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Appunti n. 165 – Giugno 2026

Editoriale

Nicola Purgato

“Mi sono resa conto che non avrebbe mai capito quello che cercavo di dire

[…] come se non ci fossero le parole,

o come se non avessimo parole in comune che ci permettessero di capirci.

Penso che alla fine ognuno parli la propria lingua intraducibile.”[1]

Nell’epoca della tecnica e della trasparenza, così ben descritta da Byung-Chul Han[2], la spinta a dire tutto rimane l’imperativo che caratterizza la comunicazione e le relazioni umane. Un invito a dire tutto la cui formulazione, apparentemente simile a quella freudiana delle libere associazioni, porta invece in tutt’altra direzione.

Raimon Panikkar riassume così questa implicita ingiunzione contemporanea: “Qualsiasi cosa tu voglia dire, dilla, e dilla nella maniera più chiara e concisa che puoi”[3]. Ciò sottintende che tutte le cose possano essere dette ed espresse con chiarezza perché tutte le cose hanno una ratio, perciò la verità è semplice e il linguaggio il mezzo migliore per condividerla. Avremmo così a che fare con un reale ordinato, universale e perciò trasmissibile, riflesso di una umanità altrettanto lineare e razionale.

“Poiché si dà per scontato che la verità sia chiara, ci si aspetta che anche la mente umana sia a sua volta chiara, e l’oscurità viene considerata “nera”, negativa, non vera. Il dogma cartesiano delle “idee chiare e distinte” si mostra in questo caso con ogni evidenza: esso costituisce il pregiudizio dell’uomo bianco. Ma siamo noi davvero così certi di essere signori del tempo e padroni dell’intelligibilità, da sentirci in dovere di formulare una regola metodologica siffatta? Tempo e parole sono davvero solo strumenti che possiamo usare a nostro piacere? Dovremmo tenere presente che la maggior parte delle tradizioni umane, ivi comprese lo sruti e la Bibbia, dicono che Dio ama l’oscurità”[4].

Jacques Lacan nella lezione del 10 giugno 1980 del Seminario XXVII intitolata Il malinteso, Lacan afferma: “Se voi credete che tutto possa rivelarsi, ebbene, mettetevi il cuore in pace: tutto non si può. Questo significa che una parte non si rivelerà mai. […] Trauma, non ce n’è un altro: l’uomo nasce malinteso”[5]. Il tema del malinteso è centrale nella riflessione di Lacan, tanto che già diversi anni prima, commentando il caso del piccolo Hans, sottolineava: “il registro del malinteso […] [è] il caso ordinario di ogni specie d’interpretazione creativa tra due soggetti. È la maniera in cui dobbiamo aspettarci che si sviluppi, è la meno anormale che ci sia ed è appunto nello iato di questo malinteso che si svilupperà qualcos’altro di fecondo”[6].

Dal punto di vista psicoanalitico possiamo dire che il fantasma fondamentale costituisce il principio secondo cui ciascuno comprende la realtà secondo un angolo prospettico particolare. “Considerato che ognuno ha a disposizione il proprio fantasma, è difficile che ci si possa comprendere gli uni con gli altri. È esattamente quello che accade nella vita quotidiana: il malinteso, come sostiene Lacan, è il principio della comunicazione umana”[7].

Lacan oppone così all’imperativo del dire tutto, l’etica del ben-dire sullo sfondo del malinteso. Il ben-dire in analisi va di pari passo con la formula lacaniana della verità, quella che Lacan indicizza con il “non-tutto”. Perché la rivoluzione psicoanalitica non è quella di dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, secondo la celebre formula giuridica, ma quella virtù del gaio sapere che consiste “non già comprendere, affondare nel senso, ma rasentarlo quanto è possibile senza che esso faccia da vischio per questa virtù”[8].

Dire bene vuole dire “ritrovarcisi nell’inconscio, nella struttura”[9], ossia credere nell’inconscio, affidarsi alla catena inconscia, cosa che permette di avvicinare e toccare quel punto in cui l’essere umano, in quanto soggetto assolutamente unico e particolare, può mettere a fuoco la causa del suo stesso malessere e il suo rapporto con il reale attraverso un “saper-fare con lalingua”[10]. Essa “serve a tutt’altre cose che alla comunicazione […] e comporta degli effetti che sono affetti […] effetti che vanno ben oltre tutto ciò che l’essere parlante ha la possibilità di enunciare”[11]. Se da un lato lalingua sostiene il linguaggio, è soprattutto in quanto matrice di godimento che Lacan la introduce nel suo discorso.

“Se la verità non si dice tutta, si può anche trarre la conclusione che c’è verità quando mancano le parole; ma le parole mancano sempre e il non tutto è marca sia per la verità in quanto deve essere detta, sia per lalingua in quanto dire il vero passa attraverso lalingua. Ne consegue che, come la verità, anche lalingua incontra il reale. Quindi la tesi che la lingua faccia da supporto a lalingua in quanto non tutta si traduce direttamente in quest’altra: la lingua fa da supporto al reale del lalingua”[12].

