“L’avvento del reale non dipende assolutamente dall’analista. Egli ha la missione di contrastarlo. Nonostante tutto, il reale potrebbe anche prendere la briglia”.

Jacques Lacan, La terza [1974], in “La psicoanalisi”, n. 12, Roma, Astrolabio, 1993, p. 21

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°41 – 14 marzo 2022

Editoriale

«La guerra a cui non volevamo credere è scoppiata e ci ha portato… la delusione».

Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte[1]

«Il potere capitalista, questo particolare potere di cui vi prego di misurare la novità, ha bisogno di una guerra ogni vent’anni […]. Questa volta non può farla, ma comunque alla fine ci riuscirà».

Lacan, Il Seminario. Libro XVI[2]

Laura Storti – responsabile Rete Lacan

All’alba del 24 febbraio il presidente russo, Vladimir Putin, ha dato l’ordine alle sue truppe armate di invadere il territorio dell’Ucraina. Un atto di enorme gravità che fa emergere, se ancora ce ne fosse la necessità, il vero volto della politica: il discorso del padrone, così come Jacques Lacan lo indica.

Dopo la Seconda guerra mondiale, con la sua carica di distruzione, ci potevamo illudere che non ci sarebbero state altre guerre ma così non è stato: una serie infinita di conflitti locali, non meno cruenti e distruttivi, hanno prodotto morte ed esodi di milioni di persone che, fuggendo dalle zone di guerra, sperano di trovare rifugio in altri Paesi.

Sono trascorsi appena due anni da quando un avvenimento altrettanto distruttivo, la pandemia Covid-19, ha investito l’Italia, poi gli altri paesi europei, infine il mondo intero.

Stiamo ancora contando i morti per il Covid e già le cifre delle vittime di questa  guerra ci angosciano.

La psicoanalisi e la guerra, quale rapporto?

La clinica psicoanalitica s’intreccia alla guerra nel momento in cui Freud trova nelle “nevrosi da guerra” alcuni elementi clinici. Quando i soldati tornati dal fronte non trovano nelle pratiche tradizionali della psichiatria le risposte ai loro sintomi, la clinica psicoanalitica prende posto.

Si aprono Centri clinici diretti da alcuni tra i più eminenti allievi di Freud, dove si sperimenta e sviluppa la pratica psicoanalitica.

Sigmund Freud nel testo citato in esergo definisce la guerra come il segno del fallimento di regolare in modo duraturo le “esigenze pulsionali”. Solo successivamente [1919] potrà affermare che “la guerra è la civiltà”. Ovvero, la repressione e la regolamentazione delle pulsioni attraverso la promozione dello sviluppo fa sì che si produca nell’essere umano un senso di frustrazione e di insoddisfazione che può generare rabbia e aggressività. Aggressività che è alla base della guerra, l’alimenta.

Ma potremmo affermare che la psicoanalisi, con i suoi costrutti, possa costruire una teoria sulla guerra?

Nel testo del 1954, Introduzione al commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud, Lacan dice: «Non sappiamo forse che ai confini dove la parola si dimette, inizia il dominio della violenza, e che questa vi regna già, anche senza che ve la provochi?»[3]. In questa frase, Lacan indica che parola, linguaggio e violenza sono interconnessi. Detto in altri termini, il linguaggio è fondamentale nel costituire barriera alla violenza ma, al tempo stesso, c’è in questo dominio della violenza qualcosa che è dell’ordine del fuori simbolico: è già presente in esso, è, potremmo dire, strutturale. Il simbolico limita la violenza, la argina; così come il diritto e le leggi, come indicava Freud nel suo carteggio con Einstein, la arginano, dando origine, però, alla violenza-forza della comunità, un altro aspetto del disagio delle civiltà. Nel caso del soggetto invece, la violenza, che viene limitata dal linguaggio, in realtà è interna al soggetto stesso in quanto ha a che fare, anzi è, una manifestazione della pulsione, del godimento.

Ciò che possiamo affermare è che la psicoanalisi sostiene la parola.

Il 26 febbraio scorso, su iniziativa dei nostri colleghi ucraini, all’interno della NLS, si è tenuto un incontro online che ha visto la partecipazione di quasi 600 membri di varie scuole appartenenti alla Scuola Una; tra questi, colleghi russi, francesi, belgi, spagnoli, italiani, argentini e di altre nazionalità. Molti hanno preso parola per manifestare la loro solidarietà nei confronti dei colleghi direttamente coinvolti nella guerra. Alcuni interventi della serata hanno ripreso l’interrogativo che era al cuore del carteggio tra Einstein e Freud: Perché la guerra? Da più parti si è ribadito che la psicoanalisi e gli psicoanalisti non possono che essere a favore della pace e contro tutte le guerre. Ovvero, sono contro il reale senza limiti: «l’avvento del reale non dipende assolutamente dall’analista. Egli ha la missione di contrastarlo. Nonostante tutto, il reale potrebbe anche prender la briglia»[4], un reale che non rispetta nessun patto, nessun contratto, nessuna parola data.

