Pietro Enrico Bossola

Nei nostri incontri milanesi spesso ci siamo fermati a riflettere sulla difficoltà della parola a produrre effetti. Lo notiamo, in particolar modo, nelle forme legate ai disturbi alimentari, nei soggetti con diverse forme di dipendenza, ma non solo.
L’idea isterica, per la quale basta parlare per modificare i sintomi e le condizioni pulsionali, spesso rimane lettera morta. Non sempre ci troviamo con persone con difficoltà di parola o con un linguaggio “fragile”, talvolta incontriamo persone che hanno una grande libertà di parola, ma è come se questo loro sciame di parole non trovasse mai un punto di ancoraggio nel corpo e dunque una sua risposta.
E’ vero che i soggetti ricevono dall’Altro sempre più parole intrise di un godimento che mettono in discussione la relazione simbolica perché minata da un eccesso di godimento. E’ come se l’Altro fosse compromesso da un godimento nullificante dal punto di vista del simbolico e dalle garanzie che dovrebbe dare. Spesso mantenersi a distanza dalla parola dell’Altro diviene un modo per mantenersi a distanza da qualcosa di molto pericoloso e devastante, proprio perché i significanti che provengono dall’Altro non sono limitatori di un godimento e accorgersi di questo sarebbe quel troppo, quell’eccesso che annienta non tanto il soggetto, quanto l’Altro. E questo non è sopportabile. In altri termini gli S1 che provengono dall’Altro non sono nelle condizioni di rappresentare il soggetto per l’insieme dei significanti (S2).
Ma questo impone il loro isolamento o il relazionarsi con altri S1, che sono nelle stesse condizioni. La questione è cosa succede a dei significanti investiti di godimento? Freud parlava della fissazione come ciò che indica , ci spiega Miller, l’arresto della pulsione. La pulsione non è in grado di trasformarsi di modificarsi, rimane fissata in una ripetizione simile a quella del disco rotto, nella ripetizione dell’identico. Non è un caso che parliamo sempre di più di disturbi alimentare, del comportamento o altro, ma ciò che è disturbata è la pulsione. La mobilità del godimento è data dalla mobilità strutturata dei significanti, nell’operazione di rimando di un significante che ci viene dato e che aveva la sola funzione di rappresentarci presso l’Altro, ma in un’articolazione che lasciava lo spazio per Altro appunto.Quando S1 si incolla al godimento a quel punto la pulsione non può che segnare il passo e tornare sempre allo stesso punto, proprio perché abbiamo una congiunzione di un significante con il godimento.
Insomma forse la fissazione freudiana ci dice qualcosa del godimento di soggetti che rimangono sempre allo stesso punto di frattura o di arresto.Paradossalmente l’eccesso di godimento porta al blocco a un godimento disturbato e come tale senza una direzione.

Jacques-Alain Miller,  L’Essere e l’Uno, in La Psicoanalisi n° 53-54, Astrolabio, Roma2013