Sfioriamo il coté del Reale perché, cercando la traccia del padre, siamo sulle tracce del reale costitutivo del padre.

Giuliana Kantzà, Evaporazione del padre, Sesto San Giovanni (MI), Mimesis, 2021.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

«Docile ai giovani»

Intervista ad Alejandro Reinoso – membro AME SLP, NEL e AMP

di Laura Storti – responsabile Rete Lacan

Roma/Santiago del Cile – dicembre 2021

Laura Storti: Caro Alejandro, il ballottaggio del 19 dicembre scorso ha visto la vittoria di Gabriel Boric alla presidenza del Cile. Il candidato della lista Pacto Apruebo Dignidad, ex leader del movimento studentesco, di appena 35 anni, si è presentato con un programma che ha come priorità la garanzia all’istruzione e alla salute per tutti, contro le discriminazioni e a favore di una redistribuzione del reddito. Un uomo di sinistra dunque?

Alejandro Reinoso: Un uomo che ha soprattutto sconfitto una destra “brutta, sporca e cattiva”, che qui in Cile ha ancora le sue radici nel regime di Pinochet, protagonista di una campagna elettorale basata sulla paura, paura del comunismo, paura del disastro economico. I risultati di domenica scorsa sono gli stessi di quelli del plebiscito che ha sconfitto Pinochet e che ha dato l’avvio alla Costituente. La buona notizia è che, per ora, si è riusciti a fermare l’urto di politiche razziste, xenofobe, omofobe e misogine. Durante la campagna elettorale alcuni candidati della destra hanno spudoratamente sostenuto che le donne non dovessero votare, che dovessero lavorare di meno per curare la casa e i figli. Pensate che Antonio Kast, il candidato della destra, non ha mai nascosto le sue origini naziste, paventando, di contro, il rischio di un ritorno del comunismo.

LS: Anche noi in Italia abbiamo assistito all’appello contro il comunismo durante la campagna elettorale di Silvio Berlusconi.

AR: Diversamente da Berlusconi, Kast non è un imprenditore bensì un cattolico integralista: durante tutta la campagna elettorale si esibiva goffamente cantando insieme ai suoi sette figli, mentre sua moglie suonava la chitarra. Il fatto che la sua campagna elettorale abbia agitato la paura del comunismo vuol dire che ci sono ancora tracce fantasmatiche di ciò che ha significato il governo Allende. Allora si diceva che se pioveva a Mosca a Santiago del Cile aprivano l’ombrello, ma questo accadeva più di cinquanta anni fa, ora i partiti comunisti non sono più gli stessi di allora, eppure ancora la destra agita lo spauracchio del comunismo.

LS: Sappiamo che quando chiesero a Jacques Lacan se fosse di destra o di sinistra, lui rispose che l’uomo di destra è una canaglia, quello di sinistra è un folle, perché parla di un mondo che non esiste. E ancora, J.-A. Miller in un’intervista rilasciata a LeMonde.fr nel 2007, dal titolo Tombeau de l’Homme-de-gauche, afferma che l’uomo di sinistra è morto, o comunque si tratta di un hybrido. Ebbene, chi è allora Gabriel Boric?

AR: Un uomo fuori dai partiti, nasce come leader del movimento studentesco di dieci anni fa e poi partecipa ai movimenti sociali che per anni hanno attraversato il nostro paese. Non è un uomo del centro-sinistra è della sinistra, la sinistra del nuovo millennio. Nasce critico proprio nei confronti dei partiti, anche quelli di sinistra, che sono scesi a patti con Pinochet dopo la dittatura. In un certo senso è un purista. Durante la campagna elettorale ha incontrato non soltanto lavoratori, immigrati, donne, ecc., ma anche i bambini. Chiedeva come volevano che fosse il loro paese e loro rispondevano che, oltre ad avere un parco dove giocare, avrebbero voluto trascorrere più tempo con i loro genitori, che quindi avrebbero dovuto lavorare di meno. Insomma, un leader che appoggia la rappresentanza paritaria tra uomini e donne, la creazione di uno Stato plurinazionale come la Nuova Zelanda e il Canada, dove i popoli originari abbiano il loro statuto di nazione, elementi questi proposti dall’Assemblea costituente che per la prima volta nel mondo vede uomini e donne numericamente alla pari.

LS: Un paese insomma egualitario…?

AR: Il Cile è il paese più neo-liberista dell’America del Sud, con un’enorme forbice salariale, dove è stato azzerato lo stato sociale, qui si è praticato il modello neo-capitalista più feroce e si sono raggiunti i risultati più vicini a quelli auspicati da Milton Friedman, l’uomo di punta dei Chicago Boys. Ecco, Gabriel Boric intende bucare l’impostura del discorso tutto capitalista.

LS: Il timore di cui parli è nei confronti delle multinazionali? Del grande capitale finanziario? Del debito pubblico? Insomma come reagirà il sistema a un possibile cambiamento?

AR: Nel discorso di Boric c’è un richiamo alle difficoltà reali: i poveri, i giovani, le donne, gli immigrati, il Cile è il paese che raccoglie il maggior numero di immigrati dal Venezuela e da Haiti. E questo crogiolo di contraddizioni sociali genera un desiderio di equità e giustizia sociale; ma come sarà possibile realizzarlo? La pandemia ha creato perdita di posti di lavoro e aumento del debito pubblico a causa dei sussidi statali che sono stati istituiti. Già si parla della possibilità che i grandi capitali escano dal paese, che le multinazionali cerchino nuove collocazioni, tutto questo preoccupa. Sarà molto importante vedere chi verrà chiamato al nuovo governo, chi farà parte dell’equipe degli economisti che guideranno le politiche di bilancio. In parlamento destra e sinistra sono alla pari, la democrazia cristiana in Cile ancora esiste e non tutta ha sostenuto Boric, si vedrà su quali numeri potrà contare.

LS: Intanto, i numeri, cioè i voti, hanno contato…

AR: In queste elezioni si è raggiunta la massima partecipazione: l’astensionismo, che solitamente ammontava al 50%, questa volta è sceso al 30%. Rappresenta la massima partecipazione elettorale in tutta la storia del Cile. Possiamo dire che «ha vinto la speranza contro la paura», citando le parole di Boric, pronunciate nel primo discorso da presidente.

LS: Un primo discorso in cui si è valorizzato il ruolo delle donne…

AR: Sì, è così, Boric ha insistito sullo spazio che le donne devono ricoprire nel nuovo governo. E’ contrario alla figura della donna del presidente, della first lady, alla quale in genere vengono attribuite competenze elemosiniere sulle questioni femminili o sui bambini, i poveri e in generale gli ultimi. Durante la sua campagna elettorale non voleva che si parlasse della sua compagna, non soltanto perché contro una forma di nepotismo ma perché il posto delle donne non è quello di essere accanto a un uomo, bensì quello che in autonomia si conquistano lottando per i propri diritti. Questo ha fatto sì che il movimento delle donne, che in Cile è molto attivo, si sia incondizionatamente schierato a fianco di Boric.

LS: In questo grande cambiamento che si preannuncia in Cile pensi ci siano nuove e maggiori possibilità per il discorso dello psicoanalista? E quali?

AR: Quando la psicoanalisi pensa che possa accadere qualcosa contro la democrazia, la psicoanalisi parla. E in effetti alcune Associazioni psicoanalitiche si sono schierate contro Kast, denunciando il pericolo di eleggere un presidente neo-fascista. Sono proprio gli strappi della storia, come in questo caso, che offrono la possibilità per la psicoanalisi di leggere l’epoca, per esempio attraverso questa intervista, o con un articolo che sto scrivendo con un mio collega per provare a spiegare questi risultati elettorali, e cioè come sia stato possibile che chi al primo turno ha raccolto il 26% delle preferenze, al successivo ballottaggio abbia ottenuto il 56%?

LS: Pensi che il nuovo governo cileno si occuperà anche di salute mentale?