Per la copertina di questo numero di Rete Lacan, abbiamo scelto una fotografia del 1940: Salvador Dalì mentre dipinge Il volto della guerra. Ci sembra che, attraverso il lavoro dell’artista, sia forse possibile dar forma all’irrappresentabile cui la guerra ci confronta.

[1] S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte [1915], in Opere, vol.8, 1989, Torino, Boringheiri, p.126.
[2] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVI, Da un Altro all’altro [1968-1969], Torino, Einaudi, 2019, p.238.
[3] J. Lacan, Introduzione al commento di Jean Hippolite sulla Verneinung di Freud, [1954], in Scritti, vol.1, 1974, Torino, Einaudi, p.367.
[4] J. Lacan, La terza, in “La Psicoanalisi”, n°12, Roma, Astrolabio, 1993, p.21

Un legame più degno

Paola Bolgiani – membro SLP e AMP – Torino – febbraio 2022
La fatica della democrazia

Ormai vent’anni fa, nel 2002, Jacques-Alain Miller intervenne al Convegno che segnò la nascita della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi intitolato La primavera della psicoanalisi dedicando una parte del suo intervento[1] a commentare l’enunciato di Lacan: «L’inconscio è la politica». Partendo da una frase tratta dal testo di Marcel Gauchet, La democrazia contro se stessa, che recita: «La politica è il luogo di una frattura della verità», Miller indica che occorre pensare alla politica nell’ambito delle democrazie post totalitarie come «il campo in cui il soggetto fa nel dolore l’esperienza che la verità non è Una o che La verità non esiste o che la verità è divisa»[2]. In tal senso, afferma che si può definire la politica dell’epoca democratica come «consenso alla divisione della verità» e, aggiunge che la democrazia oggi «è l’esperienza di una verità che non si offre se non nella lacerazione».

Nel 2017, quindici anni dopo, sempre Jacques-Alain Miller provoca gli psicoanalisti di orientamento lacaniano a interrogarsi intorno al modo con cui la psicoanalisi può implicarsi nel campo della politica. Dopo alcuni anni mi pare di poter dire che questo atto di Miller ha provocato e prodotto lo svolgersi, in diversi luoghi in cui gli psicoanalisti lacaniani sono presenti, di momenti di dibattito e conversazione su temi cruciali per le nostre democrazie oggi, momenti in cui incontrare altri che provengono da diversi campi del sapere non per portare una verità ultima o che sarebbe migliore delle altre, ma per fare esperienza, in atto, di questa fatica della democrazia, cioè del fatto che la verità non è mai una, non è mai tutta. Non per caso, il primo di questi Forum si svolse nel novembre 2017 (a Torino) sotto il titolo Desideri decisi di democrazia in Europa. In quell’occasione sono stati piuttosto i movimenti populisti la cui forza cresceva in Europa a essere messi in contrapposizione con la democrazia. Nel populismo, si sottolineava, è l’Uno dell’identità a farla da padrone. Éric Laurent puntualizzava in quell’occasione: «La Democrazia è il lutto dell’Uno. Il populismo è l’entusiasmo dell’egemonia, la restaurazione dell’Uno»[3]. E aggiungeva: «è questo che il populismo ricerca, la virtù innata dell’identità che abolirebbe l’irrimediabile discordia e farebbe dell’Uno egemonico la nuova legge del cuore del popolo»[4].

Accogliere che la verità non è mai tutta, d’altra parte, comporta accogliere che il soggetto è diviso, che non c’è un’essenza univoca del soggetto umano.

L’incontro di questa sera, mi pare, si situa nel solco di questa «fatica della democrazia», piccolo tassello di quella conversazione permanente a cui J.-A. Miller invitava gli psicoanalisti.

Occorre desiderare questa fatica, appassionarsi ad essa per farla esistere, in quanto non è mai assicurata, sia nella politica in senso ampio che nella politica del quotidiano. Come ricorda Miller nel testo citato all’inizio, a rovescio della democrazia il totalitarismo (e il populismo), mirando a riassorbire la divisione della verità e la divisione del soggetto per instaurare il regno dell’Uno, portano con sé una dimensione paradossale di armonia e concordia, fornendo l’illusione di poter situare con “certezza” se stessi e la giustezza delle azioni che si compiono, sollevando gli individui dalla propria responsabilità soggettiva.

Un percorso analitico, quando è tale, porta a un desiderio di democrazia più forte della tentazione di affidarsi all’Uno della verità e dell’identità supposte complete.

L’Uno contemporaneo

Premetto che proverò, in maniera sicuramente grossolana e che meriterebbe maggiori sfumature, a procedere nel ragionamento individuando dei campi forse un po’ astratti, ma che possono indicare delle logiche, al fine di avanzare le ipotesi di cui vorrei discutere con voi.

Partirei dallo spostamento nei testi citati dal termine “totalitarismo” al termine “populismo”, considerandoli come dei termini che indicano due diversi elementi che vengono in primo piano: il primo, come sottolineato, fa riferimento alla verità come Una, l’altro, all’identità che si vorrebbe univoca.

