Joaquín Caretti

Organizzato attorno all’Associazione Mondiale di Psicoanalisi (AMP), si sta producendo un interessante dibattito nel mondo della psicoanalisi lacaniana. Quest’associazione, in un atto inaugurale, a partire dall’iniziativa di Jacques-Alain Miller, ha deciso di creare una rete chiamata ZADIG[1] (http://lacaniannet.weebly.com), orientata dalla psicoanalisi e formata da persone interessate all’azione politica, senza alcuna appartenenza ad un partito politico. Fino a questo momento gli psicoanalisti hanno partecipato ad alcune questioni in relazione alla politica; queste, però, hanno avuto a che fare fondamentalmente con la difesa della psicoanalisi nel mondo. Ad esempio, c’è stata l’opposizione ad una legge che voleva impedire il trattamento psicoanalitico dei soggetti autistici, tanto in Francia come in Spagna. Si è conversato con dei politici, sono state fatte delle manifestazioni e sono stati organizzati dei forum, con la partecipazione della società civile, e si è riusciti infine a rovesciare la situazione. Oggi, però, ciò che viene proposto, è di fare un altro passo: creando un’istanza, nella psicoanalisi lacaniana, che s’interessi, in modo permanente, delle questioni politiche e che possa incidere su di esse, soprattutto su quegli atti o proposte in cui la Democrazia e lo Stato di Diritto possano essere minacciati. La campagna organizzata durante la scorsa primavera dagli psicoanalisti in Francia, contro la possibilità che Marine Le Pen potesse governare e che lo Stato fosse consegnato ad un partito dichiaratamente xenofobo e col suo fondatore condannato per aver relativizzato l’Olocausto e provocato l’odio razzista, fu l’origine di questa rete. Alla fine, il partito dell’odio fu sconfitto.

Il fondamento di questa nuova proposta ancora in costruzione, ha a che fare con due affermazioni che articolano il sociale all’individuale e l’inconscio alla politica. Sigmund Freud, nella prima pagina di “Psicologia delle masse e analisi dell’io”, nel 1921, afferma che la psicologi sociale è la psicologia individuale: “La contrapposizione tra psicologia individuale e psicologia sociale o delle masse, contrapposizione che a prima vista può sembrarci molto importante, perde, a una considerazione più attenta, gran parte della sua rigidità. (…) la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall’inizio, psicologia sociale”. Qui viene detto che tutto ciò che riguarda il sociale ha a che fare con l’individuale, poiché il sociale è realizzato dai singoli soggetti. D’altro canto, Jacques Lacan ha fatto un’affermazione un po’ più enigmatica: “L’inconscio è la politica”. Occorre leggere qui che la politica è determinata dalla struttura soggettiva, che i fatti delle masse sono orientati da una logica inconscia condivisa da ciascuno dei suoi membri. A partire da quest’orientamento ci si potrebbe domandare perché la psicoanalisi si sia così tanto attardata nel portare le proprie riflessioni in campo politico, salendo dai limiti degli studi privati per andare a confrontarsi con i disagi che si susseguono nel campo della civiltà, così ben descritti da Freud. È vero che ciò che la psicoanalisi dice all’umanità non è per nulla incoraggiante, giacché l’avverte del movimento irresistibile della pulsione, la quale fa sì che un uomo non abbia alcun riguardo in causare del male ad un altro, fino a dei limiti inconcepibili. E, a sua volta, le fa sapere che molti degli atti che gli esseri umani compiono possono esser fatti contro loro stessi. Ciò è difficile da accettare per una soggettività che si crede padrona di sé. Ma è proprio perciò che gli psicoanalisti sono obbligati a dibattere e a incidere in tutte quelle questioni trascendenti per il legame sociale e soprattutto in quelle che mettano a rischio la democrazia e dunque che attentino contro la convivenza.

Nel contesto in cui viviamo è divenuto centrale il dibattito su cosa sia lo Stato di Diritto e cosa significhi realmente la Democrazia, oltre che il rifiuto di qualsiasi forma di totalitarismo. Così lo intende questo movimento di psicoanalisti che lo prende come un asse di riflessione fondamentale. Questa riflessione rimane pericolosamente stretta se non vi si include la nuova modalità che ai nostri giorni ha preso l’esercizio del capitalismo: la sua forma neoliberale. Molto è stato scritto sul neoliberalismo e le sue conseguenze. Le forme di sfruttamento hanno assunto forme estreme di raffinatezza, fino a rendere molto difficile la vita dei settori meno avvantaggiati: precarizzazione dei salari e delle pensioni, assenza cronica di lavoro, tagli nel campo dei diritti sociali, una politica di austerità suicidaria, perdita dei diritti da parte dei lavoratori, indebitamento dello Stato per delle generazioni, sottomissione delle nazioni ai designi di un potere economico non eletto democraticamente, ecc. È tutto molto noto. Anche se tutto ciò è molto grave, la sua faccia più mortifera è quella che riguarda l’incidenza sulla soggettività da parte della ragione neoliberale. Questa ragione punta al cuore del soggetto per ottenere ciò che il genio di Étienne de la Boétie ha descritto come una sottomissione volontaria al discorso del padrone. Cinquecento anni dopo, questa nuova ragione del mondo insegue gli stessi obiettivi: sottomettere volontariamente il soggetto. L’individuo viene spinto per entrare nella logica della competitività manageriale, qualcosa di molto attraente per il narcisismo di ciascuno, assumendosi come gestore di se stesso e concepito come un’impresa costituita da un solo impiegato/capo: io. Non è molto difficile intravedere le devastazioni che una tale posizione possa causare nel soggetto, e che vanno dall’ineludibile frattura del legame con gli altri, fino allo sprofondamento nella più grande delle colpe quando il fallimento si presenta: l’altro è vissuto come un nemico in questa corsa solitaria verso il successo o, per meglio dire, verso l’exitus soggettivo. Il neoliberalismo funziona come una macchina superegoica inarrestabile, mascherato dai canti delle sirene. La questione più seria da considerare però, è che tutto ciò abbia luogo sotto il mantello della democrazia, sistema a partire dal quale esso si autorizza per imporre la sua ragione. In questo modo, catturata dalla sua ideologia, la democrazia si trasforma in un sembiante al servizio delle grosse corporazioni finanziarie, politiche e mediatiche. La lotta contro Marine Le Pen in Francia ha evitato il male peggiore, ma allo stesso tempo ha messo nel governo il rappresentante più chiaro dell’ideologia neoliberale, “l’uomo del denaro”, come lo certifica la riforma lavorativa che pensa d’imporre in autunno. Di fronte a ciò, l’azione degli psicoanalisti lacaniani, che così bene hanno combattuto contro il fascismo lepenista, deve ora opporsi ad una democrazia formale ma svuotata da contenuto, come quella impulsata dai partiti neoliberali in tutto il mondo, la cui finalità è quella di sottomettere i soggetti e di cancellare la loro singolarità più radicale. E, in questo senso, difendere – insieme al no al totalitarismo – l’esistenza di un sistema dove la democrazia si metta al servizio di un mondo più vivibile, più giusto e che renda meno stupidi.

Traduzione di Maria Laura Tkach

[1] ZADIG (Zero Abjection Democratic International Group)