AR: Quattro anni fa, quando Boric era un semplice deputato, ha subito un ricovero e ha presentato un certificato medico che gli prescriveva tre mesi di riposo a causa di un Disturbo Ossessivo Compulsivo. Lui non l’ha nascosto e quando durante la campagna elettorale i suoi oppositori, di destra ma anche di sinistra, lo hanno attaccato dicendo che per la sua labilità non sarebbe stato credibile come presidente. Egli ha risposto dicendo che il 20% della popolazione ha disturbi di vario genere, che i servizi di psichiatria e di psicologia sono pochi e costosi e che la risposta dello Stato sulla salute mentale assolutamente insufficiente. Ebbene, colgo in queste argomentazioni una posizione di de-patologizzazione molto vicina a quella della psicoanalisi. Mi sembra di poter dire che sono segni della sua posizione non fallica, femminile, quindi barrata, il che m’induce a ritenere che per la psicoanalisi ci possano essere grandi opportunità.

LS: C’è insomma la possibilità che in Cile si apra una stagione promettente…

AR: Mi viene da dire che le elezioni di Boric aprono a una moderata speranza, molto diversa da quella degli anni settanta del secolo scorso. C’è un tratto dei giovani molto forte, giovani molto diversi da quelli di allora, non migliori ma diversi. Boric ha un profilo politico inedito, è un giovane che non è disposto a negoziare su alcuni principi e che è aperto al femminile: questo fa di lui una figura che smuove le acque, che ti fa uscire dal pragmatismo della miscredenza, molto presente in questa epoca: non credere in niente e tutto è uguale a tutto. Mi viene da caldeggiare un suggerimento che J.-A. Miller ha fatto durante una recente Conversazione: «Essere docile ai giovani».

LS: caro Alejandro, ti ringrazio per la tua disponibilità. Mi ha permesso di parlare di questo avvenimento, che ha rappresentato per me anche un evento che ha toccato il corpo. Una grande emozione nel vedere le immagini delle manifestazioni a Santiago e sentire di nuovo cantare nelle piazze el pueblo unido jamás será vencido!.

Il nuovo dell‘amore: una conseguenza di ’La’ donna non esiste *

Christiane Alberti
Membro AME ECF e AMP – Parigi – dicembre 2021

L’aforisma “La donna non esiste” elimina ogni tentativo di essenzializzazione e può essere letto come lo sforzo di Lacan di stringere la logica intrinseca al rapporto tra i sessi e con il linguaggio. L’apertura così identificata nell’insieme allontana dagli auspici dell’unione ontologica, l’illusione di fare l’Uno dal due, e ci porta a leggere l’amore sotto un’altra luce: a partire da un certo godimento. Lo scandalo non è dunque quello di una negazione del femminile, ma di una positività in eccesso, che può dare all’amore uno stile erotomane.

Romain Aubé

L’amore ai tempi di “La donna non esiste”[*]. La Grande Conversazione Virtuale Internazionale si aprirà dal 31 marzo al 3 aprile 2022 e inaugurerà un nuovo formato del Congresso dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi dal titolo “La donna non esiste”.

Il tema ‘Il nuovo dell’amore’ è un asse privilegiato per chiedersi perché Lacan è arrivato a pronunciare questo aforisma così sorprendente: ‘La donna non esiste’. In effetti, è la posizione femminile, la sessualità femminile, che costituisce per Lacan la via primaria a partire dalla quale interroga l’amore a partire e al di là del fallo.

Indicando “nuovo”, capiamo fin dall’inizio che si tratta, per gli psicoanalisti, di chiedersi con quale nuovo reale stanno giocando oggi la loro partita. Diciamo, in termini durkheimiani, che non sono né il sociale né le coordinate attuali del legame sociale che illuminano il nuovo dell’amore; al contrario, sono le impasse, i malintesi e i sintomi attuali dell’amore che illuminano la nostra civiltà come quella di La donna non esiste. Come sostiene Laurent Dumoulin, l’aforisma di Lacan La donna non esiste è sufficientemente dissonante per interpretare uno dei nodi del malessere attuale1.

Distinguerò due aspetti del momento presente.

1) Gli osservatori più attenti delle nostre società hanno sottolineato con forza che l’ordine erotico tende ad allinearsi con l’ordine economico. Sotto l’effetto delle nuove tecnologie, per esempio, il nuovo è caratterizzato dall’inflazione dell’offerta che spinge a ottimizzare i partner. Il sesso e l’amore tendono a essere regolati dagli imperativi dell’iperconsumo (performance, velocità, efficienza: seduzione rapida e fast sex). L’Altro, che organizzava gli incontri secondo le sembianze della tradizione, è qui sostituito dall’applicazione, ma è ancora una sistemazione da parte di un Altro scadente e secondo i canoni maschili, la forma maschile del desiderio (Φ(a)) dove Φ è la funzione del significante perduto. L’uomo affronta la donna come oggetto del fantasma, oggetto causa del fantasma che completa la parte mancante del soggetto. Inoltre, le applicazioni o i siti web sfruttano il potere delle immagini, la cattura visiva: la forma del desiderio come affascinato, magnetizzato da un oggetto. Diciamo che la «forma feticistica […] dell’amore»2 tende a diffondersi, come ha sottolineato Jacques-Alain Miller: «La donna moderna tende a fare dell’uomo una a minuscola […] un mezzo di godimento. Ciò si accompagna a una svalorizzazione dell’amore»3. È possibile un altro modo di amare il partner che non riduca l’altro a un oggetto a?

Se l’amore è davvero dare ciò che non si ha4, qual è il suo destino oggi, quando il soggetto è costantemente rivolto verso l’oggetto da acquisire? In effetti, Lacan sottolinea che il desiderio ha una quotazione che può essere aumentata o diminuita culturalmente. Ed è dal prezzo dato al desiderio sul mercato che dipendono il modo e il livello dell’amore in ogni momento – l’amore come valore è fatto dell’idealizzazione del desiderio. Lacan non ha esitato a segnalare a questo proposito la noia e la cupezza come sintomi dell’era post-1968 e della sua ideologia della libertà sessuale.

2) Il secondo elemento da prendere in considerazione riguarda la rivendicazione identitaria incentrata sull’identità sessuata, la cui scelta si estende all’infinito con, al suo estremo, come paradigma del rapporto tra i sessi: la separazione, un desiderio di separazione. In effetti, un neofemminismo radicale può arrivare fino al separatismo lesbico5, che riduce ogni donna al suo corpo (o anche al suo colore), in una frammentazione infinita. La struttura di gruppo che ne emerge è basata sull’immaginario dei corpi, ci assomigliamo. Una comunità di fratelli senza il mito del padre morto? L’unica risposta al reale pulsionale sarebbe quindi il gruppo, una falsa fratellanza insomma, una sorellanza di corpi. Questa rivendicazione femminista o “di femminilità” è prossima al corpo, in una frammentazione all’infinito e, di conseguenza, una segregazione infinita. Ciò che è iniziato con la volontà di cambiare la lingua (con il compito infinito del politically correct, la caccia alle micro-aggressioni, la femminilizzazione della lingua), di cacciare il fallo nella lingua, finisce sul corpo e, logicamente, sull’assenza di dialogo tra i sessi, perché, per entrare nella “carriera” dell’amore6, bisogna parlare.

Bisogna notare che uno dei leitmotiv del discorso contemporaneo sull’amore verte sull’ostacolo, il peso, l’oppressione che il patriarcato costituisce nelle relazioni amorose. Paradossalmente, in una civiltà in cui tutte le sembianze della tradizione patriarcale sono polverizzate, c’è una sorta di convocazione dei significanti del padre, un appello al significante del padre. Nel suo ultimo libro, Reinventare l’amore7, Mona Chollet sostiene che il patriarcato è il principale ostacolo alla realizzazione di un amore eterosessuale degno. In effetti, non è del padre – quello castrato dell’isterica – che parla la tendenza dominante del neofemminismo, ma del fallo. È come se, nel legame amoroso di cui parla, le donne incontrassero l’Uomo con una U maiuscola in opposizione alla Donna con una D maiuscola. Eppure, come scrive Anaëlle Lebovits-Quenehen: «Se non c’è definizione della donna come non c’è essenza della donna, è perché le donne, in questo punto in cui il femminile le abita, non coincidono con se stesse»8.