La verità porta con sé la dimensione dell’ideale – che nel totalitarismo degenera in ideologia –, mentre quando parliamo di identità ci riferiamo sì al campo simbolico (l’appartenenza a una nazione, per esempio, o a un credo religioso), ma troviamo più direttamente implicato il campo dei godimenti. In fondo, potremmo dire che il populismo fa un uso – cinico – dei riferimenti simbolici, puntando piuttosto a un’uniformità del godimento. Lacan ha indicato come ciò che è in gioco nel razzismo, che il populismo alimenta e di cui si alimenta, è direttamente legato al rigetto del godimento dell’altro piuttosto che alle differenze relative alla sua collocazione simbolica, e che, anzi, il razzismo tende a ridurre l’altro al suo modo di godere, al suo essere un corpo che gode. Certamente, come la storia ci insegna, questa non è una dimensione assente nel totalitarismo, al contrario, ma in quel caso impregnata di contenuti ideali/ideologici che ne supporterebbero la fondatezza di verità.

Nel populismo c’è in primo piano il rigetto del modo di godere dell’altro – col considerarlo, ci dice Lacan, un sottosviluppato – e la pretesa di imporre e legittimare un godimento uguale per tutti. Mi pare che sia per questo che il populismo è più proprio alla nostra epoca dominata dal discorso capitalista, che offre agli individui oggetti di consumo sempre nuovi attraverso i quali fornire l’illusione che esista il godimento “che ci vuole”. Con il paradosso di promuovere e legittimare godimenti parcellizzati, cioè di spingere ognuno a godere del e col suo oggetto di consumo, ma al contempo di imporre, attraverso gli oggetti appunto, uno stesso modo di godere. Si tratta di alimentare l’illusione di poter saturare il desiderio, di poter colmare la mancanza, ovvero la divisione costitutiva dell’essere parlante, quella divisione che, accentuata dal lato della verità o dal lato dell’identità, la democrazia mette inesorabilmente in rilievo.

Propongo che la cancellazione della democrazia possa prodursi con due modalità, che producono effetti diversi sui legami sociali: una modalità più “classica”, quella del totalitarismo, e una più contemporanea, quella del populismo: nel primo caso l’affermazione di un Uno della verità a cui sottomettersi, nel secondo lo svuotamento di ogni dimensione del senso, della verità e dell’ideale in favore della promozione dei godimenti.

Quali legami?

Se il primo di questi movimenti produce e ha prodotto nella storia l’emergere di posizioni di resistenza e di opposizione, e quindi di legami fondati sull’affermazione di una diversa verità che decompleta di per se stessa quella che si vorrebbe unica e assoluta, il secondo di questi movimenti che ritroviamo nella nostra contemporaneità produce piuttosto cinismo e individualismo. Assistiamo a un paradosso: più il discorso capitalista promuove un Uno del godimento, più la dimensione della verità, svuotata da ogni senso, si mostra nella sua incertezza e incompletezza; bombardati di informazioni contrapposte, non sappiamo più reperire un filo di senso a cui aggrapparci per situarci nel legame sociale. In questo spaesamento hanno buon gioco i complottismi, che tramutano l’incertezza in certezza: ecco che tutto il grande disordine del mondo prende improvvisamente un senso univoco, tutto diventa immediatamente chiaro e lineare. Ne derivano le polarizzazioni che ben conosciamo ai nostri giorni: vero e falso si strutturano come campi antitetici, granitici, senza faglia, evidenti e immediati. Ciascuno è spinto ad (auto)affermare la sua verità, così come è spinto ad (auto)affermare la sua identità senza l’Altro, senza mediazione con l’esperienza collettiva, nell’isolamento. Possiamo allora definire la nostra epoca quella degli Uno senza l’Altro: sono chi voglio, faccio ciò che voglio, affermo ciò che voglio, magari per smentirlo subito dopo, godo come voglio. Con gli effetti devastanti che, come psicoanalisti, incontriamo: perdita di ogni desiderio vitale, dipendenze o, come si dice oggi addictions, che significa etimologicamente “schiavitù”, isolamenti autistici, passaggi all’atto e violenze. E anche con gli effetti che, sempre come psicoanalisti, più difficilmente incontriamo, ma che incontriamo invece come cittadini: la canaglieria, per esempio, cioè l’uso per il proprio tornaconto di godimento del fatto di sapere che tutto è sembiante e che l’ideale è una costruzione illusoria, ponendosi per un altro (o per la collettività) nel posto dal quale sarebbe possibile saturare la mancanza costitutiva del parlante, farsi garante della verità ultima, assicurare il godimento “che ci vorrebbe”.

Ritorno sulla psicoanalisi

Una psicoanalisi non promuove il senso o l’ideale e non è un percorso che mira a ripristinare la credenza nell’Altro. Ma occorre passare attraverso queste dimensioni – la parola indirizzata a un altro, l’analista innanzitutto, la credenza in un senso da scoprire e in una verità che non è già tutta lì – per ritrovarsi, al termine dell’esperienza, di fronte al fatto che la verità è sempre parziale, che il senso è mendace, perché non c’è un senso ultimo da trovare, che l’Altro è barrato, ovvero che il simbolico non ricopre tutto il reale, e che al cuore di ogni essere parlante c’è un godimento che separa, che non fa legame sociale, che non è collettivizzabile e che costituisce la solitudine radicale di ciascuno. Occorre passare attraverso questa esperienza e, di questo punto di arrivo, farsene qualcosa che punti a un legame sociale che definirei, parafrasando una frase di Lacan sull’amore, “più degno”. Senza trascurare l’ammonimento che Lacan stesso ci ha lasciato: «Ma tutti sanno che non incoraggio nessuno a farlo, nessuno il cui desiderio non sia deciso»[5].

