“Questo è la società: un soggetto supposto che suscita la nostra fiducia, mentre non abbiamo idea di come tenga, di come funzioni. Abbiamo fiducia nel fatto che si ripeterà, che terrà. Viviamo in mezzo al soggetto supposto sapere. E’ talmente presente che dimentichiamo questo atto di fede, che non è nella divinità, ma nella divinità sociale. La società, abbiamo fede in essa”.

Jacques-Alain Miller, Un effort de poésie, Course de l’Orientation lacanienne, lezione del 5 marzo 2003

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Un reale di cui la realtà è il nome*

Francesca Biagi-Chai
membro AME ECF e AMP – Parigi – 20/04/2020

Parassitismo assoluto

Senza alcun dubbio, il virus è del reale. Si ha ragione, se si considera che un virus è al limite del vivente. Micro-organismo che non ha in sé nessuna possibilità di sopravvivenza, poiché dispone solo del proprio codice genetico e di una capsula che lo protegge, esso è costretto al parassitismo assoluto. Non può sopravvivere e, quindi, replicarsi che a partire da organismi che sono, invece, nel vero senso del termine, «biologici»; utilizza i loro dispositivi cellulari, le riserve di glucosio e i mitocondri che producono energia. Questo è ciò che dà alle epidemie virali il loro carattere «inesorabile», e che porta la popolazione a doversi sottrarre fisicamente a ogni socialità quotidiana affinché il virus si esaurisca per mancanza di materia vivente. Vi è, alla radice stessa della sua diffusione, la realtà radicale di un puro reale che ci mette a confronto con una realtà prima, insospettabile. Delle coordinate inedite si presentano a noi aprendo, per la psicoanalisi tra le altre cose, sulla dimensione dell’atto, da ripensare, e su quella di una scommessa da tenere.

Il reale della scienza non è il reale della psicoanalisi. Se Lacan ha scritto che la posizione scientifica «è già implicata nell’intimo della scoperta psicoanalitica»1, in seguito egli modifica questa localizzazione, in particolare dopo aver teorizzato l’oggetto a. Si realizza un vero e proprio spartiacque quando identifica la scienza con «una ideologia della soppressione del soggetto»2, in cui il reale si trova ridotto a una esteriorità «interamente manipolabile»3, come fa notare Serge Cottet.

Il reale della psicoanalisi è bucato, dal suo annodamento con l’immaginario e il simbolico, anche perché non potrebbe eguagliare un godimento tutto, dato che il godimento è proibito a chi parla in quanto tale. È precisamente equivalente al buco stesso, dal quale il godimento prende la sua origine che comporta il vivente, il godimento del corpo parlante. «È al reale in quanto fa buco che il godimento ex-siste»4, ci dice Lacan. E aggiunge: «qualcosa si apre ovviamente a noi, che sembra in un qualche modo essere scontato. Ovvero, questo buco del reale, designarlo come la vita». Questo significante de la vita richiama quello de la morte ed «è sul lato della morte che si trova la funzione del simbolico». Pur allontanando la sua realtà, ci addormenta e, in questa incompletezza, è possibile sognare la propria vita.

Lacan ci rende sensibili alla dimenticanza che abbiamo della morte. «È in quanto qualcosa è urverdrängt nel simbolico, che c’è qualcosa a cui non diamo mai senso, benché noi siamo – è quasi un ritornello enunciarlo – capaci logicamente di dire che: Tutti gli uomini sono mortali»5.

Continua poi: «È in quanto Tutti gli uomini sono mortali non ha – per il fatto stesso di questo tutti – a rigor di termini nessun senso, che ci vuole almeno che la peste si propaghi a Tebe affinché questo tutti diventi qualcosa di immaginabile e non puro simbolico, che ci vuole che ognuno si senta coinvolto in particolare dalla minaccia della peste»6. Se Edipo uccide suo padre, «è per non essersi preso il tempo […] di laiossare», il tempo della parola, «il tempo di un’analisi», cioè il tempo di soggettivare il proprio destino, di saperne qualcosa per modificarne il decorso, poiché l’analisi consiste nell’attraversare le catture immaginarie per arrivare all’osso, all’osso di una cura7, l’oggetto a.

Il reale sovvertito

L’incontro con il reale che, nel sintomo o nel fenomeno xenopatico, rivela la faglia e il rapporto del soggetto con l’oggetto, definisce, nell’ultimo Lacan, il parlessere. I tagli che si realizzano nell’analisi tra essere ed ex-sistenza circondano il godimento che li congiunge; sono più topologici che ontologici. Sono operativi non appena si entra in analisi, indipendentemente dalla struttura, ma non senza di essa, giacché il reale non ha, per la nevrosi o la psicosi, le stesse caratteristiche, a seconda che il ritorno del rimosso sia riconosciuto e integrabile oppure sia radicalmente estraneo e impossibile da soggettivare.

Quando diciamo, con una certa facilità, che «il virus è del reale», di cosa parliamo? In che modo ne facciamo l’esperienza? La propagazione dell’infezione non segue nessuna regola, ad eccezione di quella della contiguità. Essa occupa il terreno progressivamente, colonizzando i territori liberi: invasione tossica. Si tratta di un reale «pieno» che progredisce senza autorizzare, per il momento, una qualsiasi presa, in sostanza un reale «non manipolabile» giacché, come dice Lacan, «la natura ha orrore del nodo»8. È un reale di cui la realtà è il nome. Non si tratta forse di un’esperienza al margine della psicosi, condivisa da tutti? La sua materialità riduce la dimensione dell’immaginario; lo attestano le numerose testimonianze sulla difficoltà di proiettarsi nel futuro.  Il confinamento, come risposta alla pandemia, conferma un reale ed evoca un tempo sovvertito. Il confinamento psichico raddoppia il confinamento geografico. A nessuno verrebbe in mente di prendere questa situazione per delle vacanze o per un semplice allontanamento, poiché vi è collegato un effetto supplementare.