La critica di Lacan all’amore paterno freudiano è molto più sovversiva, poiché conduce a un’altra concezione dell’amore rispetto all’amore idealizzato per il padre, proprio a partire dal godimento femminile e dal non-tutto. Fu una concezione fallocentrica dell’amore paterno a guidare Freud. Tuttavia, per Lacan, l’amore per il padre sul lato donna fa apparire una dissimmetria: si tratta, in particolare, di essere amata dal padre nella sua particolarità e non come le altre. Non è così che Lacan definisce l’amore nel suo primo Seminario? Egli distingue, dalla cattura immaginaria, dall’illusione dell’amore di essere uno, il dono attivo dell’amore, che mira oltre la soddisfazione con un oggetto. Che forma assume questo? L’amore esige, per quanto possibile, la «completa sovversione del soggetto in una particolarità», con ciò che questa particolarità può avere di impensabile, di opaco: «Si vuole essere amati per tutto – non solo per il proprio io, come dice Cartesio, ma per il colore dei capelli, per le proprie manie, le proprie debolezze, per tutto»9. Viceversa, e anche per questo, il dono attivo dell’amore mira all’altro, nel suo essere.

Lacan non esita a parlare di epurazione dell’io – al di là delle qualità particolari e di ciò che si sembra essere, nell’amore si aspira allo sviluppo dell’essere dell’altro. In questo senso, l’amore, ci dice Lacan, è una «percorso senza limiti»10. Ora, non c’è altro modo di mirare all’essere che attraverso la parola.

Così, il desiderio di essere amati implica di mirare all’essere dell’Altro nella sua particolarità. Questa definizione dell’amore dà il principio di ciò che Lacan chiamava la «forma erotomaniacale dell’amore»11 sul lato femminile. Non parla di erotomania, ma di stile, di forma erotomaniacale: ciò significa che l’amore designa qui un modo di godimento che assorbirebbe il soggetto? In effetti, il soggetto si cancella nel godimento, nel senso che questo godimento eccede il fantasma che gli dà la sua tenuta fallica.

Lacan dà precise indicazioni cliniche nel suo Seminario su L’angoscia per indicare che la presenza dell’oggetto vi è secondaria, in più, perché non è legata alla mancanza di oggetto com’è invece sul lato uomo. Per l’uomo, l’oggetto è una condizione del desiderio, mentre per la donna, il desiderio dell’Altro dà al suo godimento un oggetto “adatto”. Il fatto che vi tenga è questo l’amore, dice Lacan. Insomma, nel momento in cui ella occupa questo posto di causa del desiderio, la mediazione dell’uomo le permette di presentificare il suo proprio godimento, accedendovi. Infatti, il desiderio femminile non si articola solo al fallo ma anche a Ⱥ, questo Altro del desiderio che deve parlare perché il soggetto lo riconosca come oggetto. Così, la parola d’amore dà alla donna un supplemento d’essere, le conferisce della sostanza godente al di là del fallo.

Il godimento si articola infatti a questo difetto di significante, sul lato donna, un godimento suo, che non esiste e non significa nulla. È un godimento che non si riferisce né all’essere né al senso.

Questo godimento è esso stesso legato all’istanza dell’Altro (Ⱥ), che non è l’Altro del significante, ma un luogo radicalmente Altro, un’alterità radicale. Questo godimento mette il soggetto di fronte al limite di ciò che può essere simbolizzato e che, stranamente, consiste nel dipendere dall’Altro. Da questa struttura del godimento femminile si può dedurre l’esigenza dell’amore: essere riconosciuta come l’unica, l’unica che il godimento supera.

L’esigenza logica della parola, che Débora Nitzcaner ha sviluppato nel suo argomento12, viene qui colta come ciò che dà il suo mezzo, il suo apparato al godimento femminile: che l’Altro parli è «un elemento intrinseco del godimento»13. L’amore è intessuto nel godimento e dipende dal dire. Quello che Dominique Laurent ha scritto così: «È infatti appoggiandosi allo stile erotomaniaco del desiderio femminile che Lacan può affermare che la funzione dell’inconscio, cioè lalingua, “è che l’essere, parlando, gode”»14. Diverse domande saranno, per noi, percorsi di esplorazione:

Questa dimensione della parola, al di là del legame amoroso e delle capacità sublimatorie delle donne, tocca ciò che Lacan chiama, nei suoi Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile, «l’istanza sociale della donna» nella misura in cui trascende l’ordine del contratto15 e riguarda tutta la società. Insomma, come mostra Francesca Biagi-Chai16, i cambiamenti duraturi che si possono introdurre nel sociale attraverso la lingua e tutto ciò che tende ad andare oltre il conforme senza mirare al consenso, contrastano con il legame omogeneizzante delle comunità basate sul “tutti”, “tutti gli uomini”. È proprio perché il godimento femminile non è complementare al godimento fallico, ma supplementare ad esso, che ne modifica la misura e, in questo modo, tocca il superamento dei limiti. Lacan cita l’esempio delle Preziose che, in nome di un amore idealizzato, facevano invenzioni singolari al punto da marcare la lingua e rimandare a un al di là delle convenzioni. Ciò di cui si tratta è una forma erotomaniaca del godimento che, al di là del legame d’amore, marca con il suo sigillo il sociale, un godimento che interdice e che ha effetti civilizzanti.

Che posto hanno oggi la lettera d’amore e la scrittura? In che misura la lettera, che Lacan dice che femminilizza, marca con il suo sigillo il sociale? In un’epoca di scrittura inclusiva, come possiamo comprendere, come si chiede Philippe La Sagna, l’affermazione di Lacan secondo cui sono state le donne a inventare la lingua17? Che posto c’è per una scrittura che fa spazio a ciò che si estrae dalla rottura dei sembianti e non cessa di non scriversi, come si domanda Ram Mandil18?

In una civiltà che tende a occultare la funzione della parola e della lettera, l’amore rimane precisamente una delle rare cose che possono ancora sorprendere il nostro destino di assoggettati alla comunicazione generalizzata: per questo l’amore di transfert rimane una cosa rara, una cosa di finezza che dobbiamo difendere.

Traduzione: Adele Succetti

* Il presente articolo riprende gran parte del mio contributo al X Incontro dell’ENAPOL che ha avuto luogo dall’8 al 10 ottobre 2021, col titolo Del nuovo nell’amore, come presentazione della Grande Conversazione Virtuale internazionale dell’AMP. Testo disponibile, in francese, sul sito Hebdo blog dell’ECF: https://www.hebdo-blog.fr/nouveau-de-lamour-consequence-de-femme-nexiste/

[1] Cfr. L. Dumoulin, “Due sessi, un corpo, nessun universo” argomento per la Grande Conversazione Virtuale internale dell’AMP 2022, testo disponibile qui: https://www.grandesassisesamp2022.com/it/deux-sexes-un-corps-aucun-univers/

[2] J. Lacan, Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile, Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p. 730.

[3] J.-A. Miller, L’osso di un’analisi, Milano, Franco Angeli, 2001, p. 57.

[4] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione d’oggetto, Torino, Einaudi, 2007, p. 137.

[5] Cfr. C. Alberti, L’opinione lacaniana, in “Rete Lacan”, n.21, dicembre 2020, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n21-9-dicembre-2020/#art_2

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro I, Gli scritti tecnici di Freud, Torino, Einaudi, 2014, p. 326.

[7] M. Chollet, Réinventer l’amour, Paris, La Découverte, 2021.

[8] A. Lebovits-Quenehen,Se la donna non esiste, gli uomini sono delle donne come le altre, argomento per la Grande Conversazione Virtuale internazionale, disponibile qui:https://www.grandesassisesamp2022.com/it/se-la-donna-non-esiste-gli-uomini-sono-delle-donne-come-le-altre/

[9] J. Lacan, Il Seminario, Libro I, Gli scritti tecnici di Freud, op. cit.,. 325.