[1] Pubblicato nella rivista “La Psicoanalisi”, n°33, Roma. Astrolabio, 2003.
[2] Ivi, p.137.
[3] R.E. Manzetti, (a cura di), Desideri decisi di democrazia in Europa, Torino, Rosenberg & Sellier, 2018, p.19.
[4] Ivi, p.22.
[5] J. Lacan, Televisione, in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.536.

L’esperienza delle occupazioni studentesche

Aurora Mastroleo – partecipante SLP – Milano –
26 Febbraio 2022

I bambini vanno a scuola perché ce li mandiamo. E poi? Poi accade che loro inizino a nuotare nello stagno scolastico, a fare esperienze dell’istituzione, fino a volersi appropriare in adolescenza della loro scuola… e taluni la okkupano. Proprio in questi giorni, dopo lo stravolgimento della vita scolastica degli anni pandemici, nelle scuole superiori milanesi le occupazioni stanno tornando a far capolino. In questa settimana si è conclusa la decima occupazione a Milano[1] e se ne annunciano di nuove. Nonostante l’indebolimento dei legami causato da anni di distanziamento sociale (che limita tutt’ora l’incontro nelle Assemblee d’Istituto) e lo tsunami a cui l’istituzione scolastica è stata sottoposta dai numerosi decreti in emergenza, il rito delle occupazioni non è caduto nel dimenticatoio. Anzi, resiste e oggi affascina più di prima! Quegli stessi studenti che pochi mesi fa sembravano addormentati nel loro placido isolamento ora, a fine pandemia, si esortano l’un l’altro, da classe a classe, da Scuola a Scuola, a prendere una posizione e a partecipare al dibattito collettivo. Il rapido contagio delle occupazioni a Milano si presenta come una formazione reattiva collettiva che lascia riaffiorare nelle coscienze tutto l’ingombro della presenza. Qualche agguerrito e molti semplicemente divertiti vorrebbero infatti imporre una presenza massiccia per appropriarsi delle mura delle scuole…una presa della Bastiglia! Le ragioni per cui lo fanno paiono fluide proprio come quel tratto distintivo che caratterizza le nuove generazioni; infatti motivazioni ideologiche quali il dissenso contro l’alternanza Scuola-lavoro, o la revisione dell’Esame di Maturità, sfumano in denunce più banali, a tratti pretestuose, come l’incuria degli edifici scolastici e i guasti che scherzosamente elencano. Tra le attività programmate, oltre all’immancabile torneo di pallavolo e i vari laboratori musicali, appaiono incontri su temi di loro interesse, tra questi… la psicoanalisi!

L’occupazione studentesca mette in gioco un complesso intreccio di responsabilità istituzionali che va ad accrescere il folto numero di suoi detrattori e a gonfiare la sicumera di alcuni preoccupati genitori. “Cosa potranno mai ottenere con queste occupazioni?!?” Certamente nulla – rispondo io – se le pensiamo come a dei pallidi tentativi di rivoluzione sociale; ma forse potrebbero sfociare in qualcosa se invece ci disponiamo a leggerle in chiave individuale, come delle piccole ribellioni, movimenti soggettivi da leggere uno per uno all’interno di un legame improvvisamente rivitalizzato. Infatti l’occupazione può rappresentare un’esperienza feconda per l’invenzione di soluzioni soggettive, certamente diverse da quanto già prodotto nella stagnazione della vita scolastica di questi ultimi anni.

Mi viene in mente la particolare vicenda umana di Gustave Flaubert, bambino problematico che manifestava un ritardo nel linguaggio, refrattario alla vita scolastica, schiacciato da un romanzo famigliare che lo destinava ad essere (secondo la celebre espressione di Sarte) l’idiota di famiglia e che – a dispetto di ciò – è invece diventato il grande Autore di Madame Bauvary, capitolo immancabile dei manuali di storia della letteratura europea.  Molti studiosi affascinati sia dalla sua opera letteraria che dal segreto racchiuso in tale straordinario percorso umano hanno indagato le scansioni della sua vita. Nel leggerle sono rimasta colpita da una nota biografica apparentemente insulsa: amava far ridere la sorellina. Nato all’ombra del lutto materno, causato dalla precoce perdita di tre figli, il piccolo Gustave, descritto dalla governante come indolente e pigro, mostrava interesse per la sorellina minore Caroline di tre anni più giovane. Ella si appassionò poi agli studi di tipo matematico che ai tempi erano socialmente relegati ai soli maschi e per questo Flaubert la scherniva.  In un lettera che lui scrisse a Caroline, canzonando tale suo insolito amore per la matematica, si può ritrovare tutto il gusto della pungente ironia con cui il giovane Gustave scherniva i metodi di insegnamento di algebra, trigonometria e geometria dell’epoca.[2]