Consistenza dell’immaginario

Prendendo in considerazione questi fatti e la propagazione della pandemia, degli analisti hanno proposto ai propri pazienti di esserci, al telefono. Ogni analizzante vi ha risposto in funzione – com’è facile immaginare – di quello che per lui è l’esperienza dell’analisi e di dove si trova in quel tragitto. L’impatto della situazione attuale si è fatto sentire, ma è stato preso dentro la dimensione analitica e le sedute del momento fanno parte integrante della cura, ciascuno quindi ne fa uso a suo modo.

Questo primo momento di après-coup ci insegna sul rapporto dell’analisi con quello che si è presentato nel campo sociale in quanto congetturale, eccezionale e, in senso stretto, inconcepibile.

Per alcuni analizzanti, che hanno intravisto il ritorno di un godimento ben noto e, come dice Lacan, che sapevano che non era quello buono, è bastata una seduta per fare un taglio. Sventare l’acting out, evitare la mania o l’inibizione mortificante ordinandoli al sapere vanno imputati a tali sedute, il che indica al contempo il punto di incontro, la mise en abîme9 di due reali, quello del soggetto e questa realtà che si spaccia tale. Il reale di questa realtà, che ha potuto condurre il soggetto al limite del fading, ha messo a nudo la trama del fantasma e sottratto l’oggetto al desiderio. L’esserci dell’analista al telefono ha aperto una finestra sull’immaginario salutare, senza il quale non c’è analisi. Questo immaginario, bucato anch’esso, che Lacan ci invita a riconsiderare, dà al nodo la sua consistenza: «La consistenza dell’immaginario è strettamente equivalente a quella del simbolico e del reale.»10 I sogni, i ricordi, il rilancio del desiderio e il corpo vi aspettano, l’analisi continua. Gli effetti di corpo, quell’aufhebung degli affetti che precedono la seduta – il soggetto che ha paura di dirne troppo o troppo poco, temendo quello che può scoprire pur auspicandolo – non sono mancati, non meno della sorpresa, delle lacrime e delle prese di coscienza.

Sul lato dell’analista, e sempre nell’après-coup, mi sembra che il telefono sia in grado di essere un mezzo solo perché vi sia del corpo nella faccenda, e forse più che in presenza dell’immagine. In effetti, la cattura dello sguardo distrae e attenua un po’ quello che del corpo passa e si concentra nella voce, nei suoni, come pure nei silenzi.

Sicuramente si tratta di un momento, cioè di un tempo accerchiato, limitato, circoscritto, unico che fa parte, mi sembra, della possibilità dell’analisi in questa forma: del nuovo nella forma, senza compromettere il discorso. Questa forma finirà, lo sappiamo, e questo sapere interviene nel modo in cui si tengono tali sedute.

Traduzione di Adele Succetti

* Il testo è stato pubblicato in Lacan quotidien, n. 882, disponibile qui: https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/04/lacan-quotidien-n-882/

[1] J. Lacan, Del soggetto finalmente in questione, Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.227.

[2] J. Lacan, Radiofonia, Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, pp.433-434.

[3] S. Cottet, En ligne avec Serge Cottet, “La Cause du désir”,  84, 2013, p.12.

[4] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII, R.S.I., lezione del 17 dicembre 1974, inedito.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Cfr. J.-A. Miller, L’osso di un’analisi, Milano, Franco Angeli, 2001. 

[8] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII, R.S.I., lezione del 14 gennaio 1975, inedito

[9] In italiano, messa in abisso.

[10] Ibid., lezione dell’11 febbraio 1975.

Il perturbante con noi

Giovanna Di Giovanni
Membro AME SLP e AMP – Milano – 21/04/2020

Freud nel suo scritto del 1919 insiste sulla molteplicità del significato della parola, almeno in tedesco.

Essa indicherebbe lo spaventoso, l’angosciante ma anche «ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto e che è invece affiorato». Das Unheimliche finisce per «coincidere con il suo contrario, Heimlich»1,  l’amichevole, confortante, familiare fino ad alludere al rifugio materno, all’imago della nostalgia universale che tuttavia può condurre alla morte, come ci dice Lacan2.

La morte, dice sempre Freud, che è impossibile a rappresentarsi per se stessi, l’impensabile «non esserci».

Il   perturbante può anche essere l’emergere improvviso di ciò che è in noi, di ciò che noi stessi siamo senza saperlo, l’estraneo in noi che improvvisamente si manifesta.

Questo è anche un nome dell’inconscio, il «territorio straniero interno»3,  che l’analisi   cerca di rendere compatibile con la vita del soggetto. A rendere però il perturbante ancora più terribile è l’immagine che sorge dallo specchio, l’immagine dell’Altro insieme alla propria.

Questo salto dalla parola all’immagine, con la sua forza di cattura propria anche all’essere umano fra le specie animali, come sottolinea Lacan4 raddoppia il perturbante, gli dà una fisionomia precisa, umana, cioè simile e persecutoria insieme.  Sono o non sono io e in caso allora chi sono?  E dove posso ritrovarmi?  Dove reperire un punto di consistenza?

Fin dalla prima età lo stadio dello specchio sancisce con l’immagine uno spartiacque fra il prima e il dopo e fa appello al soccorso dell’altro.

La cosa più perturbante infatti è l’incertezza che tale immagine genera, tanto che per farla propria, per riconoscersi in essa, occorre l’intermediazione di un altro già noto, benevolo, materno.

