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Appunti n. 163 – Dicembre 2025

Editoriale
Nicola Purgato

L’analista dice a colui che sta per cominciare:
Andiamo, dica qualunque cosa, sarà meraviglioso[1]

“Dire qualunque cosa” sembrerebbe in contraddizione con “il ben-dire” lacaniano. Il primo è un invito a dimenticare i vari nessi del discorso; il secondo sembra mirare invece a una forma sublime del dire. Ma è proprio così?

È opinione comune che la nascita della psicoanalisi corrisponda all’abbandono da parte di Sigmund Freud della sua prima teoria della seduzione. Avendo constatato che non esiste alcun indizio di realtà nell’inconscio che permetta di distinguere la verità dalla finzione, egli scopre che il fantasma è il sostituto di un reale che ritorna sempre allo stesso posto nella parola. Da qui la modifica decisiva della tecnica: invece di cercare di ottenere attivamente il materiale che lo interessa, Freud lascia che il paziente segua il corso naturale e spontaneo dei suoi pensieri. Nasce così il metodo delle libere associazioni, che diverrà la “regola psicoanalitica fondamentale”, espressione che appare per la prima volta nel 1909 in Cinque conferenze sulla psicoanalisi[2] senza particolari indicazioni metodologiche. Solo nel 1912, in Tecnica della psicoanalisi, è accompagnata da una serie di prescrizioni come “ognuno deve comunicare senza sottoporre a critica tutto ciò che gli viene in mente”[3], sebbene già ne L’interpretazione dei sogni[4] ci fosse un riferimento al metodo associativo, per quanto legato a qualche residuo dell’antico procedimento ipnotico. Ma è in Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi che la troviamo formulata con precisione e sintesi, “Dica tutto ciò che le passa per la mente”[5], con l’invito ad abbandonando il filo del discorso, saltando pure di palo in frasca, senza passare sotto silenzio alcunché. L’impresa non è facile e scontata, alla stregua di una regola il cui primo paradosso è di non avere regole se non una: dire tutto. Jacques Lacan riparte da Freud e lo ricorda:

“In principio ci si propone di dire qualunque cosa […] Che cosa vuol dire libertà di associazione, quando, al contrario, c’è una elucubrazione sul fatto che l’associazione non è libera per niente? Certo essa ha un po’ di gioco, ma sarebbe un errore volerlo estendere fino al fatto che uno sia libero. Che cosa vuol dire l’inconscio se non che le associazioni sono necessarie? Il detto non si socia a casaccio”[6].

Illuminando per noi questo paradosso dell’associazione libera, che non potrebbe essere più determinata, e facendo eco alla metafora del bridge presente ne La direzione della cura, Jacques-Alain Miller la definirà come “l’istituzione del soggetto alla condizione di giocatore”.

“L’associazione libera richiede che il soggetto venga invitato a lasciare la sua posizione di verità per dare libero corso al gioco del significante, per mettersi a giocare al gioco del significante. Egli è il giocatore del significante e sotto questo aspetto domina il significante. In una partita a carte, una volta che le carte sono state date, ci si adatta alla distribuzione come meglio si può, ma ciò non toglie che si tratti di un gioco. L’associazione libera comporta l’istituzione del soggetto nella condizione di giocatore”[7].

Interessante la condizione di giocatore di cui parla Miller, perché colui che gioca seguendo una regola universale, ossia che vale per tutti gli analizzanti, svela a se stesso qualcosa che lo determina ancora prima e al di là della regola stessa. Non si tratta quindi del “permesso di dilungarsi in discorsi senza importanza”[8], quanto di farsi prendere dal gioco dei significanti e quindi dall’amore per l’inconscio.

“Lacan ha potuto dire, alla fine del suo Seminario I Nomi-del-Padre, che una psicoanalisi richiede di amare il proprio inconscio. È il solo modo di fare, di stabilire un rapporto tra S1 e S2. Perché, allo stato primario, abbiamo degli uni disgiunti, abbiamo degli uni sparsi. Dunque, una psicoanalisi richiede di amare il proprio inconscio per far esistere, non il rapporto sessuale, ma il rapporto simbolico”[9].

Emergono così i significanti che hanno dato potere alla parola, le affermazioni che hanno dato senso, le formule che hanno colpito nel segno, gli imperativi che hanno marchiato il godimento, la lingua che si è annodata al corpo, la lettera che lascia traccia.

