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Appunti n. 161 – Giugno 2025

Editoriale

Nicola Purgato

Potremmo dire che “lo psicoanalista è amico delle serie”, parafrasando Jacques-Alain Miller[1]. Le vede e le segue ovunque esse appaiano: in primis nei sintomi di cui il protagonista si lamenta, dato che si ripresentano a ogni piè sospinto sui più disparati canali (corpo, idee, comportamenti, relazioni). Le trova anche nei significanti che marcano la trama del racconto, ripetendosi con insistenza e determinando la sceneggiatura; poi in quegli eventi, come l’attacco di panico, di cui c’è certezza dell’immediato ritorno sulla scena ma non di quando apparirà l’episodio successivo; passando poi per l’esperienza amorosa, dove non bastano separazioni, liti o cambi di partner perché si riproduca uno spin-off diverso dalla scena madre iniziale, fino all’esperienza del reale che “è quel che ritorna sempre allo stesso posto”[2].

L’analista sa riconoscere la serie perché ne deve fare qualcosa che non sia il semplice lamento con cui, colui che si crede solo spettatore della sua stessa vita, si presenta per un’analisi. La serie, riconosciuta e messa in valore, arriva così a fare enigma al soggetto e a metterlo al lavoro. Il finale non si conosce mai in partenza anche se lo si può intuire da certe coordinate, ma troppe storie, parole ed eventi devono accadere affinché essa si profili all’orizzonte e lasci posto al nuovo.

Parlo del reale serio. Il serio – certo, occorre fare uno sforzo per accorgersene, occorre aver seguito un po’ i miei seminari – non può essere altro che il seriale. Questo si ottiene dopo un lunghissimo tempo di estrazione, di estrazione fuori dal linguaggio, di qualcosa che vi è catturato e di cui abbiamo appena un’idea remota – se non altro a proposito di quell’un indeterminativo, di quello specchietto per le allodole che non sappiamo come far funzionare in rapporto al significante al fine di collettivizzarlo. In verità vedremo che bisogna operare un rovesciamento, e invece di un significante, che si interroga, interrogare il significante Uno[3].

Così l’analizzante scopre che dietro a una serie, se ne profila un’altra, di cui forse ha già avuto il sentore. Jacques Lacan ha messo in campo due modalità della ripetizione per mettere in logica ciò che accade al soggetto: αύτόματον e τύχη.

La ripetizione prosegue governata dallo stesso algoritmo nell’αύτόματον, dove è il medesimo che vediamo ritornare e che opera a favore dell’omeostasi, per il mantenimento di un equilibrio. La ripetizione come τύxη fa irruzione con valore di incontro, l’incontro di un elemento eterogeneo che disturba l’armonia omeostatica sostenuta dall’algoritmo automatico[4].

La seconda serie apre una crisi rispetto alla prima o, se la crisi era già aperta, la porta fino al suo fondo più opaco.

A questo punto l’analisi opera un rovesciamento: trasformare il trauma-evento che nella crisi ha la sua acme in effetti di creazione o, almeno, ridurne la portata riorientandola verso la vita, attraverso una nuova invenzione del quotidiano.

Tutto si gioca tra l’istante del vedere, di riconoscere questa crisi – che si potrebbe dire la crisi del momento. Poi un tempo per comprenderla, che è il “momento di crisi” propriamente detto. Ma tutta la posta sta nella possibile uscita dalla crisi: un momento di concludere come momento di uscita dalla crisi. Questa uscita necessita di un atto per interrompere la ripetizione, per andare al di là della tensione dell’angoscia suscitata dalla crisi: un atto che immetta in gioco un inizio, che reintroduca l’improbabilità di un divenire di nuovo aperto che non sia più solamente determinato dalla crisi. L’improbabilità, è anche la struttura del reale – il reale come Lacan lo definisce nel Seminario XI – come ciò che non è determinato. Il momento di crisi è dunque preso tra due forze: un passato che non passa, che spinge nel manifestarsi in una crisi, e un avvenire di cui la strada è sbarrata dalla crisi. Tra le due, c’è il presente, l’attesa del presente, che è tanto più cruciale quando si tratta di un momento di crisi[5].

Permette quindi di lasciare il piano della ripetizione, della serie e di inventare al di là dell’impasse qualcosa di nuovo, sapendo che il possibile deriva dall’impossibile e non l’inverso.

È per questo che vi consegniamo questo numero estivo, inaugurando la rubrica Ciò che fa serie…, in cui il collega Gérard Wajcman ci permette di leggere alcuni estratti dal suo testo sulle serie TV e Paola Francesconi presenta una serie TV non senza averla contestualizzata nelle coordinate temporali attuali. Una rubrica che proseguirà nei prossimi numeri, invitandovi a sottoporci i vostri testi per questa sezione.

Segue la rubrica Tre domande a…, che questa volta incontra Daniele Mencarelli, poeta, scrittore e sceneggiatore, molto sensibile alle tematiche della salute mentale, nonché autore della serie TV Tutto chiede salvezza proprio sulla malattia mentale e la cura.

Si apre poi la parte delle attività nelle Segreterie locali, che è proseguita intorno al tema dell’amore sino a ridosso del Convegno di Rimini, Clinica delle rotture amorose (24 e 25 maggio 2025). Un tema che si è dimostrato centrale e centrato dal momento che ha messo al lavoro diverse Segreterie e diversi membri e partecipanti con contributi notevoli che qui possiamo leggere tutti. Da Torino abbiamo i contributi di Stefano Avedano, Paola Bolgiani, Sergio Carretto, Gonzalo Prado; dalla Segreteria di Rimini quelli di Miquel Bassols, Giselda Lo Giudice e Alessandro Siciliano; dalla Segreteria di Milano quelli di Arianna Pagliardini e Roberto Pozzetti.

Il discorso si apre, poi, a livello europeo con la rubrica Echi dalla Scuola Una, che presenta testi di Marie-Hélène Brousse, Serge Cottet, María José Olmedo, Daniel Roy, a cavallo tra il tema dell’amore e quello del prossimo PIPOL 12, Disagio nella famiglia (12-13 luglio 2025).

Last but not least, il lavoro in istituzione, con contributi di Ilaria Papandrea, che da una comunità per tossicodipendenti di Gorizia prova “ad arrestare la serie delle overdose”, e di Emanuele Tacchia, che in un contesto residenziale per disabili, autistici e psicotici alle porte di Roma, incontra la ripetizione dell’identico cercando di inserirvi le “curvature della struttura”.

Buona estate e buona lettura da

Nicola Purgato e la redazione di Appunti

 

[1] “Lo psicoanalista è amico della crisi” afferma in J.-A. Miller, La crise financière vue par Jacques-Alain Miller, in Marianne, 10 ottobre 2008, consultabile al seguente indirizzo: https://www.slp-cf.it/pubblicazioni/rete-lacan/rete-lacan-n20-18-novembre-2020/#art_1

[2] J. Lacan, La terza, in La psicoanalisi, n. 12, Astrolabio, Roma 1992, p. 17.

[3] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora [1972-1973], Einaudi, Torino 2011, pp. 19-20.

[4] J.-A. Miller, A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo, Astrolabio, Roma 2018, p. 162.

[5] F. Ansermet, La crise et le temps, in Mental, n. 34, Paris 2026, p. 25 [T.d.A.].

Allegati

Appunti n. 161

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