Leonardo Mendolicchio

“Lasciamo che il sintomo sia quel che è: un evento di corpo”. Così Lacan sosteneva in Joyce e il sintomo, affermando che il soggetto ha un corpo e che quest’ultimo è implicato nel sintomo. Asserirà tra l’altro che “i corpi possono non essere di per sé nient’altro che sintomi relativamente ad altri corpi”.  Queste affermazioni appaiono un’aporia per la psicoanalisi, anche quella “lacaniana”, che  ha storicamente legato il sintomo alla parola, dimenticando che l’incipit freudiano sull’isteria aveva proprio a che fare con il sintomo in relazione al corpo.
Nel tempo il corpo appare ecclissato per la psicoanalisi.
L’Io ha preso il sopravvento sul corpo, i meccanismi di difesa sulle pulsioni, la parola e la mente hanno occultato la carne. Proprio Freud in Inibizione Sintomo e Angoscia alla fine del suo insegnamento diede un’interessante sterzata quando, per giustificare l’ipertrofizzazione dell’importanza data all’Io, affermò: “sino a quando non avremo capito come agiscono gli aspetti quantitativi delle pulsioni, l’unica possibilità di governarle sarà il rafforzamento dell’Io”. Peccato che questa eredità, l’eredità teorica degli “aspetti quantitativi delle pulsioni” si sia trasformata in legge terapeutica rispetto all’importanza dell’Io. Da qui il primato del fallologocentrismo che permea anche il modo di fare diagnosi bypassando a piè pari le questioni del corpo.
Non tutto è significante, ricorda Lacan, e noi dovremmo fare ammenda di tale affermazione, riprendendo il monito in Lituraterra che “il significante è sembiante” e che in quanto tale è destinato ad un certo punto ad “evaporare” lasciando il posto alla traccia, al segno, al fonema.
Che il significante non sia tutto lo ricorda anche la clinica contemporanea fatta di sintomi fuori discorso, muti, fuori dal campo dell’Altro. Andando oltre i miei cari disturbi alimentari, ricordo le tossicomanie e le malattie cosi dette “psicosomatiche”.
Allora come districarsi nella diagnosi se ci si trova di fronte ad un evento di corpo? Come far funzionale il dispositivo NDP in un funzionamento dove il significante evapora lasciando intravedere solo tracce del soggetto?
Miller nel testo Riflessioni sul fenomeno psicosomatico abbozza dei concetti al limite della nostra tradizione clinica, creando uno shock anche al nostro classico modo di fare diagnosi.
Per inciso la storia della psicoanalisi dovrebbe essere l’antitesi del classicismo diagnostico, lì dove ciò che si va a scorgere attraverso il lavoro analitico dovrebbe essere quel qualcosa di irripetibile di ogni soggetto.
Miller riprendendo i concetti di Lacan del seminario XI afferma che in alcuni casi non vi è aphanisis e cioè che il soggetto non viene eliso dal significante bensì marchiato da un S1 assoluto.
La mancanza di aphanisis determinerebbe secondo Miller, un’elisione del campo dell’Altro (non essendoci la formula del significante che rappresenta il soggetto per un altro significante), ovvero un soggetto fuori discorso e che può avere come unica alterità il corpo stesso. Miller afferma: “Nel fenomeno psicosomatico si tratta dunque di un Altro, ma quest’Altro lungi dall’essere il luogo dell’Altro che può essere  occupato da un altro soggetto, è invece il corpo proprio. Potremmo qui sottolineare il valore clinico secondo cui il corpo proprio è percepito come il corpo di un altro”.
Dinanzi a questa affermazione risulta semplice aprire il ventaglio dei sintomi contemporanei.
Voglio però portare un paradigma vignettistico sulla metamorfosi psicosomatica del soggetto.
L’epigrafe con la quale l’uomo freudiano si presentava in analisi era questa: amo quella donna o quell’uomo ma non riesco a farci l’amore. Il titolo con cui si presentano i nostri pseudoanalizzanti invece recita pressappoco così: faccio sesso con chi voglio ma non riesco ad amare nessuno o nessuna. Nello scarto tra queste due impotenze vi è tutta la rivoluzione epistemologica ed ontologica del rapporto sintomo-corpo.
Come ben dice Miller il fenomeno di corpo oggi è come un geroglifico nel deserto.
Nell’isteria il corpo era a servizio del significante e per cui immerso nel campo dell’altro, nelle psicosomatosi il corpo è una traccia autoreferenziale che rende il trattamento di questi soggetti apparentemente impossibile.
Cosa ne è del godimento lì dove il campo dell’Altro non permea la carne? Non può che esserci una de-erotizzazione del corpo, un godimento amorfo e generale che cancella le zone erogene e produce una vorace tossicomanica dove tutto viene inghiottito: cefalee, dolore fibromioalgico, farmaci, cibo, sostanze psicotrope. Una bocca-ano-vagina aperta su un orizzonte senza informazioni  di sorta.
Quale punto di capitone nel deserto del psicosoma? Quali Nomi dei padri nel regno del S1 solitario?
Joyce Mc Dougall in linea con l’ultimo insegnamento di Lacan provoca gli psicoanalisti affermando: “Può darsi che l’analista reagisca verso l’inspiegabile soma dei suoi analizzati come se fosse un affronto narcisistico alla sua onnipotenza interpretativa, cosa che rischia di alimentare una disistima verso lo psicosoma quando il soma si comporta in maniera tale da mettersi fuori dalla sfera di influenza  del processo analitico, o per lo meno in modo di dare l’impressione (senz’altro valida) di essere inaccessibile  con i metodi che riescono così bene con le parti nevrotiche della personalità. Ora, se l’analista mantiene la sua funzione classica di specchio riflettente, di fronte al vissuto somatico dei suoi analizzanti – vale a dire si ostina a mantenere lo specchio sempre allo stesso posto e sotto la stessa angolatura, non potrà che riflettere quel niente che sono la rappresentazione distrutta e l’affetto soffocato. E’ opportuno distinguere tra mancanza, significante, che induce il desiderio e la creatività e quel niente irrappresentabile, indicibile, metafora della morte. Terreno limite dell’analizzabile”.
E allora armi in spalle per raggiungere quel deserto, quel terreno limite nel quale il parlêtre emana i suoi vagiti tra il niente e la mancanza.

Note Bibliografiche

J.Lacan. Joyce e il Sintomo, in Altri scritti, Einaudi, p. 56.
J.Lacan, Lituraterra, in Altri scritti, Einaudi, p. 13
J.-A. Miller, Il Fenomeno Psicosomatico, in I Paradigmi del Godimento, Astrolabio, pp. 220-223.
J.Mc Dougall, A favore di una certa anormalità, Borla, p. 204