Lacan lo precisa nel suo scritto, dove è la presenza amorevole dell’altro conosciuto, amorevole, a rassicurare sulla propria immagine presente e anche predittiva, dietro cui si cela l’essere del soggetto.

Freud descrive magistralmente nel suo scritto l’effetto perturbante della propria ignorata immagine in assenza di ogni altro, nella solitudine con se stesso. Infatti, nello scompartimento del treno dove improvvisamente si apre una porta, si presenta un estraneo che egli stenta a riconoscere, finché gli si impone: è lui stesso.

In quell’estraneo ormai anziano intravede allora qualcosa che il quotidiano gli celava, lo scorrere della sua stessa vita, la morte, lo scomparire.

Il non esserci, la cancellazione misteriosa dell’essere che ci costituiva è impossibile al pensiero, se non come idea fuggevole che scompare con il chiudersi della porta di comunicazione fra i due scompartimenti del treno.

In questo presente che tutti chiamiamo irreale perché sospeso fra vecchie e note illusioni – la realtà fino a ieri – e un ignoto senza immagine né forma, il perturbante senza volto si è accomodato fra noi, convitato senza un posto definito e preciso.

C’è, gli effetti lo mostrano, ma non sappiamo dove.  Sappiamo solo che non è amico e anzi che ci porta a guardare con diffidenza anche gli amici, gli affetti, gli amori. Dove sono le antiche certezze?

Il perturbante assume qui, nonostante la luce accecante della scienza, lo scenario dell’antico terrore dell’oscurità che, secondo le parole di Freud, accomuna i popoli primitivi e i bambini.

In questo frangente che posto trovano la psicoanalisi e l’analista?

Ancora Freud ci dice che la psicoanalisi si occupa di ciò che all’uomo interessa di più, la conoscenza di se stesso e del mistero che lo abita e che per questo esisterà finché ci sarà l’essere umano.

Non è per l’esistenza della psicoanalisi dunque che possiamo temere, entrata con Freud a far parte della nostra vita.

Che avviene però dell’analista quando circostanze impensate lo investono bruscamente nella sua doppia posizione di colui che esplora, in sé e negli altri, il discorso dell’inconscio, e l’essere umano soggetto come tutti al destino, confrontato come chiunque all’insondabile del reale?

Può darsi che «la differenza fra una persona non analizzata e una analizzata non sia poi così radicale», dice Freud, ma precisa poi qualcosa che la rende unica e cioè che «la relazione analitica è fondata sull’amore della verità e non tollera né finzioni né inganni»5.

Lacan scriverà che l’analista opera più per quello che è che non per ciò che fa6.

L’indicazione allora per l’analista è lavorare su se stesso, sul suo essere. Non gli si chiede infatti che attraverso l’analisi egli non sia più un essere umano, «non senta alcuna passione e non sviluppi alcun conflitto interno» o all’opposto che confonda le sue emozioni con quelle del paziente in una superficiale empatia.

Piuttosto, non si potrà dimenticare che anche l’analista «deve pagare con ciò che di essenziale c’è nel suo intimo giudizio, per mescolarsi a un’azione che va al cuore dell’essere e solo lui non se ne terrà fuori».

Non si chiede quindi all’analista di avere in certo modo «stabilizzato i suoi sentimenti» né averli elevati a un empireo più alto degli altri esseri umani, da cui con falsa modestia «imporre la sua idea della realtà»7, ma piuttosto di aver appreso quale posto essi possano occupare nella sua cura degli altri in qualsiasi circostanza.

L’analista quindi ha certo dei sentimenti, ma occorre che essi nel gioco occupino in tutte le situazioni il «posto del morto»8.

Per poter fare questo però l’analista – e in particolare in questo inimmaginato frangente che coinvolge tutti -, per giocare le poche o tante carte che ha dal posto del morto che egli stesso si è scelto, ha da essere – lui – ben vivo e uno in mezzo agli altri viventi.

Posizione impossibile, come sottolineava già Freud, ma a cui – come ribadisce Lacan – egli stesso si è responsabilmente votato.

[1] S. Freud, [1919], Il perturbante, in Opere, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977, p.79.

[2] J. Lacan, [1938], I complessi familiari, Torino, Einaudi, 2005.

[3] S. Freud, [1932], La scomposizione della personalità psichica, in Introduzione alla psicoanalisi [nuova serie di lezioni], Lezione 31, p.170.

[4] J. Lacan, [1949], Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io, in Scritti, vol. I, Torino, Einaudi, 1974, p.87.

[5] S.  Freud, [1937], Analisi terminabile e interminabile, in Opere, vol. 11, Torino, Boringhieri, 1979, p.531.

[6] J. Lacan, [1958], La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. II, Torino, Einaudi, 1974, p.582.

[7] Ivi, pp.582-587.

[8] Ivi, p.584.

Indeterminazione e certezza*

Miquel Bassols
Membro AME ELP e AMP – Barcellona – 11/04/2020

Confinamento obbligatorio, sia perché l’altro non ti contagi sia perché tu non trasmetta un virus che d’altra parte non sai se abita già nel tuo corpo da giorni. Così comincia un calcolo che è necessariamente collettivo e che si muove tra l’indeterminazione e la certezza. Può sembrare il titolo di un film di Woody Allen ma era un binomio classico del Campo Freudiano messo in evidenzia da Jacques-Alain Miller negli anni ottanta: tra il soggetto dell’inconscio, sempre indeterminato, e la pulsione, che porta ciascuno alla certezza dell’atto. Il confinamento, tempo indeterminato, è e sarà duro ma sai che sarebbe peggio dover uscire per qualche urgenza medica. Ricordi allora quella massima dei Pensieri di Blaise Pascal che in questi giorni è diventata virale: «Tutte le disgrazie dell’uomo derivano dal fatto di non essere capace di stare tranquillamente seduto e solo in una stanza». Quindi bisogna sapere non uscire, al contrario del famoso problema del testo di Jacques Lacan Il tempo logico…1 dove i tre prigionieri trovano la soluzione soltanto uscendo in tre contemporaneamente dal loro confinamento, in un momento di concludere che è collettivo e anche individuale. Ora occorre sapere non uscire e sapere attendere l’inatteso, isolati dal rumore (mondano) e liberati dal tempo (anche indeterminato) nel cosiddetto “distanziamento sociale”.