[10] Ivi, p. 326.

[11] J. Lacan, Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile, cit., p. 729.

[12] D. Nitzcaner, “Sfumature del femminile”, argomento per la Grande Conversazione Virtuale internazionale, disponibile qui: https://www.grandesassisesamp2022.com/it/sfumature-del-femminile/

[13] Cfr. J.-A. Miller, L’osso di un’analisi, cit.

[14] D. Laurent, “Il desiderio femminile e la sessuazione”, argomento per la Grande Conversazione Virtuale internazionale, disponibile qui: https://www.grandesassisesamp2022.com/it/le-desir-feminin-et-la-sexuation/

[15] J. Lacan, Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile, cit., p. 732.

[16] F. Biagi-Chai, “L’istanza sociale della donna”, argomento per la Grande Conversazione Virtuale internazionale, disponibile qui: https://www.grandesassisesamp2022.com/it/linstance-sociale-de-la-femme-2/

[17] P. La Sagna, “Le donne, la lalingua e il serpente, un trio d’Origine”, argomento per la Grande Conversazione Virtuale internazionale, disponibile qui: https://www.grandesassisesamp2022.com/it/les-femmes-la-lalangue-et-le-serpent-un-trio-dorygine/

[18] R. Mandil, « Comme un immense corps de femme », argument pour les Grandes Assises virtuelles internationales de l’AMP 2022, publication en ligne (www.grandesassisesamp2022.com).

Scienza e impostura. A proposito del libro di Sergio Benvenuto, Lo psichiatra e il sesso. Una critica radicale della psichiatria del DSM-5, Mimesis, Milano, 2021.

Sergio Sabbatini
Membro SLP e AMP – Roma – dicembre 2021

L’ostentare fiducia nella scienza – purché non metta troppo in discussione confortevoli routine – può dar luogo a inciampi francamente comici, con conseguenze meno divertenti.

Voglio ricordare, sul tema della salute mentale e sulla critica a uno scientismo zoppicante, L’istituzione del male mentale. Critica dei fondamenti scientifici della psichiatria biologica di Furio Di Paola, Manifestolibri, Roma, 2000. I due decenni passati hanno confermato il ‘cattivo costume’ del riduzionismo biopsichiatrico, che per spiegare qualcosa che non sa definire, la mente, rinvia a un ipotetico funzionamento molecolare (della mente). È un approccio già stigmatizzato dal biologo Steven Rose: in Linee di vita. La biologia oltre il determinismo, Garzanti, Milano, 2001.

Un altro studio da considerare è quello di Denis Noble, La musica della vita. La biologia oltre la genetica, Bollati Boringhieri, 2009. L’orientamento “genocentrico”, scrive, è del tutto fuori strada: i geni non sono i soli depositari del mistero della vita, non determinano in modo necessario e sufficiente il nostro destino. Rimando al colloquio di Noble con Éric Laurent, in La Cause freudienne n. 70 del 2008.

Voglio ancora citare Jean-Claude Maleval, in Etonnantes mystifications de la psychothérapie autoritaire, Navarin 2012, sulle psicoterapie cognitivo-comportamentali, che pretendendo di sapere cosa sia la normalità alla quale ognuno dovrebbe conformarsi praticano un uso dispotico della suggestione, al servizio di una logica manageriale, che si pretende scientifica perché fa uso di strumenti statistici.

Sergio Benvenuto in Lo psichiatra e il sesso affronta la filosofia e la nomenclatura del DSM, i temi della sessualità, il grande capitolo del paradigma del genere, la natura della malattia mentale, il rapporto tra psicofarmaci e neuroscienze. Al centro la tesi che l’impianto del DSM è antiscientifico, che la psichiatrizzazione della vita è un capitolo della biopolitica.

Perché secondo Sergio Benvenuto i DSM non appartengono al campo della scienza? Già la presunzione ‘ateorica’ farebbe rivoltare Popper nella tomba. Ma apriamo il testo: col procedere nella lettura arriva un fendente: Il DSM, soprattutto il DSM-5 è il manuale Cencelli[1] della psichiatria! Sembra troppo. Ma l’autore lo spiega bene: il criterio che ha sorretto la determinazione dei disturbi non si ispira a un qualche metodo scientifico. No, e qui è meglio restare seduti: ogni qualvolta si è riscontrato un dissenso tra gli psichiatri consulenti del manuale, si è risolto il confronto tra i diversi punti di vista con delle votazioni a maggioranza!  Ha buon gioco Benvenuto ad aggiungere che la scienza moderna non è parlamentarista e nemmeno giudiziaria, direi: come immaginare un manuale di fisica che risolve i problemi controversi con votazioni a maggioranza! È una barzelletta! Ma non lo è, anzi, ha risvolti pericolosi, visto che riguardano cure mediche di massa.

Se il DSM non si fonda sulla scienza, che cos’è allora? Risposta: è un manuale amministrativo-gestionale dei disturbi mentali, che cerca in un’incerta computazione i paramenti della scienza. È il risultato di una contrattazione complessa tra le varie correnti della psichiatria americana, legate ai diversi comitati di etica, alle istituzioni interessate alla salute mentale, alle industrie private. Il DSM non è il frutto della ricerca combinata di studiosi della materia psichiatrica, come ci si dovrebbe aspettare. Il DSM è l’esito di una negoziazione politica tra gruppi di potere dominanti in America.

Di qui la tesi lévi-straussiana: il DSM, in particolare il DSM-5, è una macchina che produce patologia. I DSM, ironizza Benvenuto, sono il manuale Cencelli della psichiatria perché alla ricerca di un consenso generale hanno a mano a mano aumentato le categorie nosografiche delle patologie. Ovviamente il consenso più largo possibile serve ad assicurare al DSM l’egemonia nella professione psichiatrica.

Veniamo alla nosografia. L’autore fa un riferimento esplicito alle indagini di Ian Hacking sulla classificazione. A cui aggiungo le riflessioni di Claude Lévi-Strauss ne Il pensiero selvaggio e in Totemismo oggi dei primi anni Sessanta. La definizione di normale come naturale, scrive Lévi-Strauss, è servita a classificare come aberrazioni ogni divergenza: con la scusa dell’oggettività scientifica, gli scienziati, oggi i tecnocrati, hanno cercato, scrive Lévi Strauss – e cercano ancora – di rendere i malati mentali, come i presunti primitivi, più differenti di quanto non fossero.

Patologizzare e sottoporre le popolazioni a una crescente psichiatrizzazione sarebbero quindi le conseguenze della macchina DSM. Una ‘cattiva’ macchina, non perché propone delle diagnosi, ma perché le formula in modo improbabile. Col DSM-5 molte più persone risultano patologiche, o disordinate, da disorder. Così, a sentire gli stessi psichiatri interessati, il DSM-5 avrebbe creato un’epidemia artificiale di malattie mentali nella popolazione e favorito la super-medicalizzazione dell’infanzia e dell’adolescenza. Leggere Allen Frances, che ha guidato la task force del DSM-IV: Primo, non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle malattie, del 2013, Bollati Boringhieri.

La proliferazione delle diagnosi ha surclassato la ricerca farmacologica, che non ha risposte efficaci se non nei casi più classici. In buona sostanza la debolezza del DSM consiste nell’essere nutrito dalle visioni culturali correnti, porose e mutevoli, in conflitto tra loro. L’impostazione di fondo del DSM, osserva Sergio Benvenuto, è utilitarista: il dolore e il piacere regolano la vita umana nel suo complesso. Da questa filosofia ne segue una flessibilità etica e politica, in base al principio individualista della libertà personale.

