sulla maniera con cui i modi dell’eccitazione vengono percepiti, considerati, giudicati, vissuti, arrivando così a toccare il rapporto stesso con la realizzazione. Come non rilevare anche questo? Tra gli effetti di tanta messa in scena c’è la sensazione per il soggetto di poter passare senza soluzione di continuità alla realizzazione, o almeno con più disinvoltura e facilità.
Ebbene, fino a che punto ci crediamo? Solo una prospettiva di continuità? Senza più discontinuità? Solo gradi del possibile? Per quanto ci riguarda, conviene tenere stretto un punto: quel che prende posto nella discontinuità che il passaggio alla realizzazione implica, altro non è che il reale del sesso.

[1] J. Lacan, Il seminario. Libro IV. La relazione oggettuale (1956-1957), Einaudi, Torino 2007, p. 117.

[2] Il rimando è chiaramente al concetto di Fixierung in Freud.

[3]   J.-A. Miller, El partenaire-síntoma, Paidós, Buenos Aires 2008, p. 28.

[4]   Lasciamo così da parte in tale contesto la questione, altrettanto rilevante, della funzione dei tratti di perversione nella psicosi.

[5]   Cfr. J. Lacan, Kant con Sade, in Scritti vol. II, Einaudi, Torino 1974, in particolare lo sviluppo intorno alla specifica conformazione del fantasma perverso.

[6]   J.-A. Miller, “A proposito di Kant con Sade”, in Delucidazioni su Lacan, Antigone Edizioni, Torino 2008, p. 98 e sg

[7]   È quanto Freud argomenta considerando che i moti pulsionali perversi nella nevrosi, per esprimersi imboccano le vie della formazione del sintomo e non quelle manifeste dell’azione (Cfr. S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Opere vol. IV, Boringhieri, Torino 1970, p. 477).

[8]   “Qui si vede la manovra del fantasma perverso, del soggetto perverso, che consiste nel respingere da sé la divisione soggettiva per farla sorgere nell’Altro” (J.-A. Miller, “A proposito di Kant con Sade”, op. cit., p. 91).

[9]   “Soltanto la nostra formula del fantasma permette di vedere che nella perversione il soggetto si fa strumento del godimento dell’Altro” (Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti vol. II, Einaudi, Torino 1974, p. 827).

[10]  Cfr. E. Laurent, “Considérations actuelles sur la perversion”, in Quarto n. 43, 1991.

L’impossibile del sesso

di Alberto Turolla – AME SLP, AMP

Nel 1903 con il titolo Geschlecht und Charakter. Eine prinzipielle Untersuchung esce il “trattato” di Otto Weininger, che in italiano sarà tradotto Sesso e carattereUna ricerca di base.

All’annuncio del titolo del nostro prossimo Convegno mi è subito tornato in mente  questo testo che avevo letto molti anni or sono.

Ne riprendo qui alcuni punti perché ritengo sia non solo una ricerca, come enuncia il sottotitolo, ma ben di più, il tentativo, impossibile, di dire il vero, se non il reale sul sesso. Tralascio le molte altre implicazioni presenti in questo scritto, che il curatore della edizione italiana – Franco Rella – in quarta di copertina presenta come “uno dei libri più inquietanti della cultura del primo novecento”.

Come precisato da Di Ciaccia il titolo del nostro convegno – Il reale del sesso, contiene i due versanti impliciti nel genitivo: soggettivo ed oggettivo, che in funzione della lettura che qui propongo si potrebbe rendere anche così: trattare il sesso in quanto “il reale” e il reale in quanto determinato dal sesso.

Nel libro di Weininger si ritrovano entrambi i due aspetti ed è possibile cogliere dei sorprendenti punti di contatto, anche se avversativo, di quanto possiamo reperire nella trattazione di Lacan, anche se tutta l’impostazione differisce profondamente e sembra portare ad esiti opposti.

Come ho detto, colpisce il tentativo di cogliere il reale del sesso, nel senso che assume in Lacan non lo troviamo mai usato da Weininger , ma lo si può leggere nel tentativo di trattare del sesso, sia pur inteso come genere, in tutte le sue implicazioni.