“Che cosa dice la regola fondamentale se non Soprattutto non ci pensi! Essa mobilita l’io non penso, lo mette al lavoro, al lavoro di quel travolgente agganciamento di significanti: Avanti sempre! È chiaramente un’esperienza del desiderio, in quanto mobilita la sua metonimia, e pertanto non può avere che un solo termine: la mancanza”[10].

Che sia un gioco e che sia un’esperienza del desiderio non significa che non “bisogna patire e tribolare un minimo per fare qualcosa insieme […]: fare uno sforzo”[11]. Lo sforzo è dover dire per capire qualcosa che non sapeva ma supponeva. Affinché l’associazione libera non si trasformi in godimento del bla-bla, la manovra dell’analista è cruciale: essa opera sulla parola dell’analizzante cercando di far emergere un dire bene, introducendo una distanza tra l’associazione e la passione del senso, una differenza tra il detto e il dire. Il soggetto si impegna nella sua parola e si assume la responsabilità di ciò che sfugge al dire, “presenza stessa del reale all’origine del suo discorso”[12].

Così, il ben-dire dell’analisi può essere colto nella forma lacaniana della verità, quella che Lacan indicizza, precisamente, con il non-tutto: non-tutto si può dire poiché non c’è tutto nell’ordine della verità.

“La rivoluzione psicoanalitica non è quella di dire tutta la verità (questo è riservato ai testimoni, di fronte alla giustizia). Quello di cui si tratta è l’impossibile ed è questo reale a cui si deve, con l’esperienza dell’analisi, acconsentire ad abituarsi, a piegarsi. Ci si arriva tramite una piegatura, un ammorbidimento dell’essere di fronte al reale”[13].

Lacan chiede, quando questo punto viene toccato nel transfert, di non accontentarsi di questo impossibile come impossibile da dire. Egli invita a produrre un ben-dire a partire da lì: una creazione di cui il soggetto può rispondere e che non è in relazione con il per tutti.

“Ciò a cui si tende, nell’enunciato della regola fondamentale, è proprio la cosa di cui un soggetto qualsiasi è meno disposto a parlare, vale a dire, per articolare bene le cose, il suo sintomo, la sua particolarità. […] Ora la sola cosa che valga non è il particolare, ma il singolare. La regola vuol dire: vale la pena – valer la pena dice bene quel che vuol dire e che poc’anzi ho chiamato il dover sudare di brutto – vale la pena di attardarsi attraverso tutta una serie di particolari affinché qualcosa di singolare non venga omesso”[14].

Libera associazione e ben-dire si incontrano, e qui la psicoanalisi si distingue dalla psicoterapia che punta invece al ben-essere, alla salute, al conformismo, al funzionamento dell’individuo all’interno della “società della prestazione”, come la definisce Byung-Chul Han dove – ad esempio – “l’impulso a ottimizzare il corpo, riguarda tutti, senza distinzioni. Esso non produce solo zombi imbottiti di botulino, silicone e prodotti di bellezza, ma anche zombi muscolosi, anabolizzati e palestrati. La società della prestazione quale società del doping non conosce alcuna differenza di classe o genere”[15], ma neppure differenze individuali nel suo imperativo al tutti uguali, sempre in forma. Le psicoterapie sembrano, oggi più di ieri, essersi piegate a questa funzione ortopedica dell’io prestazionale, inserendo spesso già nel loro biglietto da visita un tutto pieno (mindfulness) o la promessa della felicità data dal buon adattamento alla società che la psicoterapia garantirebbe.

“L’etica del ben-dire è un’etica che non ordina nel senso di voce forte, ma che ordina nel senso di ritrovarsi nel dire. Non si tratta dell’ordine del ben detto nel senso della retorica, anche se si tratta di trovare la parola giusta per dire il godimento incluso nel sintomo. Ma la parola giusta qui è una parola inedita, un’invenzione, una parola che non si trova nel lessico ma che è, come nel Witz, ammessa dall’Altro come parola nuova. È perché si aspetta che un’analisi produca l’inaspettato, il nuovo, che Lacan considera che un’analisi sia orientata dall’etica del ben-dire”[16].