Per esempio, l’atteggiamento riguardo all’omosessualità è cambiato grazie all’affermarsi del principio utilitarista secondo cui non può essere considerato delittuoso o patologico un comportamento che miri a produrre piacere in uno o più soggetti, purché non produca dispiacere in qualcun altro. La derubricazione dell’omosessualità dalle patologie è quindi conseguenza del cambiamento etico e politico nei paesi occidentali, che non ha più considerato l’omosessuale un malato o un criminale. Ne è seguito nel 1974, con il DSM-2, un cambiamento diagnostico che ha segnato una vittoria dei movimenti emancipazionisti per i diritti civili: l’omosessualità non è più un disturbo. Questa esclusione quindi, non è causata da una qualche nuova scoperta, neurologica, fisiologica o psicologica che sia. Il manuale ‘Cencelli’ in questo caso non ha fatto altro che adeguarsi a una mutazione generale della mentalità.

[1] Il manuale Cencelli insegnava a distribuire i posti di governo tra i partiti e, all’interno di questi, tra le correnti.

La scienza, la fisica quantistica e la psicoanalisi lacaniana

Alfonso Leo
Membro SLP e AMP – Avellino – dicembre 2021

 

Di recente, nel corso di una discussione di cartello si è riproposta la questione di una lettura popperiana della Psicoanalisi.

Di ricerca e valutazione in psicoterapia se ne parla da sempre. Già Freud si era posto il problema: «La biologia è veramente un campo dalle possibilità illimitate, dal quale ci dobbiamo attendere le più sorprendenti dilucidazioni; non possiamo quindi indovinare quali risposte essa potrà dare, tra qualche decennio, ai problemi che le abbiamo posto. Forse queste risposte saranno tali da far crollare tutto l’artificioso edificio delle nostre ipotesi»1. Ritornando a Karl Popper egli affermava che: «lo scopo della scienza è quello di trovare spiegazioni soddisfacenti di tutto ciò che ci colpisce come bisognoso di spiegazione»2. Tutto ciò si costruisce attraverso prove indipendenti in suo favore o come afferma Popper: «deve poter essere controllabile, indipendente, sarà tanto più soddisfacente quanto più indipendenti e quanto più severi saranno i controlli che ha superato.(…) Tutto questo, però, è vero soltanto se ci limitiamo a leggi universali che siano controllabili, cioè falsificabili»3.

Da 100 anni la meccanica dei quanti ha portato ad una profonda riforma nella concezione della fisica. Come dice il professor Angelo Bassi in un’intervista sul il New York Times Magazine4: «è una bambina, 100 anni sono niente nella storia della scienza». La fisica dei quanti rappresenta un problema poiché è spettacolare nel fare previsioni ma non è in grado di descrivere ciò che sta effettivamente avvenendo in natura e come si possano ottenere questi risultati. «Credo fermamente che è la fisica sia parole. In un certo senso»5. Egli afferma che la teoria su cui si basa la fisica moderna deve avere qualcosa di sbagliato, proprio perché non può essere messa in parole. Certamente la meccanica quantistica può essere detta con le parole. Ad esempio, il futuro di una particella non può essere specificato dalla teoria ma soltanto predetto con la probabilità. Angelo Bassi in un articolo del 20156 afferma: «a chi non piacerebbe l’esperienza di una vita quantica? Potremmo fare molte cose in parallelo: lavorare, giocare, fare sport, mangiare e dormire. Tutto allo stesso tempo almeno fino a quando qualcuno non ci guarda. Potremmo teletrasportarci, istantaneamente, lontano, quando siamo annoiati di una situazione. Molti sogni di bambino diventerebbero realtà. Comunque, sembra che siamo legati invece ad essere classici; non una vita noiosa, ma meno eccitante di una quantica». Ciò accade poiché, sebbene siamo fatti di atomi, che sono quantici, queste regole non sopravvivono quando gli atomi si combinano a formare oggetti. «Un atomo si comporta diversamente da un tavolo, anche se un tavolo è fatto di atomi. (…) il nostro mondo è una realtà solida: pietre, tavoli. il mondo classico è estremamente definito. il mondo quantistico invece è opaco, vago, di onde che ancora non capiamo bene»7. Ancora: «l’atomo non si comporta in maniera definita, è decaduto o non decaduto: è in questo limbo strano, che matematicamente si chiama sovrapposizione degli Stati. Per capirci, è come la sovrapposizione di emozioni: una persona può provare emozioni diverse nello stesso tempo. Questa compresenza di stati fa sì che gli atomi possano esplorare più direzioni allo stesso tempo».

E la psicoanalisi? «dire che il soggetto su cui operiamo in psicoanalisi non può essere che il soggetto della scienza, può passare per un paradosso. (…) non c’è scienza dell’uomo perché l’uomo della scienza non esiste, ma solo il suo soggetto»8.

Sempre di risentire le parole di Angelo Bassi, la fisica classica si occupa del macro mondo, la fisica quantistica del micromondo. La psicoanalisi si occupa del soggetto della scienza, del soggetto preso uno per uno, non della scienza dell’uomo poiché ogni uomo è un uomo a modo suo. La scienza, secondo Popper, si occupa di ciò che è riproducibile, di ciò che va bene per i grandi numeri. Benjamin Labatout, citato nell’articolo di Repubblica afferma: «La scienza non offre verità ma un metodo, pieno di incertezze: una domanda scottante mai del tutto risolta. La vera scienza sospetta sempre che dietro ogni sua scoperta già c’è qualcosa di più profondo, oscuro, strano. La sua più grande virtù e l’infatuazione per il mistero, un desiderio di sapere perseguito con lo stesso fervore con cui santi desideravano il contatto con il Verbo. Mi interessa l’oscuro ventre della scienza, i difetti nella logica dell’universo, le scoperte rompono la nostra immagine della realtà o l’espandono fino all’inimmaginabile, perché anche la scienza, se vista da una certa prospettiva, è una forma particolare di follia: la follia di pensare che possiamo capire il mondo». Proprio ciò di cui parla Lacan quando parla del dramma dello scienziato. «Dramma che ha le sue vittime, il cui destino nulla dice che si scriva del mito di Edipo (…) non intendo siglare un albo d’oro di quei drammi che giungono talora alla follia»9. «Per un certo periodo Lacan ha parlato della cura psicoanalitica. Era il tempo in cui bisognava sdoganare la psicoanalisi facendola passare per una terapeutica, vale a dire un’azione che ha come scopo la guarigione. Poi sostituì il termine cura con l’espressione che prima aveva usato solo qualche volta: esperienza analitica. ‘Esperienza’ nel senso che in analisi avvengono cose molto singolari»10. Si potrebbe affermare che il discorso analitico possa essere rappresentato come un legame sociale. Il discorso dell’analista come tutti i discorsi «è l’universale dei legami, l’universale della modalità dei legami e dei loro luoghi, che sono gli stessi nei quattro discorsi distinti da Lacan»11 ma questo contratto, questo legame, non è di tipo orizzontale, non è basato sulla reciprocità. si tratta di una relazione asimmetrica, «poiché ce n’è uno che si obbliga a rivelare tutti i suoi pensieri e ce n’è un altro che farebbe meglio ad impedirselo»12. In una seduta di analisi si narra la propria vita, ma la si narra non pensando alla trasmissione del sapere, anche se spesso all’inizio il soggetto chiede all’analista «ma accade anche ad altri? Mica succede solo a me?» e l’analista lo spinge ad occuparsi del proprio che è unico e irripetibile. Lo si dice tramite una la lingua comune, ma lo si dice a uno solo, all’analista. «Il reale che qui è in gioco è di una specie del tutto differente dal reale della scienza»13.

«È un fatto dell’epoca in cui l’Altro non esiste. Non esistendo l’Altro, si recupera sul partner che difatti esiste, che in ogni caso si fa esistere in tutti i modi possibili»14. Di questi tempi si comprende bene che se non si comunica in maniera corretta alla gente si rischia di apparire, come dice Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica 2021, come sacerdoti di un rito esoterico ed esclusivo, per paradosso slegato dalle istanze e dalle necessità dei tanti. Egli afferma che la scienza è come un falò di luce accesa nel buio di un’isola sconosciuta, la cui funzione è sì di rischiarare le tenebre, ma senza poter pretendere di sconfiggere l’ignoto. Stefano Massini in un articolo afferma che «il discorso di Parisi fa emergere la necessità vitale di un dialogo comprensibile reciproco tra la scienza e l’umanità intera, onde evitare che dopo i trionfi dell’anti-politica assistiamo anche agli sfaceli dell’anti-scienza. La matrice è la stessa, gli esiti non meno devastanti»15.