Così nella Prefazione alla prima edizione:

“Nel presente libro tenterò di trattare della relazione dei sessi sotto una luce nuova e definitiva. Non cercherò di allineare in lunga fila il maggior numero possibile di singoli tratti del carattere, né di accumulare i risultati delle misurazioni scientifiche e degli esperimenti fatti sin qui, ma sarà mio scopo ridurre tutti i contrapposti tra l’uomo e la donna a un unico principio…”1

E più avanti: “ Devo però soggiungere che il problema singolo del contrasto dei sessi forma qui più che altro il punto di partenza, dal quale tentare un ulteriore approfondimento”2.

Anche per Otto Weininger i sessi sono due, dato di realtà, o come afferma sempre nella Prefazione “cose di esperienza scientifica”, ma con tutte le  fluttuazioni possibili. Per questo verso risulta molto attuale. Non a caso l’Introduzione alla prima parte titola: Le varietà sessuali, Introduzione  che termina con la domanda: “Dunque non vi sono differenze sessuali?”3

Il capitolo primo è invece intitolato: “Uomini” e “donne” e da lì inizia un riferimento che non sarà mai totalmente esplicito, ma che si legge chiaramente come di pertinenza significante, dato che: “ Esiste una quantità infinita di gradazioni tra l’uomo e la donna, un numero determinabile di forme intermedie4. Ed ancora, “Nella pratica non si dà né l’uomo né la donna, ma soltanto l’essere maschile e l’essere femminile5. Nel tentativo di render conto di tutte le fluttuazioni da un sesso all’altro questo capitolo si chiude con il rimando al racconto di Aristofane nel Simposio.

Però non si deve lasciarsi trarre in inganno da tale riferimento e dall’affermazione prima riportata; Weininger non pone l’esistenza dell’ermafrodito, ma neppure degli alverniati, ai quali ha fatto riferimento Di Ciaccia nel suo testo. No, non esistono gli alverniati per Weinninger, esistono uomo e donna  e il loro rapportarsi, non dico rapporto sessuale, ma la loro relazione, che è fondante la civilizzazione e l’etica stessa.

“ La relazione dell’Io col mondo, il rapporto tra soggetto e oggetto è infatti, in certo qual modo, una riproduzione del rapporto tra uomo e donna in una sfera superiore più estesa, o meglio quest’ultimo è un caso speciale dell’altro6.

E’ quindi il sesso, a determinare la relazione dell’Io col mondo, che Weininger dirà malata, malata a causa della donna. Ed è qui che ritroviamo una grande attualità in questo autore perché per converso si potrebbe arrivare a dire che per Weininger, L/a donna non esiste, portando ad estreme conseguenze il ragionamento di questo autore.

La donna non esiste come individualità, è sempre plurale, è un’alterità rispetto alla legge maschile, all’eticità rappresentata dall’uomo.

E’ questa alterità, che comporta il male che divide e intacca l’eticità dell’uomo, inteso come Uno.

Ma ciò che determina in tutto la relazione uomo- donna è il phallus. Coté maschile e coté femminile. In questo senso il sesso è il phallus, che Weininger scrive sempre in questo modo, e non perché sia l’unico organo ma perché è l’espressione del desiderio sia nell’uomo che nella donna. Sicuramente non si può parlare di “significazione del fallo”, ma certamente tutto il percorso tortuoso e vertiginoso che Weininger ci fa fare riguarda il tentativo di dire se non l’ultima, definitiva, parola sul sesso, quantomeno poterlo dire, significare.

Tentativo che fallisce e porta ad un esito nefasto per l’autore, ma che pur è di grande attualità e ci provoca a partire dal titolo del nostro Convegno.


