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Appunti n. 160 – Aprile 2025

Editoriale

Nicola Purgato

Nell’Atto di fondazione Jacques Lacan afferma che il controllo “s’impone”[1] in quanto responsabilità dell’analista per “proteggere […] colui che si presenta in posizione di paziente”[2]. Si tratta in primis di una esigenza etica, rafforzata dal fatto che l’analista si autorizza da sé e pratica la psicoanalisi a proprio rischio.

Entrano così subito in campo tre significanti: responsabilità, desiderio e stile, che attraversano questo numero di Appunti dove diversi analisti riflettono e si interrogano sull’esperienza del controllo. Ciascuno ne sottolinea alcuni aspetti, altri propongono sottili sfumature, altri infine mettono in luce obiettivi e modalità operative, ma tutti a partire da un’esigenza etica. Nei vari contributi emerge anche lo stile dei diversi autori, stile che anche l’analista che chiede un controllo si trova ad affinare, non essendo mai dato una volta per tutte.

All’interno delle raccomandazioni tecniche in Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico, Sigmund Freud parla dell’analista come di uno schermo bianco e scrive che “il medico deve essere opaco per l’analizzato e, come una lastra di specchio, mostrargli soltanto ciò che gli viene mostrato”[3]. Se così fosse il compito del super-visore sarebbe quello di contribuire a mantenere lo specchio pulito, insegnando le tecniche per tenerlo lindo secondo tre classici principi, schermo bianco, freddezza emotiva e neutralità analitica, volti a “impedire […] al transfert di intrecciarsi con la situazione di realtà”[4] tra l’analista e il paziente.

Helene Deutsch, affrontando la questione del controllo, ribadisce l’idea che l’analista in controllo sia “un medium che dovrebbe essere trasparente, ma che molte volte è appesantito da un deposito torbido che è necessario eliminare per vedere il paziente”[5]. Nasce da qui la concezione dell’analista come “muro bianco” quale garanzia di neutralità o, almeno, è così che Jean Laplanche e Jean-Bertrand Pontalis nella loro enciclopedia la intendono: “essere neutro quanto ai valori religiosi, morali e sociali, cioè il medico non deve dirigere la cura in funzione di un qualsiasi ideale e deve astenersi da qualsiasi consiglio”[6].

Lacan, da un lato, sembra andare oltre all’immagine neutra e distaccata dello specchio descrivendo l’analista come colui che “fa il morto” ma, dall’altro, si sposta completamente dalle metafore visive, inserendo questa indicazione nella metafora del gioco del bridge (ponte) che, come suggerisce il nome, è fatto da coppie dove il “morto” è proprio il compagno del giocatore ed è colui che scoprirà le proprie carte, che resteranno visibili a tutti per l’intera durata del gioco.

Il paradosso della partita analitica di bridge è quell’abnegazione che fa sì che, contrariamente a quanto avviene in una partita normale di bridge, l’analista debba aiutare il soggetto a scoprire le carte del suo partner. E per condurre questo gioco del chi-perde-vince al bridge, l’analista, in linea di massima, non deve complicarsi la vita con un partner. È per questo motivo che diciamo che l’i(a) dell’analista deve comportarsi come un morto. Il che vuol dire che l’analista deve sapere sempre quali sono le carte in gioco. Penso che apprezzerete la relativa semplicità di questa soluzione del problema[7].

Inoltre Lacan non risparmia di chiedere all’analista una certa abnegazione nello stare in questo posto e Jacques-Alain Miller sottolinea, similmente alla Deutsch, che “il controllo, la pratica di ciò che a volte viene chiamato supervisione, serve a lavare via queste scorie residue che interferiscono nel trattamento. Ma non appena riusciamo a cancellare ciò che ci singolarizza come soggetti, è l’analizzando a rivestirci – noi, il suo interlocutore – con gli abiti del suo fantasma”[8]. Si tratta di un movimento in levare, in cui l’analista cerca “di cancellare le sue particolarità, di raggiungere l’universale di quello che chiamiamo il desiderio dell’analista”[9].

Tale concetto introdotto da Lacan nella clinica psicoanalitica è in grado di sovvertire la concezione classica di setting. Lo spazio di manovra e di invenzione della seduta analitica è già incluso nella metafora del gioco del bridge dove fare il morto ha lo scopo di aiutare il soggetto a scoprire le carte del suo partner. Nella partita dell’analisi si apre il campo del desiderio dell’analista e del suo atto dove, come spesso ritroveremo in diversi testi qui pubblicati, il motto della psicoanalisi lacaniana coniato per il convegno di Comandatuba del 2004, “Senza standard ma non senza principi”[10], ritorna come guida.