Da vicino e da lontano

«Avevi scritto un tweet su questo “distanziamento sociale”», dicono. Ed è molto vero. Ma quanta gente che non conoscevi e ora leggi. E quante cose che non sapevi di gente che già conoscevi. E alcune che non sapevi ancora di te stesso e che ora, almeno, intuisci. Quindi anche “avvicinamento soggettivo”.

Dal Messico, Ana Viganó ha aggiunto al tweet un’eccellente citazione del poeta Roberto Juarroz: «Le distanze non misurano lo stesso / di notte e di giorno. / A volte occorre aspettare la notte / perché una distanza si accorci. / A volte occorre aspettare il giorno». E in questi giorni facciamo tutti e ciascuno un’esperienza nuova delle distanze che non misurano lo stesso, perché le distanze dipendono anche dal tempo, dal reale del tempo collettivo come soggetto dell’individuale, diviso com’è tra indeterminazione e certezza, tra il giorno e la notte.

Tempo, quindi, di avvicinamento al soggetto del nostro tempo, tempo di sapere individuale e collettivo allo stesso tempo. È ciò che nel nostro campo, freudiano, chiamiamo anche “transfert di lavoro”, un tempo di sapere che è necessariamente collettivo ma che implica, di fatto, un solo soggetto, trans-individuale. Risulta che questo è precisamente il tema del Seminario Interno che portiamo avanti quest’anno come docenti della Sezione Clinica di Barcellona: il transfert di lavoro. Abbiamo appena fatto una riunione (virtuale) conversando su questo e in particolare sull’espressione di Jacques Lacan: «il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale». Non sai bene perché ma ti pare che in questa precisa ed enigmatica espressione, per nulla evidente, ci sia una chiave di ciò che sta succedendo in questi giorni a livello planetario, dove ognUno dipende dal tempo dell’Altro. E senti che questa esperienza inedita converge in qualche modo con l’esperienza della comunità analitica, con ciò che chiamiamo, con Jacques-Alain Miller, la Scuola-soggetto. Hai tentato di spiegarlo, spiegar(te)lo, ma non riesci a trovare la maniera, c’è qualcosa che ti sfugge inevitabilmente, qualcosa che non cessa di non inscriversi e che non ti permette di arrivare allo stesso tempo con gli altri a una conclusione chiara e precisa. Esci e poi devi rientrare nell’elaborazione di questa nozione – transfert di lavoro – che è di fatto l’orientamento stesso del Campo Freudiano. Ci vuole un’alterità per entrare di nuovo e trovare la soluzione. E allora ricevi un messaggio da Alejandra (Glaze) da Buenos Aires che trasmette i commenti dell’articolo che è appena apparso su “Lacan Quotidien” proprio sotto questa epigrafe, Le sujet de l’individuel, e dice che le piacerebbe avere un tuo testo per il “Boletin Crónicas XXI”, per i colleghi argentini con i quali ti senti da sempre molto vicino nonostante la distanza geografica. Ancora, la distanza e la vicinanza, “da vicino e da lontano”, come diceva il titolo di quel prezioso libro di Claude Lévi-Strauss. Ancora il soggetto distinto dall’individuo, ancora il soggetto come trans-individuale, come quella “soggettività della sua epoca” con la quale l’analista dovrebbe riunirsi al dire di Lacan. Era anche un modo per indicare il posto del collettivo come il soggetto dell’individuale.

La serie di risposte e commenti al tweet e all’articolo che ti arrivano, ti confermano che vale la pena far fare i giri necessari all’espressione di Lacan per esprimerla, per metterla in atto, per trarre da essa qualche insegnamento. È un’espressione forse preziosa durante questi giorni in cui le leaderships politiche si trovano in una difficoltà estrema a segnare il tempo collettivo necessario per orientarci, per attraversare, sani e salvi se possibile, questa terribile epidemia del coronavirus.

Epidemia e soggetto collettivo

Da Israele (Ramat Hasharon), Marco Mauas pone la questione: «Il coronavirus non è del reale senza legge. Ma l’epidemia? L’epidemia, arrivata dalla millenaria Cina che mette – nello spazio del mercato – un modo di godimento tanto peculiare, ma non come modo di godimento, bensì come un resto che senza i mezzi moderni di trasporto sarebbe tanto invisibile come il batterio nella nominazione biblica». È vero, il coronavirus è una cosa, l’epidemia un’altra. Il coronavirus è un reale che segue una legge che la scienza sta cercando di decifrare il più velocemente possibile per ottenere antivirali e vaccini efficienti. L’epidemia ci mette di fronte a un reale senza legge, un reale inerente al soggetto che vive nel linguaggio. È un reale che si muove in un altro tempo, nel tempo del collettivo come soggetto dell’individuale, è un reale che, come ha indicato Éric Laurent: «è quello dell’angoscia, della speranza, dell’amore, dell’odio, della follia e della debilità mentale. Tutti questi affetti e queste passioni saranno presenti nel nostro confronto con il virus; accompagnano come la loro ombra le “prove” scientifiche»2.