[1] O.Weininger, Sesso e Carattere, Feltrinelli/Bocca, Milano 1978, p.35
[2] ibidem, p.37.
[3] ibidem, p.43
[4] ibidem, p.46
[5] ibidem, p.47
[6] ibidem, p.256

Cosa viene al posto del Reale tra i sessi

di Emilia Cece – AME SLP, AMP

Sessualità
Nel Seminario XX° Ancora, Lacan distingue la sessualità dall’amore ed il desiderio dalla sessualità in modo da svincolare quest’ultima dalla norma dettata dalla regola maschile.
Lacan precisa anche che il concetto di sessualità non avrebbe dovuto mai essere separato da quello di Inconscio, poiché l’inconscio si presenta come uno scacco alla natura, utile a far esistere un desiderio soggettivo in modo singolare.
La sessualità, che dovrebbe essere compresa a partire dalla relazione all’Altro, si trova anche a fare i conti con il concetto di pulsione, che ne rappresenta una corrispondenza nell’Inconscio.
Questo aspetto, enigmatico poiché attiene all’Inconscio, mostra come l’identità sessuale, all’uscita dell’Edipo, risulti essere unicamente l’effetto di una proiezione illusoria sul velo del fantasma.

Il Reale
Il Reale, che è ciò che resiste ad ogni tentativo di normalizzazione sociale, nel suo essere irriducibile, diventa progressivamente più importante per Lacan che volle situare il sesso al di là delle immagini e delle enunciazioni, per strapparlo alle mode, all’attenzione della politica e del sociale, alle influenze culturali che tentavano di normalizzare i costumi per adeguarli ad esigenze di mercato.
Con l’affermazione “non c’è rapporto sessuale”, Lacan si spinge ancora oltre introducendo il concetto di una disarmonia totale tra i sessi della quale si può sapere poco.
A partire dal XX° Seminario e negli anni successivi, Lacan progressivamente sposterà la ricerca dal piano della causa a quello della logica. Questo passaggio è formalizzato a partire dall’intuizione che la sessualità, per quanto influenzata dal costume sociale e dall’identificazione immaginaria, dipende dal rapporto particolare che ogni Soggetto intrattiene con il proprio godimento.
Si distinguono, così, una J. fallica (dell’Uno tutto solo) da una J. pas-tout o anche detta Altra perché non corrisponde alla logica universale dell’Uno né al fantasma, né all’organo.
Lacan di quest’ultima dice che pur trattandosi di godimento mistico, come per S. Giovanni della Croce, può essere raffigurato nel lato destro delle formule della sessuazione ma vi possono accedere indifferentemente uomini o donne.
Va da sé che queste affermazioni, oltre a modificare radicalmente la logica messa in gioco, (la questione non sarà più legata all’assunto freudiano: avere o non avere il fallo), modificheranno la posizione stessa della psicoanalisi, che si rifonda come esperienza che non si sostiene se non dell’enunciato che non c’è , cioè “l’enunciato impossibile del rapporto tra i sessi”.