Weinberg, un fisico citato nell’articolo sul New York Times Magazine, ha scritto un libro dal titolo Dreams of a Final Theory, ha affermato che la possibilità che la meccanica quantistica sia realmente la teoria finale, la Verità, «sarebbe per me orribile. Infatti, io posso concludere che se fosse vero sarebbe l’inferno».

Di certo non possiamo considerare che esista una verità Unica ed immutabile per la psicoanalisi, come ci insegnano Lacan, Miller e il dibattito sempre vivo nell’ambito psicoanalitico.

Oppure si può sognare come fa Bassi: «Qualcos’altro è necessario. Potrebbe essere l’esistenza di molti mondi o di gradi di libertà extra, o di dinamiche non unitarie. O forse di una teoria radicalmente nuova, che ci stupirà ancora di più»16.  Buon lavoro a Tutti!

[1] S. Freud, Al di là del principio di piacere, p.245 vol. 9 Opere Complete Boringhieri.

[2] Karl Popper, Scienza e filosofia, p.51, Einaudi, 1969.

[3] Ivi, pp.52-53.

[4] https://www.nytimes.com/2020/06/25/magazine/angelo-bassi-quantum-mechanic.html

[5] Ivi.

[6] A. Bassi, Wanna be a quantum, in “Nature physics”,  p.426, vol.11, August, 2015.

[7] Gianluca di Feo Longform Oltre i confini della Fisica, Intervista ad Angelo Bassi in La Repubblica, domenica 24 ottobre 2021 pp.23-24.

[8] J. Lacan, La scienza e la verità, Scritti, p.863, Einaudi, 2002.

[9] Ivi, p.874.

[10] J.-A. Miller e A. Di Ciaccia, L’Uno tutto solo, p.34, Astrolabio, 2018.

[11] J.-A. Miller, Divini dettagli,  p.207, Astrolabio, 2021.

[12] Ivi.

[13] J.-A. Miller, la teoria del partner, in “La Psicoanalisi”, n.34, p.25, 2003.

[14] Ivi, p.76.

[15] S. Massini Perché la scienza ha bisogno di parole, in “Robinson”, 27 novembre 2021.

[16] A. Bassi Wanna be a quantum, in “Nature Physics” p.426, vol.11, August 2015.

Dov’è finita la Psichiatria?

Laura Freni
Membro SLP e AMP – Catania – dicembre 2021

Il trattamento della follia è storicamente indice dell’orientamento della politica di un’epoca. Nata in un clima di liberazione la legge 180 ha prodotto una modifica radicale nell’approccio alla malattia mentale, la pratica clinica della psichiatria usciva dal contesto dell’assistenza segregativa nel manicomio e incontrava il disagio della persona, confrontandosi con i dilemmi e le angosce del vivere.  A quarant’anni dall’entrata in vigore essa si è rivelata tanto entusiastica nelle premesse e intenzioni quanto deludente nelle conseguenze e nell’applicazione. Per un verso ha tentato di restituire dignità alla persona, facendo riacquisire al paziente diritti di libero cittadino e la possibilità di accesso alle cure in contesti sanitari non necessariamente chiusi e reclusivi, introducendo la problematica del disagio psichico in una dimensione di cura e non di colpa, dell’accoglienza e non della vergogna, allo scopo di rendere la società sensibile alla “diversità” ed eliminare lo stigma. D’altra parte non si può eludere l’evidenza che la “tolleranza” della diversità non ha offerto diritto di cittadinanza alla singolarità soggettiva e che l’inadeguata presa in carico della sofferenza ha prodotto nuove forme di segregazione e solitudine, un certo «ritorno al punto di partenza»1 preconizzato da Lacan a proposito degli effetti a lungo termine dell’antipsichiatria. È dunque un soggetto non più recluso fisicamente quello di cui oggi si occupa la psichiatria ma, al contempo, operando attraverso il trattamento generalizzato dei sintomi, sempre più suddivisi in classi, essa promuove i dettami di una politica sanitaria che persegue l’obiettivo dell’“inclusione sociale”, secondo criteri che di fatto ignorano  il destinatario della cura. Secondo l’ultimo rapporto dell’OMS sulla salute mentale, il Mental Health ATLAS 20202 edito ogni tre anni, nel 2020 gli obiettivi mondiali sulla promozione della salute mentale sono ancora ben lontani dall’essere raggiunti. Le cause sono riposte nella sperequazione tra stati ricchi e poveri in termini di tutela dei diritti umani, accesso alle cure, incremento di soluzioni alternative alla ospedalizzazione, alleggerimento del carico familiare nella gestione del paziente grave ecc. Il diritto alla salute mentale sarebbe dunque garantito dalla disponibilità di risorse finanziarie dello stato, secondo una gestione prettamente socio-politica della malattia mentale. Una visione diametralmente opposta a quella della psicoanalisi che ripone il disagio della civiltà nella radicale divisione del soggetto dell’inconscio, dissolvendo di fatto la dicotomia tra salute mentale e malattia. Lacan in Psicoanalisi e medicina3, un testo esemplare del 1966, collega il concetto di diritto alla salute con il potere generalizzato della scienza, il medico, al servizio del discorso scientifico, funge da dispensatore di benessere, in un’ottica di produttività e soddisfazione generale. Il progressivo allineamento della medicina con il discorso della scienza, versione contemporanea del discorso del Padrone, tende così a ricoprire l’impotenza a farsi carico della declinazione soggettiva del malessere, di cui ci si ostina a ignorare la causa, con pratiche omologanti finalizzate alla “normalizzazione”.

Oggi si parla di psichiatria in termini burocratici come di una pratica che si occupa prevalentemente del collocamento dei pazienti, soprattutto i cosiddetti “cronici”, dal momento che la chiusura dei manicomi sembra aver prodotto uno spezzettamento in tanti “mini-comi”, istituzioni che, a vario livello di contenimento e assistenza, accolgono pazienti ancora esclusi da qualsiasi contesto familiare, sociale, lavorativo e, soprattutto, da percorsi di cura centrati sul soggetto. Trovare una collocazione fisica del paziente ha una valenza simbolica non indifferente che la dice lunga su quanto la psichiatria sia oggi, forse ancor più che nel passato, una cartina al tornasole della politica dell’epoca attuale. La presenza di luoghi di cura alternativi o succedanei all’ospedale è basata sull’applicazione di protocolli di trattamento standard, mediante l’utilizzo di tecniche psicoriabilitative e psicoeducazionali su base cognitivo-comportamentale, per tempi stabiliti a priori e indirizzati alla “tipologia” di soggetto accolto classificato secondo età, diagnosi ecc. Ci troviamo dunque in una segregazione contemporanea, indotta non da luoghi di contenzione fisica ma dalla categoria attribuita a ciascun soggetto. D’altra parte la psichiatria, con l’istituzione del DSM ha definitivamente rinunciato alla sua componente fondamentale costituita dalla psicopatologia, grazie alla quale classicamente orientava la metodologia clinica su segni e sintomi, in una visione transdiagnostica e descrittiva, piuttosto che dimensionale e classificatoria.

