Massimiliano Rebeggiani

La diagnosi, in qualsiasi ambito la si consideri, è possibile a partire dalla lingua.
Il Dsm, ad esempio, vi opera a partire da elementi osservati, presi come segni e sottoposti al calcolo.  Con quale criterio si contano? A partire da un criterio statistico, la correlazione, che permette di accostare fenomeni distinti a partire dal fatto che mostrano di avere un rapporto.
In psicoanalisi la lingua è considerata nei suoi elementi discreti, presi come significanti, i quali, nel loro esercizio, disegnano i contorni di un buco, a volte su questo buco inciampano, a volte ne vengono inghiottiti.
Qui la correlazione è impossibile, un impossibile che può essere accostato solo con il concetto di causa e di non-rapporto.
Nel primo caso l’illusione del rapporto vela la verità del non rapporto e in questo modo fornisce al soggetto un nome “comune”, valido per tutti coloro che rientrano in quella categoria. Questa modalità può avere, nel migliore dei casi, un effetto terapeutico, legato ad un certo modo di sfruttare una possibilità offerta dalla lingua, l’identificazione, ma può veramente andare oltre?
Forzando un po’ le cose si può dire che, in questa prospettiva, la diagnosi rappresenta l’ultima parola.
Nel secondo caso lo sforzo non è di velare questo buco che decompleta la lingua, ma di poter cogliere il rapporto tra il soggetto, che è effetto di questo buco, e il buco stesso. In questa prospettiva la diagnosi è una bussola a due poli, il possibile e l’impossibile, in questa prospettiva la diagnosi non può mai essere l’ultima parola perché l’ultima parola è impossibile.
La radicalità di Lacan nel tenere la bussola orientata verso l’impossibile ha un prezzo, la necessità di ripensare il problema della trasmissione. In quest’ottica la riflessione sul nome del padre attraversa tutto l’insegnamento di Lacan con una traiettoria che il contributo di Rosa Elena Manzetti ha messo in luce. Il punto d’approdo è il nodo.
Vorrei quindi concludere con una citazione tratta dal seminario del 9 gennaio 1979 su cui sono inciampato poco dopo aver letto il testo di Manzetti e che, a mio avviso, problematizza, ancora, la questione:

Car ce q’on symbolise dans l’Imaginaire, le Symbolique et le Rèel, c’est l’intérieur du cercle…de sorte que ce dont il s’agit, c’est d’une métaphore.
La métaphore du noeud borromèen à l’état le plus simple est impropre. C’est un abus de métaphore, parce qu’en réalité il n’y a pas de chose qui supporte l’Imaginaire, le Symbolique et le Rèel. Qu’il n’y ait pas de rapport sexuel, c’est ce qui est l’essentiel de ce que j’énonce. Qu’il n’y ait pas de rapport sexuel parce qu’il y a un Imaginaire, un Symbolique et un Rèel, c’est ce que je n’ai pas osé dire. Je l’ai quand meme