Nell’unico legame famigliare vitale e attraverso lo scherzo e la derisione, Flaubert arriverà sì a distinguersi come l’Autore del verismo francese, ma pure – ed è questo il dato più interessante – come penna originale della bêtise [3], cioè della denuncia dell’insulsità di stereotipi e modelli della società ottocentesca, rinnovando così la letteratura del XIX secolo. Infatti attraverso Emma Bovary Flaubert ha criticato le ipocrisie della condizione femminile e con la figura del marito medico ha evidenziato i paradossi etici della medicina; due temi ancora di scottante attualità!  Potremmo allora supporre che nello scherno gioviale che strappava le risate alla sorellina, Flaubert abbia potuto incontrare il germe fecondo del segno del desiderio dell’Altro e quel gusto particolare per l’irriverente derisione che caratterizza la sua penna.  In effetti sappiamo che l’attivazione del desiderio dell’Altro può seguire percorsi inattesi e toccare il soggetto quando e dove meno lo si aspetta.

Questa vicenda così lontana nel tempo, può forse suggerire qualche analogia. La nuova generazione dei liceali che è stata a bagno nella scuola a distanza, mi pare somigliare un pochino al piccolo Gustave: apparentemente insensibili agli stimoli scolastici, immersi ciascuno nel proprio isolamento, e come lui destinati dagli psicologismi dominanti ad essere gli idioti del nuovo millennio. Allora mi domando se forse tra di loro nelle mura occupate delle scuole, distanziati dalla pressante richiesta della macchina delle valutazioni scolastiche, nell’esperienza dell’occupazione, stando gomito a gomito anche con i più piccoli che scherzosamente si uniscono nella “presa della Bastiglia”, non si possa forse realizzare qualche invenzione soggettiva. Persino nell’irruzione imprevedibile delle risate, accompagnati dallo scherno che circola negli ambienti studenteschi, si potrebbero inaugurare svolte singolari del tutto inattese.

[1] S. Ballatore, Milano: la presa del Volta decima occupazione, in “Il Giorno”, 22 Febbraio 2022.
[2] E. Kasner, J. Newman, Matematica e immaginazione, Milano, Bompiani, 1948.
In questa lettera Flaubert critica il sovraccarico di parole superflue impiegate nelle spiegazioni e nei problemi dei manuali che a suo dire è ciò che getta l’allievo nella più totale confusione: https://www.matmedia.it/la-lettera-di-gustave-flaubert-alla-sorella-caroline/
[3] G. Bottiroli, In principio era la bêtise, in G. Farina e R. Kirchmayr (a cura di), Soggettivazione e destino. Saggi intorno al ‘Flaubert’ di Sartre, Milano, Bruno Mondadori, 2009, pp.87-109.

Amore e desiderio nella formazione e trasmissione in psicoanalisi

Alfonso Leo – membro SLP e AMP – Avellino –
febbraio 2022

«Amore è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole»[1], amare è dare proprio la propria mancanza, a qualcuno che pensa di colmare la propria mancanza con l’altro. Se l’amore è desiderio e come afferma Lacan: «il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro»[2], si comprende che amando voglio che l’altro desideri, ma si desidera ciò che non si ha! Se lo rapportiamo all’insegnamento quello che dobbiamo comunicare nella trasmissione della psicoanalisi è, innanzitutto, il nostro desiderio nei confronti della Psicoanalisi stessa. Come dice Miller: «Il transfert in psicoanalisi ci fa affermare che il sapere si trasmette solo attraverso Eros»[3]. Nella situazione di formazione e trasmissione della psicoanalisi vogliamo che l’altro, sia allievo, che lettore, che presente a un dibattito, abbia voglia di approfondire l’argomento e questo può avvenire solo se io mostro le mie mancanze, che non vorrei mostrare, ma cerco di far sorgere nell’altro il desiderio di approfondire. Non si deve avere paura di amare, qualsiasi sia la modalità di amare. L’amore fa bene e crea emozioni. Scaccia la paura anche in tempo di COVID. E l’amore sopravvive anche alla morte. Continuiamo ad amare anche le persone dopo la loro dipartita da questa terra. L’amore può opporsi all’idea di morte che pervade la nostra epoca, non parlo solo del coronavirus ma della mancanza di emozioni che spesso capita di provare.

Lacan diceva: «che cos’è che fa emozione? Credete forse che siano le viscere che si muovono? Si muovono a causa di parole. Non c’è niente che colpisca di più di colui che ho qualificato di essere parlante».

Essere esseri parlanti è ciò che crea scompiglio, ma anche il piacere di vivere e desiderare, non dando niente per scontato, ma ogni volta progettando, costruendo. Non dando mai nulla per acquisito, in maniera definitiva.

Miller, citato da Grinbaum[4], «Per amare veramente non c’è altro modo che l’assunzione della castrazione e questo è, per struttura, essenzialmente femminile».

Insegnare è essenzialmente manifestare la propria mancanza, far comprendere che l’altro è in grado di dare e non solo di ricevere.