È bene che l’analista non resti solo in questo compito e che si disponga alla pratica del controllo, in quanto la partita può e deve essere giocata con una responsabilità e uno stile ispirati ai principi e alla struttura del discorso analitico e al momento in cui il paziente si trova nella cura, ricordando che “è il desiderio dell’analista alla fin fine a operare nella psicoanalisi”[11]. Desiderio sovversivo che modifica i concetti tradizionali di interpretazione, durata della seduta, presenza dell’analista, atto… e che può incarnarsi in forme diverse. Se in alcuni casi è bene che l’analista “faccia il morto”, in altri – come si riscontra in alcuni testi di questo numero – è bene invece che “incarni la vita”[12].

Se è il desiderio dell’analista a guidare la posizione etica e clinica nella cura, esso non può che essere al centro del nostro discorso sul controllo. È per questo che Serge Cottet ribadisce che “se è l’analisi personale a fare emergere il desiderio dell’analista, il controllo contribuisce alla sua maturazione”[13]. In questo senso il controllo si impone, perché è il “luogo privilegiato nella formazione clinica dell’analista”[14].

Nel numero che vi consegniamo trovano posto gli interventi delle serate preparatorie alla Giornata sul controllo della Segreteria di Rimini con i testi di Antonio Di Ciaccia, Alice Ballarini, Massimiliano Rielli, e della Segreteria Milano con Florencia Medici, Beatrice Cricchio, Antonella Terraciano.

Vengono poi pubblicati, parzialmente rivisti, gli interventi alla Giornata Nazionale SLP Questioni di Scuola: La pratica del controllo del 26 otttobre 2024 con le relazioni di Roberto Cavasola, Gregorio Di Ciaccia, Xavier Esqué, Maura Gaudenzi, Gabriele Grisolia, Leonardo Mendolicchio, Leonarda Razzanelli, Norma Stalla.

Nella rubrica Echi sul tema dalla Scuola Una pubblichiamo tre testi inediti dei colleghi francesi alla Giornata Question d’École, dal tema Où en est-on avec le contrôle? tenutasi a Parigi il 3 febbraio 2024. In particolare Marie-Hélène Brousse, Hervé Castanet, Philippe De Georges ci illuminano sulla loro esperienza di controllo ponendo questioni e aneddoti clinici preziosi.

In Tre domande a… Sarantis Thanopulos, psicoanalista SPI e presidente dal 2021 al 2025, risponde a Umberto Cavalli che gli pone tre domande scottanti sul controllo e la pratica analitica oggi.

Infine, la rubrica Il lavoro in istituzione: clinica e politica accoglie gli interventi di Gian Francesco Arzente e Andrés Borderías sulla logica che orienta chi lavora in équipe alla luce della psicoanalisi lacaniana.

Buona lettura!

[1] J. Lacan, Atto di fondazione [1964], in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 235.

[2] Ibidem.

[3] S. Freud, Tecnica della psicoanalisi [1911-1912], in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino 1976, pp. 539.

[4] M.M. Gill, Teoria e tecnica dell’analisi del transfert, Astrolabio, Roma 1985, p. 8.

[5] H. Deutsch, L’analisi di controllo, in Psicoterapia e scienze umane, Anno XXX, n. 2, 1996, p. 108.

[6] J. Laplanche, J. B. Pontalis, Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Bari-Roma 1967, pp. 361-362

[7] J. Lacan, Il Seminario. Libro VIII. Il transfert [1960-1961], Einaudi, Torino 2008, p. 206.

[8] J.-A. Miller, Parler avec son corps, in Mental. Revue international de psychanalyse, n. 27/28, 2012, p. 128 [T.d.A.].

[9] J. Lacan, Il Seminario. Libro VIII. Il transfert, cit., p. 206

[10] Cfr.  La pratica lacaniana. Senza standard ma non senza principi, IV congresso AMP a Comandatuba, Brasile, 3-6 agosto 2004, consultabile in https://www.association-mondiale-psychanalyse.org/it/il-congresso/la-pratica-lacaniana/.

[11] J. Lacan, Del Trieb di Freud e del desiderio dell’analista [1964], in Scritti, Einaudi, Torino 1974 e 2002, vol. II, p. 858.

[12] S. Chiriaco, Sulla linea, in Conversazione clinica, J.-A. Miller (a cura di), Quodlibet, Macerata 2021, p. 101.

[13] S. Cottet, Autonomie du contrôle, in La Cause freudienne, n. 52, 2002, p. 134.

[14] Ivi, p. 138.

Allegati

Appunti n. 160

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