È interessante segnalare che l’etimologia di “epidemia” ci rinvia all’ «arrivo o la sosta in un paese», proviene da epidemos, «colui che risiede in un paese in qualità di straniero». Da qui senza dubbio gli echi di razzismo che sentiamo in questi giorni, più o meno mascherati di falsa solidarietà. Ma se supponiamo un soggetto all’epidemia come fenomeno collettivo, come diamine smettere di essere razzisti? Di fatto, per il coronavirus stesso non siamo anche noi un’epidemia, gli stranieri che erano già lì, nel suo paese, prima ancora che lui esistesse? Supporre un soggetto all’epidemia sfiora il delirio, senz’altro, ma è un delirio che condividiamo in questi giorni, in questo tempo collettivo. Il problema, tanto impossibile come reale, sarebbe quello di far capire ora al Sig. Coronavirus che la cosa migliore per ognuno sarebbe che anche lui si confinasse un bel po’ di tempo finché non troveremo un buon vaccino. Ma un virus non parla ed è per questo che segue una legge implacabile, senza lapsus né atti mancati possibili. Il virus passa semplicemente da un corpo all’altro, l’epidemia si contagia. L’epidemia si contagia anche come un fatto di discorso, si propaga seguendo un tempo distinto da quello del virus, seguendo il tempo del collettivo come soggetto dell’individuale. Sono due tempi distinti, ma uno accompagna l’altro come la sua ombra.

Da Buenos Aires, Carlos Rossi, che sta lavorando al tema con un gruppo di colleghi, pone ancora più domande: «Ciò che è traumatico di questo momento è: 1. Il reale imbizzarito? 2. La verifica brutale del S(%) “mondo”? 3. La morte – che si dice “sta per capitare” – di molti? o 4. L’ “enorme bolla di senso” che costruisce un “Tutti” che annulla qualsiasi singolarità e rende palese che senza il più intimo ci fondiamo con la folla e non siamo Nulla?» Credo che le quattro possibilità siano compatibili tra di loro una volta capito che di fronte al reale della morte, impossibile da rappresentare, abbiamo solo la fuga dal senso – anche dal senso comune – che sfugge al buco del trauma, del trou-matisme, del buco che scriviamo con S(%).

«Quando tutto questo sarà passato, torneremo alla normalità» si sente dire in ambiti diversi, economici, politici e sociali. Ma ormai c’è chi ha risposto mesi fa sui muri di Hong Kong: «Non possiamo tornare alla normalità perché la normalità era precisamente il problema». Per il resto, tutto indica che questa sarà piuttosto la “normalità”, una normalità ogni volta più pandemica e alla quale sarà ogni volta più difficile dare un senso. A questo punto ciascuno è un credente del senso, secondo la religione propria al suo fantasma, con la quale spera di fare un vissuto gruppale per “normalizzare” la situazione. È la dimensione vitale dell’esperienza che il termine Erlebnis significa in lingua tedesca. Ma un’esperienza traumatica è sempre assolutamente singolare, fuori da ogni esperienza comune possibile. Non c’è di fatto esperienza traumatica di gruppo, come non c’è nemmeno un inconscio di gruppo, nonostante Jung. Di fronte al reale del trauma ognuno è radicalmente solo. Rispondiamo con le identificazioni di gruppo per confortarci ma in realtà è solo per disconoscere meglio questo reale nel quale si fonda il proprio gruppo. Allo stesso tempo il soggetto dell’inconscio implica necessariamente il posto dell’Altro dal quale si nutre di senso, è trans-individuale senza arrivare a fare gruppo, senza arrivare a fare un “Tutti”. A questo punto conviene seguire la distinzione tra gruppo e collettivo alla luce dell’insegnamento di Lacan. Un cartello, per esempio, non è tanto un gruppo quanto un collettivo nel quale la funzione del più uno è disfare gli effetti di gruppo. È il collettivo come soggetto dell’individuale colui che viene al posto del S(%)?

Alla fine, non è questo S(%) ciò con cui ci confrontiamo ogni giorno, sia nell’esperienza analitica, sia nell’esperienza della Scuola-soggetto con il transfert di lavoro, sia anche di fronte all’impossibilità di uscire tutti insieme oggi dal confinamento?

Ecco, devi tornare dentro. E senza essere ancora riuscito a uscirne!

Traduzione di Florencia Medici

* Testo pubblicato nel Boletín de Grama Ediciones, Crónicas XXI. https://vo.mydplr.com/108045bef4aa59b09e1c9c008e1512ae-ce69bbe059e210a717920dbe62401ad5

[1] J. Lacan, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata, Scritti, vol. I, Torino, Einaudi, 2002.

[2] Eric Laurent, L’Altro che non esiste e i suoi comitati scientifici in “Rete Lacan”, 4,

https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n4-26-marzo-2020/

#CrónicasXXI – Pandecrazia o Burocrademia alla luce della Battaglia del Veneto*

Gustavo Stiglitz
Membro AME EOL e AMP – Buenos Aires – 10/04/2020

Leggo attonito sul mio Whatsapp un’intervista inviatami de Alejandra Glaze – che ringrazio. Il periodico spagnolo El Confidencial convoca Il Professore Emerito dell’Università di Firenze, il Dott. Sergio Romagnani, 81 anni, immunologo e internista.

Uno dei primi a mettere in allerta l’opinione pubblica riguardo ai rischi del Covid-19, causato dal coronavirus e la sua alta velocità di propagazione.