Non c’è rapporto sessuale.
Nel XIX Seminario, nell’insegnamento dell’anno precedente, Lacan dal primo capitolo introduce il concetto di un “Posto vuoto” necessario per afferrare qualcosa con il linguaggio e per penetrare nella “Natura del linguaggio”. Questo posto vuoto viene indicato con una x, lettera dell’incognita in logica, proprio per indicare che nella questione tra i sessi la logica occuperà il posto d’onore lungo il resto del suo insegnamento.
Questa x secondo Lacan, è il luogo in cui collocare “un dire” che, espresso nella sua forma completa, è: “non c’è rapporto sessuale”. Trova quindi, proprio in questa asserzione, il modo di formalizzare quel posto vuoto che dovrà consentire l’approccio all’indicibile.
Questa lettera x dell’incognita, segna il posto vuoto di una asserzione fondamentale che si assume come Vera e concerne l’impossibilità a dire qualcosa del rapporto sessuale. Nello sviluppo logico è evidente che se la verità si può dire solo a metà, l’altra metà del vero è, per questo seminario XIX, appunto il peggio.
La verità, potremmo aggiungere, è che il sesso non definisce alcun rapporto nell’essere parlante, non solo il rapporto sessuale, ma qualsiasi differenza, al di là del pene che è una piccola differenza.
Lacan fornisce un curioso esempio che sviluppa una evidenza sul piano logico:
“ Ogni animale provvisto di chele non si masturba”1.
L’esempio, fondato su di una differenza qualsiasi, introduce un concetto di pas-tout in relazione ad una funzione f(x), da cui possiamo ricavare una derivata:
“Non-ogni animale provvisto di chele”2 si masturba per riconoscere che la funzione non è universale.
Questa affermazione- dice Lacan – ci permette di fare una ripartizione in relazione alla funzione x che deve seguire una logica, anzi una “logica nuova” che si presenta come una costruzione a partire da ciò che non c’è.
Si tratta di riconoscere e di prendere atto di un limite proprio al linguaggio nella presa sul reale. Un limite della struttura stessa che richiede uno sforzo di un’invenzione a quanti cerchino di avvicinarsi.
La logica del rapporto tra sessi, già in questo seminario XIX, apre ad un molteplice inedito a partire da una differenza detta “naturale” da cui si creano due campi in opposizione tra loro.
Le formule della ripartizione sessuale che ne risultano, evidenziano come il rapporto tra le due parti destra e sinistra non esiste se non nella possibilità di trovare uno snodo nell’uso dei tre registri R.I.S., che occuperanno Lacan nell’ultimo periodo del suo insegnamento
E’ questo il punto di appoggio di Lacan per fondare la nuova logica a partire da qualche cosa che non c’è nel linguaggio, ovvero a partire dal limite del linguaggio nella sua presa sul reale del sesso.
Possiamo isolare ora l’enigma dei sessi in merito ad una funzione x:
Dal lato Uomo –> Ogni uomo è nella funzione fallica
Almeno uno fa eccezione alla funzione fallica
Dal lato Donna –> Non ogni Donna è sotto la funzione fallica
                              Non esiste nemmeno una che sia tutta nella castrazione.
In L’étourdit3 nello stesso periodo, Lacan afferma nella formula della sessuazione: esse, le donne, sono non tutte, con la conseguenza che non ce n’è nemmeno una che sia tutta nella funzione fallica (cioè nella castrazione).
Secondo la logica degli insiemi, alle donne prese singolarmente, la funzione fallica dunque inerisce e non inerisce.
Da questa ripartizione logica ricaviamo facilmente che il Reale si iscrive diversamente per i due sessi: se per ogni uomo il limite è il posto dall’eccezione che fonda e conferma la regola, per la posizione femminile il limite è escluso ma è iscritto nel non-tutta sotto la forma di S(A/). Questo limite, dal lato donna- procede Lacan –  viene mostrato nella sua topologia all’interno del vuoto che abita le strutture, riguardando individui di qualsiasi sesso inerisce: donne, mistici, poeti, psicoanalisti. Si trova dal lato Donna solo per evidenziare che è fuori dalla normalizzazione del fallo.
Si possono trarre da questo quattro conseguenze:

  1. La funzione è unica, si tratta di Fx, che si riferisce all’atto sessuale
  2. La differenza non attiene la funzione fallica perché è presente per tutti i sessi
  3. La funzione fallica non fa la differenza che deve essere dunque cercata altrove
  4. E’ evidente e dimostrato come il rapporto tra i due sessi manca. Se infatti sul piano superiore dell’esistenza possiamo facilmente reperire come non esiste nessun rapporto tra le due metà che sia sotto la funzione fallica che, per definizione è la funzione che consente di intendersi attraverso il simbolico e che consentirebbe di attribuire un senso dell’esistenza del rapporto in quanto godimento radicato nel corpo, ne consegue che il rapporto non esiste. Sul piano inferiore, laddove ipoteticamente sarebbe possibile una qualche intesa, la donna non è tutta e quindi se la svigna o…peggio4, svanisce.
Mentre dal lato uomo l’esistenza viene garantita proprio dal limite imposto dall’eccezione che conferma la regola fallica, dal lato donna non si pone limite ma anzi viene messo in funzione l’illimitato, l’esistenza senza eccezione risulta così minata dall’inconsistenza e, possiamo dire, ogni donna è potenzialmente probabile che si dilegui perché è mobile, come piuma al vento, segnata come non-tutta da specifica dualità.
Con questo, le teorie freudiane sulla differenza di genere vengono del tutto superate ed il discorso analitico, preso atto dei suddetti due limiti diversamente in esercizio, è tenuto a prendere in conto non tanto il dire, quanto quel discorso senza parole per il quale si fonda la necessità di far ricorso a nuove scritture, alla lettera matematica ed al numero, ovvero a scritture più idonee ad approcciare il Reale.
In L’étourdit ancora leggiamo: “Si tratta di prendere atto della necessità di approdare ad una nuova visione del mondo che prenda atto del Reale e dello scacco apportato da questo a tutti i discorsi”5.
Tra L’étourdit ed … ou pire, in sintesi, si gioca la svolta relativamente a questa nuova visione del mondo che coinvolge non tanto la logica quanto la matematica, come viene ben esplicitato: “Il posto del dire è in effetti l’analogo nel discorso matematico di questo reale che gli altri discorsi serrano, l’impossibile dei loro detti”6.