Lacan dice che l’amore domanda amore e reclama Ancora, come afferma nel seminario XX, ma se è un amore che funziona è una trasmissione che riesce. Dovrebbe essere una domanda che non vuole niente, non per superare un esame, non può essere una richiesta di riconoscimento dall’Altro, come il voto all’esame, ma l’accettazione di una mancanza e la creazione di un desiderio. La posizione “padronale” dell’insegnante, condurrebbe a quell’impossibile di cui parlava Freud, quando riteneva che educare fosse una professione impossibile. Il problema è che, spesso, l’insegnante crede di essere il depositario del sapere e questo rende difficile mettersi in posizione di mancanza, poiché, invece, come afferma Lacan «l’insegnante si trova nel posto della $ barrata»[5].

Citando Miller: «che cos’è l’Altro dell’amore? L’altro dell’amore ha due facce; Prima c’è l’amore dell’altro come a immaginario e da un’altra parte c’è l’Altro con la maiuscola. Una delle due facce sta dall’altro dell’Hilflosikeit: senza protezione. da questo lato del bisogno si tratta dell’Altro, in quanto ha, cioè in quanto può soddisfare la necessità, si tratta di un Altro supposto completo: quello che ha dei beni per darli, colui che dà quello che ha. (…) amore per essere precisi non è una questione di avere ma di essere. L’amore ha due facce: la Faccia dell’altro che ha, e l’altra più fondamentale dell’altro che non ha»[6]. Ciò si traduce in Lacan, dalla parte del soggetto, come l’opposizione tra due tipi di domanda: la domanda in quanto tale, diretta all’Altro che ha e la domanda d’amore, propriamente detta, diretta all’Altro che non ha. Tra le due Lacan situa il desiderio e la sua condizione assoluta cioè a come plus godere.  Pertanto, l’Altro dell’amore deve scriversi: A barrato. Ogni volta che c’è l’amore possiamo cercare la presenza, l’istanza dell’Altro barrato cioè privato di quello che dà.

Il versante più originale dell’amore lacaniano è invece che l’amore è invenzione, cioè elaborazione di sapere, che l’amore è un modo di dirigersi ad a a partire dall’Altro del significante.

Uno dei problemi consiste nel credere, come afferma Freud in psicologia delle masse, che l’innamoramento abbia il potere ordinatorio e tranquillizzante del significante padrone, ma, come ha mostrato Lacan nell’etica della psicoanalisi, è la testimonianza del fallimento dell’identificazione significante, delle idee dell’identificazione simbolica e del fallimento dell’amore, fondata sulla identificazione simbolica per risolvere il problema del godimento.

Lacan distingue due tipi di domanda, uno a livello della necessità e un’altra a livello dell’amore. C’è una dipendenza a livello di un altro che ha ciò che occorre per soddisfare la necessità, e c’è l’altro dal cui amore dipende il soggetto.

Solo l’amore permette al godimento di accondiscendere al desiderio. Ma il desiderio implica uno stato di insoddisfazione fondamentale nel soggetto, espresso da Lacan nell’uso del Toro, figura topologica, come possibile rappresentazione del soggetto.

Ma non scordiamo che Lacan in Televisione rappresenta il godimento come Jouis-sens cioè fa equivalere godimento e senso.

Miller afferma che, quando qualcuno si rivolge a un uditorio, quando non si parla solo per sé stesso, si va nel senso contrario; cioè, se si soddisfa l’Altro, comincia ad esserci il livello del sapere e cominciano le difficoltà dell’amore e del desiderio. Ma se si vira esclusivamente verso il senso si va incontro a quello che Lacan affermava, «La stabilità della religione deriva dal fatto che il senso è sempre religioso»[7] e la psicoanalisi di certo non è un atto di fede.

In Atto di fondazione Lacan afferma che i problemi urgenti da porre riguardo a tutti gli sbocchi della didattica troveranno qui modo di farsi strada tramite un confronto che si terrà tra persone con esperienza della didattica e candidati in formazione.

Il sapere non è riducibile a una trasmissione di nozioni, per la quale basterebbe acquisire dati o comunque sarebbe sufficiente lo strumentario fornito da buoni libri di testo. La parola “lezione” rimanda a “leggere” che significa raccogliere, mettere insieme, collezionare.  Ma fare lezione non è come prendere un tram, non è che si sale a una fermata e si scende a un’altra, come diceva il filosofo Pavel Aleksandrovič Florenskij, ma come una passeggiata tra amici dove ci si guarda attorno, si fatica un po’ camminando, si fatica, ma non si è trasportati passivamente. In conclusione, Zagrebelsky, su “La Repubblica” del 7 dicembre 2021, scrive: «Sono molto ottimista verso i nostri ragazzi. Sono convinto che se si annoiano o sbuffano è perché noi professori falliamo. Forse siamo noi a doverci interrogare, a chiederci perché spesso non riusciamo a risvegliare quello che hanno dentro. Ci siamo mai domandati cosa è una lezione? Forse non ci siamo resi conto del privilegio che abbiamo a poter dedicare ogni volta un’ora a parlare con i ragazzi. La responsabilità di come usare al meglio quel tempo è nostra».