Sergio Romagnani è stato consultato dalle autorità delle Regione Toscana, che immediatamente adottarono la pratica dei test ai lavoratori della salute, a differenza dei vicini della Regione Lombardia. Suo discepolo Andrea Crisanti, è stato “rimpatriato” all’Università di Padova niente meno che dall’Imperial College de Londra – dove lavorava come ricercatore – rinomato ora dal rapporto di Neil Ferguson e la sua equipe. Pubblicato nel mese di marzo, lo stesso orienta l’intera strategia delle modalità di distanziamento sociale messa in atto per arrestare la propagazione del virus. Conosciamo detto rapporto che è stato commentato per noi da Eric Laurent e Elena Levy Yeyati.

L’intervistato – Sergio Romagnani – mette in evidenza la diversa evoluzione della malattia in zone molto vicine che hanno però adottato diverse politiche e strategie riguardo la stessa.

Sulla base di questa piccola scala, l’Emerito Professore indica l’enorme differenza tra ciò che è avvenuto nel paese del Vo’ Euganeo (Veneto) e in quello di Codogno (Lombardia), entrambe zone rosse dall’ inizio della epidemia.

Nel primo dei paesi, consigliati dal Dott. Crisanti, le autorità hanno adottato la decisione di amministrare test a tutti gli abitanti. Il risultato del piccolo campione è stato che un gran numero di persone asintomatiche – alcune delle quali hanno sviluppato dei sintomi, altre no- portavano il virus ed erano fonti di contagio. A partire da questi risultati, la strategia è stata isolare tutti i positivi al test, sintomatici o meno. La propagazione si è arrestata drasticamente.

Niente di questo è avvenuto a Codogno, e neanche in scala più ampia – nessun equivalente alla denominata Battaglia del Veneto –  nella vicina Lombardia. I dati sono incontrovertibili e si possono leggere nell’intervista.

Fino qui sembra si tratti semplicemente di una divergenza di politiche dinnanzi alla malattia, con i loro corrispettivi risultati. Se si può chiamare semplice ciò che riguarda un tale numero di vite in gioco.

Ma ciò che mi ha colpito nella risposta  di Romagnoni  è stato: «Non seguendo l’OMS il Veneto sta  tenendo sotto controllo il  coronavirus».

Ma com’è possibile? Disobbedienti di successo!

Immediatamente ho ricordato l’avvertimento di Lacan, quando in La psichiatria inglese e la guerra scrive: «[… ] penso che ​questa guerra ​abbia sufficientemente dimostrato ​che non è da una indocilità degli individui che provengono i pericoli per l’avvenire umano».

Il paragrafo continua con un riferimento ​alle​ «​potenze oscure​ del superio» legati a​i «più fiacchi cedimenti della coscienza», che non oso qui ​sviluppare​.

Quello che rimane chiaro sono i risultati ottenuti nel Veneto con la decisione di adottare delle misure senza assecondare quelle impartite dalle autorità sanitarie (OMS).

Come si spiega questo? Sfuggiva agli esperti dell’OMS ciò che due medici e ricercatori italiani avevano chiaro dall’inizio?

Romagnani risponde a questa domanda con una chiarezza terrificante:

«Ritengo che abbiano fallito fondamentalmente perché sono burocrati che hanno fatto carriera negli uffici, mancano di esperienza di campo, non si sono formati nei laboratori manipolando virus, non sono stati coinvolti in situazioni epidemiche in altri paesi. Invece di rivolgersi agli esperti, i politici si sono fatti consigliare dai burocrati».

Nooooo! Lapidario.

Al distinguo così ben posto da Miquel Bassols tra il reale del virus che segue le sue leggi, e il reale senza legge dell’epidemia negli esseri parlanti, dobbiamo aggiungere il reale della pandecrazia o la  burocrademia.

Nomi ridicoli certamente, ma succede che ciò che è stata una invenzione tentando di coprire il buco della contingenza, è diventato un vero reale senza legge che – apparentemente – può dire qualsiasi cosa e generare ogni tipo di effetto controproducente e mortifero. Un vero e proprio palo nella ruota.

Abbiamo sempre saputo che la burocrazia è un ostacolo, ma non abbiamo mai pensato che fosse un ostacolo alla vita stessa.  Kafkiano ma ancora più in là, ciò che ne segue, ancora.

Se prendiamo ora il paese del Vo’, e ne facciamo il soggetto Vo’ – autorizzati come siamo da ciò che questa pandemia ci sta insegnando riguardo i rapporti tra il collettivo e l’individuale, questo soggetto indocile alla volontà tirannica delle cifre adoperate negli uffici, ha dimostrato di rimanere più dal lato della vita – riguardo al suo vicino docile, Codogno. Verificando poi l’idea di Lacan.

È chiaro che non c’è vita propriamente umana – al meno come la intendiamo oggi- se no dalla singolarità di ogni membro del collettivo che, raggruppato secondo le sue particolarità conforma l’universale.

Traggo da questo una piccola grande lezione.

Traduzione di Laura Cecilia Rizzo

* Versione originale qui: https://vo.mydplr.com/62118713167c5389b7dc856b10b9a5ae-ce69bbe059e210a717920dbe62401ad5

De virus

Giuliana Capannelli
Membro SLP e AMP – Ancona – 21/04/2020

In questo periodo di clausura forzata, il tempo ha una dimensione tutta sua. Non è una novità, ne hanno scritto in molti, gli psicologi tra altri. A volte si dilata, altre si contrae; a volte si perde, a volte si ritrova. La situazione attuale presupporrebbe che dovremmo averne di più: per annoiarci o avere il modo di recuperarlo, riuscire a farne qualcosa di buono o al contrario buttarlo. Invece, puntuale come un orologio, il tempo sfugge al nostro controllo. Buon per lui. Noi, poveri esseri radicati su questa terra, sfuggiamo un po’ meno.