Il panorama attuale propone una clinica fondata su prove di efficacia statisticamente verificate, la cosiddetta Evidence-based Psichiatry, in cui i protocolli terapeutici sono stabiliti a partire dalla diagnosi formulata sulla soddisfazione dei criteri del DSM. I soggetti refrattari alle soluzioni prêt- à porter patiscono dunque una nuova emarginazione, con inevitabili ricadute sulla persona e sulle famiglie, e spesso incontrano lo psichiatra prevalentemente nell’acuzie o a seguito di vicende giudiziarie. In un’ottica di prevenzione e controllo delle patologie psichiatriche ai fini dell’ottimizzazione dei costi sociali e riduzione degli interventi, la funzione attuale dello psichiatra è appiattita sul ruolo di “esperto”, tecnico più che clinico, in grado di rispondere alla richiesta dell’Altro di prevenire i passaggi all’atto e contenere la pericolosità sociale. Si abdica in tal modo alla funzione fondamentale del medico che è quella di rispondere alla domanda del sofferente adottando semplicemente il punto di vista dell’ascolto. Come Lacan sottolinea, la «possibilità di sopravvivenza della posizione puramente medica»4 dipende dal saper ascoltare la domanda al di là della richiesta, cogliendo il desiderio sotteso ad essa, senza pretese di guarigione o rigetto del fallimento. Affrontare il delirio, il passaggio all’atto auto o eterodiretto, l’incidenza sul corpo del godimento nei sintomi contemporanei implica una responsabilità soggettiva nel farsi carico del reale traumatico della sofferenza. Chiunque si installi in una posizione di curante non può eticamente omologarsi alle richieste sintomatiche dell’Altro, poiché «la funzione del medico, come quella del prete, non si limita al tempo che vi si dedica»5.

[1] J. Lacan, Io parlo ai muri, in Il mio insegnamento e Io parlo ai muri (ed. italiana a cura di Antonio di Ciaccia), Astrolabio, Roma, 2014, pag.100.

[2] J. Lacan: “Io parlo ai muri”, cit., p.100.

[3] J. Lacan, Psicoanalisi e medicina, in “La Psicoanalisi”, n.32, Astrolabio, Roma, 2002, pp.9-20.

[4] Ibid., p.13.

[5] Ivi, p.20.

Sessualità e pornografia in età adolescente

Pasquale Mormile
Membro SLP e AMP – Napoli – dicembre 2021

In “Il Fatto Quotidiano” del 27/11/2021, è presente un articolo di Chiara Rapaccini dal titolo: Piccoli amori sfigati – Il rapporto dei ragazzi con il sesso, con sottotitolo: Ci ha stufato, la soluzione è abolirlo.

È un articolo che trovo possa permettere la ripresa di alcune considerazioni alla luce di riferimenti dell’insegnamento di Lacan riguardo alla questione della iniziazione sessuale dell’adolescente nella contemporaneità.

Chiara Rapaccini è una scrittrice che dirige la Cattedra di Illustrazioni per bambini presso l’Istituto Europeo di design di Roma e, in questo articolo, ricostruisce come, dopo un brain storming con i suoi alunni sui temi dell’attualità, questi ultimi abbiano proposto di lavorare su temi inerenti al loro rapporto con il sesso a 18 anni.

Fra un misto di ironia e di paura vengono affrontate alcune questioni come la diffusione delle malattie veneree tra i giovani e il sesso, principale ostacolo alla costituzione ed al consolidamento di una coppia per l’inadeguatezza e la goffaggine rispetto alla prestazione erotica che, nel caso dei maschi, viene ulteriormente complicata dal timore del fallimento nell’incontro sessuale, con il conseguente rischio dello scivolamento verso la categoria degli sfigati.

La ricerca delle cause evidenzia la questione della iper sessualizzazione della società contemporanea sotto le forme del porno, divenuto una delle industrie più performanti del web.

A nove anni, sottolinea la Rapaccini, si può andare facilmente su YouPorn, essendo sufficiente mentire sul proprio essere maggiorenni e, quand’anche i genitori bloccassero con “parental control”, il sabato pomeriggio è sempre possibile andare dal primo amico che capita e, a merenda, guardarsi i video in santa pace. Ma è un “in santa pace” solo apparente, perché queste prime esperienze erotiche visive di rapporti sessuali, risultano comunque violente, cioè, portatrici di un traumatismo non soggettivabile tanto da far ipotizzare ai ragazzi l’abolizione del sesso, affinché possa sussistere un amore duraturo anche se non si è delle porno star.

In un articolo del 2010, Éric Laurent1, sottolinea come Lacan sia dell’avviso che, l’esposizione in tutte le posture del corpo dei nudi femminili, non abbia nulla a che fare con l’esperienza della sessualità.

In effetti Lacan, in una intervista alla giornalista Emilia Granzotto, alla domanda se la gente si sentisse meno angosciata dai problemi della vita sessuale alla luce del sesso distribuito in tutti gli angoli, risponde: «La sessuomania dilagante è solo un fenomeno pubblicitario che, trattato alla stregua di un qualunque detersivo dei caroselli pubblicitari, non costituisce affatto una promessa di un qualche beneficio. Non dico che sia male. Certo non serve a curare le angosce ed i problemi singoli. Fa parte della moda, di questa finta liberalizzazione che ci viene fornita come un bene concesso dall’alto, dalla così detta società permissiva. Ma non serve al livello di psicoanalisi»2.

Lo stesso Lacan, in Prefazione al Risveglio di primavera di Wedekind,3 valorizza la tensione dialettica presente nell’adolescenza caratterizzata dalla necessità di far esistere un “Altro dell’Altro” per poter soggettivare l’inesistenza del rapporto sessuale. In effetti Lacan ipotizza dei tempi logici distinti dalla linearità graduale dello sviluppo4, tempi che comportano la presenza fondamentale dell’inconscio del soggetto precisando, a proposito dei ragazzi, che questi non si occuperebbero della faccenda che è per loro far l’amore con le ragazze, senza il risveglio dei loro sogni. Questo primo tempo implica far entrare in gioco una delle formazioni dell’inconscio come nocciolo del processo di iniziazione: l’Aufhebung del rapporto sessuale che può così esistere nell’inconscio, per il soggetto, come enigma in un quadro fantasmatico o fantasmatizzabile.

C’è ancora un altro tempo logico che chiarisce il principio stesso dell’iniziazione che consiste nel fatto che il velo sollevato (sul mistero della sessualità) non mostra niente, poiché la sessualità fa buco nel reale5.

Dalle testimonianze degli adolescenti si evince che la banalizzazione della libertà sessuale nel porno che sfocia nel terrore di non essere all’altezza nei giochi erotici, nell’indifferenza e nell’asessualità, fino a comportare l’auspicio dell’abolizione del sesso come tentativo di far posto all’amore amicale, denuncia verosimilmente una difficoltà dell’adolescente attuale nel collocarsi in questi tempi logici dell’iniziazione sessuale. Si evidenzia così, ancora una volta, che la chiusura dell’inconscio favorisce l’impasse in un processo di sintomatizzazione della pubertà rendendo non soggettivabile il trauma della scoperta dell’inesistenza del rapporto sessuale6.

Per concludere riporto una vignetta tratta dalla mia esperienza clinica7: S., dodicenne, diagnosticato come affetto da Disturbo della condotta in ambito scolastico, è in disaccordo con la richiesta dei genitori, soprattutto della madre, di svolgere colloqui con uno psichiatra, anche perché teme che possano essergli prescritti psicofarmaci.

Dopo una serie di incontri, svolti in presenza dei genitori, accetta di venire da solo, rinfrancato dalla rassicurazione che non solo non ero solito prescrivere farmaci, ma che addirittura ne ero critico.

Attraverso la sfilata dei significanti associati alle sue due principali passioni – calcio, basket e gli interventi sui motori delle moto- ereditati dal padre e dallo zio materno, giunge a segnalare che il rendimento scolastico, sempre più scadente, è una scelta forzata in quanto l’alternativa implicherebbe la perdita dell’alleanza, della protezione, di due suoi amici di riferimento, ripetenti e forti anche nella bagarre con i ragazzi delle superiori.

L’altro capo di imputazione degli insegnanti, quello di avere sempre la testa tra le nuvole, viene prontamente ricondotto ai continui interrogativi sui misteri del sesso femminile, a partire dall’impasse scaturita dalla sua nuova posizione di desiderante nei confronti della procace compagna di classe e di banco.