Non va dimenticato che Lacan non ha mai sviluppato una teoria sistematica ma piuttosto essa consiste  in quello che lui chiama “insegnamento”, che progredisce come un’analisi, cioè come una libera associazione, quindi ognuno può trarne un suo modo di progredire, non facendo solo un’analisi rigorosa dei testi, ma elaborandone anche la propria interpretazione adattandola al proprio campo di studio, e non scordandoci, come afferma Miller, che la psicoanalisi non va insegnata ma è la psicoanalisi che insegna. Bisogna insegnare ciò che la psicoanalisi insegna a ognuno di noi e lo si può fare solo mettendo in gioco il proprio desiderio e amore nei confronti della psicoanalisi stessa.

[1] J. Lacan, Il Seminario, libro XXII, lezione del 22 novembre 1975, inedito.
[2] J. Lacan, Il Seminario, libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.5.
[3] J.-A Miller: L’École, le transfert et le travail in “La Cause du Desir”, n°99, giugno 2018, p.147.
[4] G. Grinbaum, Amore, in Scilicet L’ordine simbolico nel XXI secolo, Roma, Alpes, 2012, p.19.
[5] J. Lacan, Allocuzione sull’insegnamento, in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.296.
[6] J.-A. Miller, Logiche della vita amorosa, Roma, Astrolabio, 1997, p.19.
[7] J. Lacan, Lettera di dissoluzione, in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.314.

L’attenzione clinica di Virginio Baio e la sua traslazione etica*

Éric Laurent – membro AME ECF e AMP – Parigi

L’attenzione clinica di Virginio Baio è inseparabile da un’etica rigorosa sulla quale faceva affidamento e che ha trasmesso. Come nella psicoanalisi non c’è clinica senza transfert, così nell’apertura con cui Virginio ci ha guidati verso la clinica che ha prodotto, c’è la necessità di un’etica rigorosa che ha saputo formulare in una lingua poetica di particolare forza.

Una traslazione etica e la passe

Virginio è riuscito a fare una vera e propria traslazione etica – una passe tra il discorso della religione che lo aveva formato, che lo aveva appassionato, e il discorso della psicoanalisi.

Ha potuto così formulare un’etica per coloro che vogliono occupare il posto di operatori con i bambini autistici e psicotici. Le virtù che chiedeva a colui che voleva occupare questo posto di operatore, le abbiamo sentite elencare oggi: umiltà, destituzione, la volontà di essere qualunque, la richiesta di destituzione. Sono virtù eminentemente religiose, che sono come una specie di orizzonte di un’esperienza etica. Allo stesso tempo, questo recupero da parte di Virginio ci permette di constatare che queste virtù incontrano una parte dell’insegnamento di Lacan che poteva designare questi termini come l’orizzonte dell’esperienza psicoanalitica.

Prima di parlare dell’attraversamento del fantasma, Lacan parlava dell’abolizione dell’io come esperienza della psicoanalisi. Lo psicoanalista, prima di essere il luogo della separazione tra il soggetto e l’oggetto causa del suo fantasma, era colui che si sbarazzava del suo io. Il risultato dell’analisi era un’esperienza di abolizione del narcisismo, una misura dell’illusione dell’io di fronte alla forza e alla presenza del godimento. Così, questa parola destituzione appare nella Proposta della passe di Lacan,[1] come pure il qualunque. L’umiltà è forse meno frequente in Lacan, ma è comunque presente in questa volontà, questa ironia che ha Lacan disfarsi e disfare colui che vuole essere psicoanalista dai fasti del suo io. Il paradosso dell’etica di Virginio è che chiede all’operatore qualunque delle virtù che si ottengono alla fine della lunga esperienza psicoanalitica. E qui, per poterlo chiedere, non come ideale, ma come bussola etica, forse era necessaria la passe di Virginio che aveva estratto, in una sorta di corto circuito, quello che è l’esito dell’esperienza analitica e un’esperienza etica offerta a chiunque sia disposto a prestarvisi.

 

Dal discorso religioso all’Istituzione

Il passaggio etico dal discorso religioso al discorso istituzionale è una passe che ha interessato i nostri colleghi e amici che si sono formati prima nel discorso religioso. Quando sono passati alla psicoanalisi, hanno portato con sé una preoccupazione originale per ciò che l’istituzione può essere. Antonio Di Ciaccia, Virginio Baio, Alfredo Zenoni hanno portato con sé un’interrogazione uscita dal discorso religioso su cosa può essere l’istituzione. Le utopie istituzionali religiose sono segnate da un paradosso. Dal momento in cui si situa il posto della trascendenza, il legame sociale non si pensa in termini di potere e della paura che esso diffonde. Questo è ciò che è in gioco nella tradizione formata intorno al timore di Dio, come Lacan ha sottolineato nel suo Seminario Le psicosi. Il timore di Dio permette di affrontare il potere umano e di trafiggerne le sembianze.

«Quel famoso timor di Dio compie il gioco di prestigio di trasformare da un momento all’altro ogni timore in un perfetto coraggio. Tutti i timori […] sono scambiati contro ciò che si chiama timore di Dio, che, per quanto costrittivo possa essere, è il contrario di un timore»[2].