Di sicuro, tutto il tempo che abbiamo non basta per arrivare ad esaurire le nostre conoscenze in merito a ciò che stiamo vivendo. I mille e uno notiziari, post, informazioni, fake, trasmissioni, dibattiti, report o documentari, non coprono il nostro bisogno di sapere. Nonostante l’illusione della rete ne usciamo per lo più incerti, insicuri, a volte nauseati. La stravagante e straordinaria condizione di vita di cui, nostro malgrado, partecipiamo, è al limite del pensabile. Il 2020 passerà alla storia, non c’è dubbio.

Una storia che sarà fatta di date e di numeri ancor più che di persone o di personaggi. Per quanto discussi e discutibili, i numeri l’hanno fatta da padroni: chiusure, aperture, previsioni, picchi, fasi, attese. Tutto in funzione dei conteggi giornalieri di morti, contagiati e guariti. La ricerca del paziente 0, dei contagi 0, del punto 0 attorno a cui azzerare la spinta vitale e la possibilità o meno di un fatidico “ritorno alla normalità”. Che poi molti si auspicano che non ritorni tanto normale. A posteriori potrà dirsi se saremo riusciti a farne qualcosa di buono, ma intanto siamo lì a contare, a contarci e a sperare di riassorbire la pulsione senza scarti. Andrà tutto bene?

A giudicare dai modi, sempre più alterati ed estremi, sarà dura. Certo, i cittadini spesso non brillano per solidarietà e moderazione. Urlare dalla finestra: «State a casa!» è diventato quasi uno sport nazionale, ma quando è lo Stato, con i suoi sindaci e suoi sceriffi, a passare alle maniere forti, la questione si complica. Sarebbe auspicabile, invece degli agiti, riuscire a veicolare delle parole forti, quelle si. Parole che possano assorbire un po’ di reale e ordinarne il senso. Senza per questo pretendere di incarnarne la verità. E questo soprattutto adesso che si tratta di aprire un nuovo orizzonte. C’è tutto un vocabolario da inventare.

Le parole, scevre da giudizi e paure, sono anche quelle che tengono in piedi un percorso analitico. Il corpo stesso della psicoanalisi è fatto di parole. Parole incarnate attraverso la voce e, nel silenzio, tramite lo sguardo che, presente o assente che sia nella dimensione immaginaria, è comunque sempre rivolto all’altro. Per questo non c’è molto da preoccuparsi dell’uso di schermi o mezzi mediatici in tempo di crisi, mezzi che hanno una loro specificità e come tali vanno presi, sperimentandone i confini ma anche le possibilità. E, perché no, sono benvenuti.

Il corpo dell’analista dal canto suo, quello in carne ed ossa per intenderci, non è senza valore in una relazione a due (o a tre o a quattro per essere precisi). Il corpo in presenza fa da limite e da cassa di risonanza della parola del soggetto. Lo sguardo funziona da punto extime e tiene un posto al di là del quadro. Il corpo parla, il corpo scrive. Scrive qualcosa dell’impossibilità del rapporto sessuale che Lacan ci ha più volte ricordato con il suo «non cessa di non scriversi». E irrompe nell’atto, che estrae pulviscoli pulsionali dal proprio buco nero. A lasciarli andare anche questi si disperdono e, a volte, possono essere contagiosi.

LAMPI!

È meglio che non ti prenda cura di me in questo modo

Mauricio Tarrab
Membro AME EOL e AMP- Buenos Aires – 26/04/2020

Non ho più di 70 anni, anche se ci sono vicino, ma ciò non mi impedisce di essere implicato dallo scandalo di questo obbligo per chi ha più di 70 anni di chiedere un permesso per uscire.

La responsabilità dello Stato nella cura dei cittadini è indiscutibile, e gli sforzi compiuti in queste settimane di quarantena necessaria sono enormi e senza precedenti e si riscontra un notevole consenso in questo caso di emergenza. In risposta, una comunità così spesso folle nella sua idea di trasgressione, ha risposto con sorprendente responsabilità.

Ma questo “permesso” supera un limite in cui l’altruismo può assumere un volto pietoso.

Né la scienza né la psichiatria né la psicoanalisi erano necessarie per comprendere il caos soggettivo causato dall’assumere qualcuno come defunto, senza funzione.

Un pastore sulle isole melanesiane nel XIX secolo (Leenhardt, “Do Kamo”) aveva già descritto questi effetti quando qualcuno era condannato per un crimine non con punizione fisica o limitazione della sua libertà, ma dichiarandolo “deceduto”.

Esagero facendo questo confronto spiacevole? Assolutamente no.

Attenzione alle cure eccessive per coloro che vengono accuratamente chiamati “anziani”!

Prendersi cura può essere invalidante e ciò non fa che rafforzare le condizioni affinché qualcuno abbassi le difese. Vale a dire in modo che sia consegnato al peggio che si annida in ciascuno. Vogliamo che non si ammalino e muoiano e li dichiarino deceduti …

Meglio fare appello di nuovo alla responsabilità e incoraggiarli fortemente a resistere, resistere!!! che è ciò che vale per tutti.

Abbiamo in questo Paese un’enorme esperienza collettiva sulle conseguenze del collasso economico, ma non l’abbiamo rispetto a una pandemia. Gli sforzi non dovrebbero essere ingenui, a volte, come insegna J. Lacan, volendo il bene dell’altro, si ottiene il suo male.

Come dice Manuel, mio ​​nipote di 2 anni, “COSI’ NO”.