A tal proposito riferisce di aver chiesto aiuto ai suoi amici più grandi dei quali supponeva un saperci fare delle cose del sesso e con le ragazze. Dopo una iniziale fiducia nei loro confronti e nei suggerimenti di «mostrarsi sicuro e naturale», dichiara la più completa delusione nei confronti di queste tecniche affermando che ciò che lo inquieta veramente è l’invasività di un nudo femminile, sia in rete che sulle riviste pornografiche, al quale gli amici lo rinviano continuamente: «senza nemmeno uno sforzo di immaginazione, di fantasia!», è l’esclamazione di S., tra rabbia, delusione e appello all’enigma.

[1] É. Laurent, L’ordre simbolique au XXIeme siècle. Consequences pour l CURE, in “La cause freudienne”, n.72, 2010, p.151.

[2] E. Granzotto, Freud per sempre. Intervista con Jacques Lacan, in “La Psicoanalisi”, n.41, Roma, Astrolabio, 2007, p.21.

[3] J. Lacan, Prefazione al Risveglio di Primavera di Wedekind, in “La Psicoanalisi”, n.7, Roma, Astrolabio,1990.

[4] D. Cosenza, L’initiation à l’adolescence: entre mythe et structure, in “Mental”, n.23, 2009.

[5] J. Lacan, cit., p.12.

[6] J.-A. Miller (a cura di), Effetti terapeutici rapidi in psicoanalisi, Roma, Borla, 2007.

[7] P. Mormile, Il difetto. Ovvero dell’adolescenza e della pubertà in psicoanalisi, Macerata, Quodlibet, 2020.

RUBRICA La psicoanalisi tra le righe

a cura di Fabio Galimberti, Pasquale indulgenza e Sergio Sabbatini

Il sintomo schwa

Pasquale Indulgenza – membro SLP e AMP – Bologna – dicembre 2021

 

Vera Gheno, sociolinguista, è autrice di libri interessanti che fanno discutere e riflettere. La sua recente maggiore notorietà è però dovuta ad una proposta contenuta nel suo lavoro Femminili singolari: usare lo schwa (ə), segno  dell’alfabetico fonetico internazionale, per designare la pluralità dei generi, vale a dire non solo il maschile e il femminile ma anche tutti i generi non binari.

Questa proposta nasce dall’attenzione della Gheno «alle questioni liminali della lingua» di cui si è occupata, tra l’altro, gestendo l’account Twitter ed i social network dell’Accademia della Crusca.

La tesi di Gheno è semplice è brillante: «Internet e la globalizzazione ci hanno messo in contatto continuo con la diversità, facendola diventare un’esperienza quotidiana. Sul piano linguistico questo ha significato dare la parola a tutti e rendere visibile una lingua che prima era nascosta. Su internet succede che arriva qualcuno e dà un nome a qualcosa, c’è la possibilità di denominare la differenza in maniera paritaria». Rispetto alla pluralità dei generi, osserva Vera Gheno, lo schwa «non è la soluzione , ma è certamente un sintomo».

L’Accademia della Crusca ha valutato che lo schwa è una forzatura, invitando ad un «uso consapevole del maschile plurale» per tutti i generi.

Ma, obietta Gheno, «questa è la risposta di chi non ha mai avuto problemi di autorappresentazione linguistica». Concludendo l’intervista dichiara: «Per me invece la possibilità di essere cis rispetto a trans è stata una bellissima esperienza».

Ecco qualcuno da invitare nei nostri dibattiti sull’epoca trans.

Le parole raccontano chi siamo. Intervista a Vera Gheno di Giulia Zoli, l’Essenziale, 6 novembre 2021.

Giuliana Kantzà

Membro SLP e AMP – Milano – 2021

«e se il mondo sapesse il cor ch’elli ebbe

mendicando sua vita a frusto a frusto,

assai lo loda, e più lo loderebbe»1.

Quante volte abbiamo riso di

queste parole, che tu mi dicevi

che ti descrivevano, che

descrivevano la tua vita, e che

volevi scritte sulla tua tomba.

E ora, e ora…sai, queste parole

mi sembrano così vere,

mi sembra che disegnino con precisione

la trama della tua vita e il tuo essere coraggiosamente, radicalmente, pauvre femme,

e la forza con cui hai difeso questo tuo statuto,

contro tutto e contro tutti; che è uno statuto di donna desiderante.

Non è un’eredità facile,

soprattutto perché,mi viene un po’ da ridere, ma è così,

è un’eredità che lascia il vuoto; c’è qualcosa di meglio? No, non credo.

Grazie

Ilde Elettra Dafne

Sfioriamo2 il coté del Reale perché, cercando la traccia del padre, siamo sulle tracce del reale costitutivo del padre. Luogo, oggetto in cui si manifesta, fainetai, malamente traduciamo appare, si manifesta. Quanto Lacan dice intorno all’omphalos del sogno, a quel tratto di irriducibile che comporta, che possiamo “trasferire” all’irriducibile del padre-generatore: per dirla con una lingua strutturalmente sconnessa dal reale: “missione impossibile”.

Eppure, il padre, questa missione impossibile la incarna, nella generazione soggettiva e in quella politica. Su questo fondamento la “psicoanalisi-sintomo” è convocata quando vacillano le basi fondanti che manifestano, implacabili, non solo l’instabilità del costruito, ma, soprattutto, l’impossibilità del costruire. Smarrimento-sintomo che la psicoanalisi fa suo: de sua re agitur.

Missione impossibile che non è solo di ieri, ma di oggi; la tentazione, o il tentativo, è di assumerla come “sic rebus stantibus”, prendiamone atto e avanti: sul “come” iniziano i balbettamenti, gli aggiustamenti, o, talora, la via di fuga nel definire nell’”ordine del reale” quanto è troppo problematico da assumere.

Che cosa dicono? Il “reale” di questa funzione impossibile di cui Abramo è depositario evidenzia la loro posizione di “facenti funzione”.

Parte materna la rivendicazione che questa figlia o figlio è mia- mio e tu non entri, sei un figurante sostituibile, inessenziale. Rievocazione divenuta atto dello slogan del ‘68, «la pancia è mia e me la gestisco io». «Non sei il padre, e sei tranquillamente sostituibile: la mia funzione di madre è mia e solo mia, sei fuori», che apre a un’immersione totale nel più di godimento della madre. Oggi i depositi di spermatozoi, ibernati e pronti all’uso, sono lì a dirci quanto questa funzione del padre sia sostituibile come dicono i ginecologi di questi depositi enormi e inquietanti: lì, in un’attesa senza fine.

La tecnica traduce, in modo efficace, grossolano e impietoso l’”umanità superflua” che oggi siamo, compiendo il decadimento che va da cittadini a consumatori. Lacan lo aveva intuito prima che avvenisse e cita quel tempo in cui avverrà, e quel tempo è già avvenuto.

Tuttavia la mancanza del padre ci perseguita e ci assilla, a livello soggettivo e sociale.

A ben vedere, dal vecchio Jacob, prudente e timoroso, incapace di fermare la violenza e il sopruso, la scena non è molto cambiata. La differenza abissale è che, ai tempi di Freud, si pativa come disillusione soggettiva, rimaneva nel non detto, mentre oggi è proclamata, diffusa, divenuta dicibile. La psicoanalisi, ancora una volta, per l’etica che la fonda, deve lavorare con il sintomo, che resta, come sempre, la sua centralità. Nell’atto analitico si tratta, nella irripetibile soggettività, di arrivare a quanto di verità risulta per il soggetto “a quella voce dal sen sfuggita”, emersione dell’inconscio. Questo “dicibile” cerca nella psicoanalisi non la risposta a questa domanda, ma la via verso il reale che lo attraversa. Forse è proprio questo il tempo “giusto” per la domanda, per scavare il padre, liberato dagli orpelli – intesi come fondamento sia nell’immaginario, sia nel simbolico – per arrivare al “reale” scarnificato che lo fonda. Un reale nella trasmissione: un reale che cerchiamo di eludere.

[1] Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, Canto VI, vv. 140-142.

[2] Testo tratto da G. Kantzà, Evaporazione del Padre, Sesto San Giovanni (MI), Mimesis, 2021.