In questo numero di Appunti, in sintonia con il tema delle Giornate nazionali e del Convegno di giugno, Il ben-essere e il ben-dire, presentiamo alcuni interventi proposti al Convegno di Venezia, Psicoterapia e psicoanalisi, organizzato nel 1991 dal Gruppo di Studio Italiano della Scuola Europea di Psicoanalisi ed editato nello stesso anno per i tipi Astrolabio. Dopo venticinque anni la SLP torna a interrogarsi sulla medesima questione, per cui ci è parso importante far conoscere ai più alcuni di quegli storici interventi (Carlo Viganò, Francesca Biagi, Antonio Di Ciaccia, Rosa Elena Manzetti, Alberto Turolla).

Sempre su questo tema abbiamo posto Tre domande a… Amelia Barbui, presidente della SLP, che ci illumina ulteriormente sul tema del Convegno e del lavoro di Scuola di quest’anno.

Successivamente, nella rubrica Echi dalla Scuola Una, vengono proposti alcuni testi sul ben-dire che intersecano diversi piani, dal clinico all’epistemologico, con Carolina Koretzky, Jean-Daniel Matet, Bernard Seynhaeve, Patricia Tassara.

Mettiamo poi a disposizione di tutti gli interventi della Giornata Nazionale dei Cartelli svoltasi a Padova il 25 ottobre 2025, dal titolo Il piccolo Hans: da Freud a Lacan. Il ben-dire e i resti, con Valeria Sommer-Dupont, Responsabile della Commissione dei Cartelli dell’École de la Cause Freudienne, Barbara Aramini, Omar Battisti, Paola Bolgiani, Cinthia Demaria, Mariangela Mazzoni, Arianna Pagliardini, Giuseppe Pozzi, Veronica Rinaldo, Simona Sanna.

Per la rubrica Ciò che fa serie, Marco Bani e Francesca Manfredi propongono due testi che, solo come le serie sanno fare, ci introducono direttamente nelle modalità del discorso contemporaneo.

Infine, Concetta Guarino, su Il lavoro in istituzione, racconta la sua esperienza domiciliare all’interno di un servizio della Fondazione Augusta Pini di Bologna.

Buona lettura!

[1] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi [1969-1970], Einaudi, Torino 2001, p. 59.
[2] S, Freud, Cinque conferenze sulla psicoanalisi [1909], in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino 1974, p.150.
[3] S. Freud, Tecnica della psicoanalisi [1911-1912], in Ivi, p. 531.
[4] S. Freud, L’interpretazione dei sogni [1899], in Opere, vol. 3, Boringhieri, Torino 1980, p. 103.
[5] 5 S. Freud, Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi [1913-1914], in Opere, vol. 7, Boringhieri,Torino 1975, p. 344.
[6] J. Lacan, Apertura della Sezione clinica, in La Psicoanalisi, n. 55, Astrolabio, Roma 2014, p. 11.
[7] J.-A. Miller, Capisaldi dell’insegnamento di Lacan [1981-1982], Astrolabio, Roma 2021, pp. 250-251.
[8] J.-A. Miller, Au commencement était le transfert, in Ornicar?, n. 58, 2024, p. 192 [T.d.A.].
[9] J.-A. Miller, Una fantasia, in La Psicoanalisi, n. 38, Astrolabio, Roma 2005, p. 34
[10] J.-A. Miller, Capisaldi dell’insegnamento di Lacan, cit. p. 332.
[11] J. Lacan, Sulla regola fondamentale, in La Psicoanalisi, n. 35, Astrolabio, Roma 2004, p. 10.
[12] J. Lacan J., Sull’esperienza della passe, in La Psicoanalisi, n. 42, Astrolabio, Roma 2007, p. 14.
[13] L. Naveau, Il vero e il reale. Il malinteso, il Ben dire e l’etica della psicoanalisi, consultabile al seguente indirizzo: https://istitutofreudiano.blogspot.com/2014/01/seminario-del-21-settembre-2013-docente.html
[14] J. Lacan, Sulla regola fondamentale, cit., p. 11.
[15] B.-C. Han, Topologia della violenza, Nottetempo, Milano 2021, pp. 118-119.
[16] F. Bony, Éthique du Bien-dire et éthique dite “du célibataire”, consultabile al seguente indirizzo:
https://www.lacan-universite.fr/wp-content/uploads/2019/03/07-Ironik34-Francois-Bony.pdf [T.d.A.].

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Appunti n. 163

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