Traduzione di Laura Storti

Potenza di ciò che si prova «di pancia». L’«infodemia» al tempo del coronavirus*

Nathalie Jaudel
Membro ECF e AMP – Parigi – 19/04/2020

In occasione dell’epidemia di SARS-CoV-2, i social sono diventati la cassa di risonanza di accesi dibattiti tra «specialisti» di infettivologia e di epidemiologia da poco autoproclamati.1 Le teorie del complotto galoppano. I fact-checkers2 sono esauriti e temono per la loro salute mentale.3

Dalla bocca di molti uomini politici, si sente: «Non sono medico, ma penso che…». Il fisico Etienne Klein vede nel propagarsi di questo fenomeno una forma «molto intensa e contagiosa di “demagogismo cognitivo”» che imputa, con finezza, a una fiducia smoderata «solamente in quello che si è provato, di pancia» – «certamente dopato per endovena da un sovradimensionamento dell’ego»4, aggiunge. Un altro medico, il professor Philippe Gabriel Steg,5 si dice sconcertato nel vedere che si dà la preferenza alla tesi di autorità – che lui chiama «Eminence Based Medicine» – rispetto alla medicina fondata sulle prove. Aggiunge: «Quello che viene presentata come la lotta del “franco-tiratore” contro i “mandarini” in realtà è precisamente l’opposto: rifiutare il metodo sperimentale, la verità, la replicazione, significa ritornare nel passato, all’epoca delle certezze dei “mandarini” in cui l’autorità e l’intuito del capo valevano come prova.»6

Se ne deduce che la crisi in cui siamo immersi dà luogo a un’impennata dei fenomeni di credenza, sui due versanti. Uno, quello che indica P. G. Steg, lo conosciamo bene: il «mandarino» è una delle manifestazioni del Padre. Si assiste al ritorno dell’Altro a cui si crede, sotto forma del «capo», accantonando la valutazione da parte dei pari e la replicazione sperimentale, cioè il metodo scientifico, indipendentemente dai suoi difetti.

L’altro versante è apparso più di recente; rientra nell’epoca dell’Altro che non esiste. Fa del soggetto stesso l’unica fonte affidabile della verità, non a partire dalla propria riflessione, ma a partire dal suo sentimento viscerale – di pancia7 – cioè dal suo godimento. Credere che il «vissuto» sia fonte di verità è in effetti prendere come bussola non il corpo immaginario, ma il corpo reale – e gli affetti che esso prova. Questo fatto che il corpo affetto venga in primo piano era già manifesto negli ultimi anni in una serie di fenomeni: la prevalenza del vocabolario dell’offesa; il regno delle vittime; l’esigenza di safe spaces8 e di trigger warnings9 nelle università; i tentativi di autorizzare la creazione artistica e la scrittura solo a coloro che possono dar prova dell’autenticità della loro esperienza vissuta.

Il sapere ignorante e la caccia alle micro-aggressioni testimoniano dello stesso ambito, proprio del tempo degli Uni-tutti-soli: la credenza nel corpo che si ha. In quanto lo si ha (si crede di averlo, anche se ci sfugge in continuazione), ci si può riferire ad esso solo come a un Altro. E se il corpo è il nostro Altro, il nostro rapporto con lui è una questione di fede: «Abbiamo trasformato il corpo umano in un nuovo Dio»10. Pertanto, poiché crediamo di averlo, il nostro corpo, lo crediamo: crediamo a quello che ci dice. Giacché, come lo sa, l’uomo, che ha un corpo? Per il fatto che «si sente». Da cui la correttezza dell’affermazione di E. Klein (anche se lui ha di mira il narcisismo): è proprio di ego che si tratta qui, cioè del nostro legame di adorazione con il nostro corpo in quanto colpito. Ormai fa della sensazione viscerale, di pancia, di ognuno, che emana dal proprio corpo sacralizzato, la sua unica fonte affidabile di verità: il gut feeling11 come bussola dei discorsi.

Traduzione di Adele Succetti

* Articolo pubblicato su Hebdoblog del 19 aprile scorso, disponibile qui: https://www.hebdo-blog.fr/puissance-de-leprouve-l-infodemie-temps-coronavirus/

[1] How Facebook can Flatten the Curve of the Coronavirus Infodemic, AVAAZ, 15 aprile 2020, disponibile sul sito Avaaz: www.avaaz/org

[2] I fact-checkers sono quelli che verificano la veridicità dei fatti e l’esattezza dei numeri presentati nei mass-media.

[3] M. Scott, ‘It’s overwhelming’: On the frontline to combat coronavirus ‘fake news’, “Politico”, 16 avril 2020, disponibile su internet.

[4] E. Klein, « Je ne suis pas médecin, mais… », Tracts de crise, n°25, Paris, Gallimard, 30 mars 2020, pp. 4-5.

[5] P. G. Steg, Coronavirus : les leçons d’une épidémie, “Les Échos”, 11 avril 2020, disponibile su internet.

[6] Ibidem.

[7] Cfr. É. Laurent, François Wahl sans “storytelling”, “Lacan Quotidien”, 425, 24 septembre 2014.

[8] Gli safe spaces designano degli spazi neutri in cui delle persone marginalizzate, a causa di una o più appartenenze a certi gruppi sociali, possono venire a riunirsi per parlare della loro marginalizzazione. 

[9] I trigger warnings sono degli avvertimenti rivolti al pubblico, che lo avvertono del fatto che un’opera contiene del testo, delle immagini o dei concetti che potrebbero provocare un traumatismo psicologico.

[10] É. Laurent, Hemos transformado el cuerpo humano en un nuevo dios, ”La Nacion”, 9 juillet 2008, disponibile su internet.

[11] Gut feeling significa «sensazione viscerale».