Saperci fare con lalingua è ciò che fa l’inconscio, ciò che si mette al lavoro in una analisi, ciò di cui si occupa la scrittura, in specie quella poetica. “La scrittura è una cosa che mi interessa, perché penso che, storicamente, si sia entrati nel reale, cioè si sia smesso di immaginare, proprio attraverso dei frammenti di scrittura”[13]. In questo senso analisi e scrittura sono sorelle, entrambe indirizzate a far fronte al reale tramite un saperci fare che annodi sapere e godimento tramite uno stile singolare e personale. È per questo che Lacan dà molto valore alla risonanza e propone di intendere il detto nello scritto e lo scritto nel detto, perché è della stessa moterialità de lalingua che si tratta in entrambi i casi. Ed è da qui che nasce poi l’esigenza di testimoniare il proprio lavoro di analisi in uno scritto.

“Ripercorrendo a ritroso il filo lacaniano, dagli esiti teatrali fino agli esordi psichiatrici, ci si accorge che questa parola traccia la storia di uno “stile” […] Il suo itinerario invita […] a interrogarsi sulla necessità interna che conduce la parola analitica in direzione di una scrittura poetica, e che fa di questa esperienza la chiarificazione di ciò che è la pratica della letteratura”[14].

Appunti ha voluto essere in questi due anni pagina bianca dove ciascuno ha potuto depositare il segno del proprio percorso, del proprio lavoro e del proprio stile. Contributi sempre singolari dato che quando si prende la parola lo si fa sempre a titolo personale, ma che si collocano dentro un lavoro di Scuola e di continuo confronto. Con questo numero la redazione si congeda per fare spazio ad altri, ma nel farlo lascia essa stessa traccia del proprio stile, uno per uno. È            per questo che dopo i primi due testi introduttivi molto interessanti, uno della compianta Hebe Tizio e l’altro di Vicente Palomera, in preparazione al Convegno ormai imminente di Milano, Il ben-essere e il ben-dire, i membri della redazione condividono un breve testo, ciascuno con il proprio tocco (Carla Antonucci, Adriana Isabel Capelli, Laura Ceccherelli, Marianna Matteoni, Ilaria Solari).

Dal lavoro delle segreterie locali presentiamo i testi della giornata Minori e violenza: famiglie e istituzioni nella contemporaneità, organizzata dalla Segreteria di Milano il 12 aprile 2025, con Emanuela D’Alessandro, Elsa Forner, Benedetta Faraglia, Florencia Medici, Giuseppe O. Pozzi. Seguono poi i lavori della Segreteria di Venezia che ha ripreso in mano i testi del Convegno Invenzioni ad arte. Annodamenti tra arte e psicoanalisi, tenutosi nel 2019, con Gloria Badin, Brigitte Laffay, Stefano Tacca, Michela Zanella, Chiara Cecchetti, Francesca Duro, Sylwia Dzienisz, Adriana Monselesan, Antoni Vicens.

Troverete poi i testi presentati a Milano il 1° febbraio 2026 nella giornata organizzata dal Laboratorio questioni attuali nelle istituzioni scolastiche (Lab QuAIS), intitolata Quali questioni attuali nell’istituzione scolastica?, con i testi di Omar Battisti, Raffaele Calabria, Elsa Forner, Alessandra Graziani, Aurora Mastroleo, Mariangela Mazzoni, Giuseppe O. Pozzi, Massimiliano Rielli, Roberta Rizza, Cristiana Santini, Daniele Tonazzo.

Infine, la rubrica più giovane ma anche più vivace, Ciò che fa serie, con i testi presentati a Firenze e frutto di un cartello lampo da Francesca Addarii, Veronica Rinaldo, Adriana Isabel Capelli, Laura Ceccherelli, e, dulcis in fundo, un testo di Annalisa Piergallini.

Buona lettura e arrivederci!

[1] P. Cameron, Gli inconvenienti della vita, Adelphi, Milano 2018, p. 99.

[2] B.-C. Han, La società della trasparenza, Nottetempo, Milano 2014.

[3] R. Panikkar, Il silenzio della parola: polarità non dualistiche, in Le forme del silenzio e della parola, a c.d. M. Baldini e S. Zuca, Morcelliania, Brescia 1989, p. 20.

[4] Ibidem.

[5] J. Lacan, Le malentendu, Seminario XXVII. Dissoluzione, lezione del 10 giugno 1980, in Ornicar? 22/23, 1981, p. 12.

[6] J. Lacan, Il Seminario. Libro IV. La relazione oggettuale [1956-1957], Einaudi, Torino 2007, p. 342.

[7] J.-A. Miller, Dal sapere inconscio alla causa freudiana I [1989], in Introduzione alla clinica lacaniana, Astrolabio, Roma 2012, p. 133.

[8] J. Lacan, Televisione [1973], in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 521.

[9] Ivi, p. 520.

[10] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora [1972-1973], Einaudi, Torino 2011, p 133.

[11]Ivi, pp. 132-133.

[12] J.-C. Milner, L’amore della lingua, Spirali edizioni, Milano 1980, p. 30.

[13] J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo [1975-1976], Astrolabio, Roma 2006, p. 64.

[14] M. de Certeau, Storia e psicoanalisi. Tra scienza e finzione, Bollati Boringhieri, Torino 2006, pp. 214-219.

Allegati

Appunti n. 165

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