Cosa viene al posto del Reale tra i sessi?
Lacan ha fatto più volte riferimento alla matematica, maggiormente dopo una ventina di anni di insegnamento. Tra le Scienze, non ha mai fatto mistero di una preferenza verso quest’ultima, alla quale si dedica, come in un primo tempo aveva fatto con la linguistica, non senza modificarla.
Lacan afferma che, in matematica il dire è un analogo del Reale, mentre negli altri discorsi scientifici non è il dire che fa l’indice del Reale ma l’impossibile dei detti. Per questo l’analisi è l’ascolto di un discorso senza parole. Abbiamo un impossibile nel dire ed un impossibile nei detti da cui Lacan ricava una nuova definizione di struttura: “Questa dit-mension di un impossibile che va a comprendere esattamente l’impasse propriamente logica, ed è appunto ciò che chiamiamo struttura”.
Perché mai tirare la struttura verso questo piano della logica?
Probabilmente perché se la logica punta a dare una nuova regola al discorso (oltre il fallo possiamo dire), il Reale si afferma proprio nelle impasse della logica.
In L’étourdit leggiamo: “Non è per niente che la psicoanalisi si fonda sul Soggetto supposto sapere: si, certo essa suppone di rimettere in questione il sapere, perciò è meglio che lo sappia alla fine”7.
A mio avviso, Lacan allude qui alla teoria sulla Passe, che metterà a punto progressivamente come invenzione estrema, tesa a circoscrivere il reale tra i sessi nel momento del fine analisi, come un sapere non saputo che lascia cadere il soggetto supposto sapere nel tempo dell’attraversamento del fantasma.
La Sagna8 ipotizza che Lacan sognasse una psicoanalisi adatta a trasformare tutto il sapere in una supposizione, in un insieme di ipotesi da sottoporre a dimostrazione.
Probabilmente è così. Lacan, dirà infatti che la topologia è la via per uscire dalla supposizione di sapere ed opporrà la topologia del discorso alla logica facendo un buco nell’Universo sferico, che assume il valore di un’obiezione.
Nella terza parte di … o peggio, il Reale che Lacan ha tentato di isolare, di circoscrivere, viene così definito in termini numerici: “Y’a de l’Un”.
Riprendendo così lo sviluppo logico di Cantor, afferma che la serie di numeri non rappresenta nient’altro che il transfinito e l’inaccessibile del due da cui si costituisce il numerabile all’infinito.
Il riferimento al Reale del rapporto tra sessi approderà, progressivamente, nell’ultima fase del suo insegnamento, J. Lacan, con uno sviluppo puramente matematico, acquisita l’inaccessibilità del due ed il riconoscimento dell’Uno, punterà in direzione del transfinito ed alla teoria dei nodi.


[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX …o peggio, Einaudi ,Torino 2020 p. 8
[2] Ibid.
[3] Cfr. J. Lacan, Autres écrits, Seuil, Paris, 2001 p. 465
[4] Cfr. J. Lacan, Il Seminario Libro XIX …o peggio, p. 105
[5] J. Lacan, Autres ècrits, Seuil Paris 2001 p.476 [trad. dell’autore]
[6] Ibid. p. 476 [trad. dell’autore]
[7] Ibid. p. 477 [trad. dell’autore]
[8] P. La Sagna, Contrer l’Universel, Ed. Michèle, Pars 2020