Davide Pegoraro

Nel 1909, nel caso del piccolo Hans, così ci avvertiva Freud: “Non è nostro compito ‘capire’ subito un caso; ciò è possibile solo più tardi, dopo aver raccolto una quantità sufficiente di impressioni”.
Quando ho trovato queste parole di Freud, durante il lavoro di preparazione della bibliografia per il nostro XV Convegno Nazionale, oltre a un piacevole effetto di sorpresa si è prodotto in me anche un senso di alleggerimento rispetto alla questione della diagnosi.
In un tempo come il nostro, in cui il sapere deve tradursi immediatamente in una tecnica utilizzabile da tutti, ho pensato che quest’invito di Freud a un po’di sospensione lasciasse anche del respiro, quel respiro sufficiente a prendere distanza da quel che accade oggi e a interrogarsi sugli innumerevoli usi e derive a cui assistiamo nel campo della diagnosi.
Certo Freud, a partire dal suo inconfondibile stile di clinico, ci faceva cogliere come per lui, in quanto psicoanalista, la diagnosi e la cura non fossero due processi separati, un prima e un dopo, talvolta compiuti da due figure diverse, come può accadere nell’epoca della specializzazione.
Per Freud il caso, la sua diagnosi o meglio la sua costruzione, non si davano al di fuori dell’implicazione del curante stesso, e in ogni caso, come dimostrano tutte le sue testimonianze, miravano a estrarre e a includere nel processo stesso quel singolare, che permetteva di nominare ciascuna esperienza con un nome diverso, uno per uno.
Nell’attualità invece la diagnosi pare spesso ridursi a semplice etichetta, marchio posto dall’Altro o prelevato nell’Altro dalle persone stesse, non tanto con la finalità di mettere in rilievo la singolarità, quanto piuttosto per perseguire obiettivi che esulano dal contesto della cura, la imbastardiscono e rischiano di renderla un altro oggetto di godimento tra altri.
Eccola entrare dunque in scena sotto le sembianze di prontuari che la riducono a un elenco di sintomi, rispetto ai quali già Freud aveva espresso così il suo parere : “Mi sembra che noi diamo troppa importanza ai sintomi e ci preoccupiamo troppo poco della loro provenienza” , di ragioni di mercato che la rendono più commercializzabile, ma anche di soggetti che dopo averla pretesa e ricevuta vi si abbarbicano rivendicandone i vantaggi, non già quelli secondari di freudiana memoria, ma quelli dell’Io che non può fare a meno di credersi identico a un nome.
In tutto questo che cosa può aver cura di preservare e reintrodurre la psicoanalisi oggi, per restituire alla diagnosi la sua dignità e il suo valore etico, quello inciso nella matrice greca delle sue lettere che sottolinea la sua valenza di atto, di decisione in seguito a un accurato esame?
Già Lacan nella sua Questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi ci suggeriva una pista per rendere le parole vive e non semplici etichette, per mettere in luce i destini che tracciano nelle vite umane, gli atti di svolta di tanti drammi singolari, come ben ci insegnano coloro che sanno fare della letteratura.
“Si cerchi all’inizio della psicosi questa congiuntura drammatica. Che si presenti per la donna che ha appena partorito, nella figura dello sposo; per la penitente che confessa la sua colpa, nella persona del confessore; per la ragazza innamorata, nell’incontro col «padre del ragazzo», la si troverà sempre, e tanto più facilmente quando ci si orienti sulle «situazioni» nel senso romanzesco del termine. Si comprenda, per inciso, come per il romanziere queste situazioni siano la vera risorsa, capace di far scaturire quella «psicologia profonda» cui nessuna prospettiva psicologica lo potrebbe fa accedere”.
Non mi spiace concludere così, … umilmente beninteso…, con un po’ di personale poesia:
“… parole feconde, pullulanti di vita, sberleffi a etichette di esistenze imbalsamate: fatevi strada, fateci strada.
Portate un po’ del vostro respiro!”.