Virginio ha fatto comprendere cosa fosse separarsi dal fantasma o da tutto ciò che può essere contaminato, toccato dal narcisismo, per non mollare su un desiderio, questo desiderio di liberarsi del vecchio uomo, questo desiderio di raggiungere una certa santità. In effetti, “l’amore del reale”, come Virginio lo ha formulato, era questa via verso una santità, ma una santità trasformata dalla psicoanalisi – Lacan, del resto, non esitava a qualificare lo psicoanalista come un santo. Questa è una questione che va oltre la questione della credenza. Per esempio, nel momento in cui ha fondato la propria Scuola, Lacan aveva consigliato la lettura non di specialisti dei gruppi in sociologia, ma piuttosto di uno storico del diritto canonico. Aveva chiesto a Pierre Legendre – che veniva da una riflessione sul discorso dell’istituzione religiosa e che aveva scritto un grande libro sul tema, L’Amour du censeur – di esprimersi su cosa fosse questo nuovo amore. Oppure, in un’altra religione, ma sempre ispirata da Lacan, il modo in cui Jean-Claude Milner ha letto ciò che Benny Lévy ha chiamato «l’esperienza del Sinai». Ha commentato il legame tra Mosè e il popolo come un legame sociale che fa a meno del dominio del tutto e del capo, per andare verso il non-tutto del rapporto che la parola divina stabilisce.

Con la passe etica che Virginio Baio ha realizzato in se stesso, ci ha aperto una clinica tutta nuova per l’estrema attenzione che poteva prestare a questo umile tra gli umili, il bambino in difficoltà.

Traduzione di Adele Succetti

* Estratti dell’intervento di Éric Laurent alla giornata in omaggio a Virginio Baio, organizzata il 29 gennaio 2022 dall’Antenne 110. Pubblicato in francese in “Hebdoblog” n°263, disponibile qui: https://www.hebdo-blog.fr/lattention-clinique-de-virginio-baio-et-sa-translation-ethique/
[1] Cfr. J. Lacan, Proposta del 9 ottobre sullo psicoanalista della scuola, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.250.
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro III, Le psicosi, Torino, Einaudi, 2010, p.317.

RUBRICA

La psicoanalisi tra le righe

a cura di Fabio Galimberti – membro SLP e AMP – Milano – novembre 2021

 

FREUD CHI? Sarà capitato a tutti di sentir dire «Freud è superato», come se il campo psi fosse una gara automobilistica: «Grande Winnicott, gli ha dato un distacco di dieci secondi!». Quindi, leggendo su un supplemento del “Corriere della sera” cinque pagine piene di un dossier sui «Sogni pandemici» nessuno potrà sorprendersi se chi ha scritto L’interpretazione dei sogni non venga neanche nominato. Forse è stato dato per scontato, per implicito, diversamente da Jung, citato nome (doppio) e cognome. O per qualche ragione è rimasto latente. Povero, lui che immaginava una targa commemorativa appesa fuori del ristorante di Bellevue in cui gli si «svelò il segreto del sogno» (in realtà era una lapide marmorea, ma in questo clima da uccisione del padre, il riferimento suonava un po’ cupo). D’altronde la sezione del supplemento si chiama «Tempi moderni» e cosa c’è di più moderno che superare questi sogni infantili di gloria personale con i nuovi e più aggiornati sogni pandemici che hanno una portata collettiva e sociale? Pietro Roberto Goisis lo chiarisce nel suo Lockmind (citato): «Quando accadono vicende così epocali, i sogni cessano di essere una produzione individuale per assumere un significato di ordine sociale». Si vede che ai tempi di Freud di vicende epocali non ne accadevano.

[Andrea Federica De Cesco, Sette, 15 gennaio 2022]

COMPLESSO. Questa volta non c’entrano né Edipo né Elettra, ma Rosi Braidotti, che alla domanda sul suo rapporto con la psicoanalisi risponde: «Per come la vedo io, la psicoanalisi è una filosofia del desiderio e al tempo stesso una teoria nella quale il femminile può uscirne arricchito. Mi ha aiutato a liberarmi da certi dualismi e a ridimensionare il ruolo del pensiero astratto». Splendida risposta, in cui paradossalmente l’arricchimento è l’effetto di liberazione e riduzione, e a sorpresa la filosofia che ne risulta non è astrazione. In più, credo che a interpretarla male il superamento dei dualismi sia rassegnazione al monismo del pensiero e a interpretarla forse meglio sia tolleranza della sua complessità. Ma può essere che il riferimento più stretto fosse al binarismo sessuale.

[Antonio Gnoli, “Robinson”, 19 febbraio 2022]

PAROLA ESCLUSIVA. Da incorniciare come un manifesto o un poster (lo dico concretamente, nel proprio studio magari) l’articolo di Tiziano Scarpa, lacaniano latente e per me honoris causa, sull’idea puerile che la lingua sia rappresentativa: «Le parole non ci rappresentano. Nessuna parola, mai. Nella diffidenza verso le parole, lì sta la nostra possibilità, il nostro posto nel mondo: che non è dentro le parole, ma nell’ombra che le parole gettano di fianco a sé stesse». Sull’idea semplicistica dell’inclusività del linguaggio: «Nessuna parola è abbastanza rispettosa. Nessuna parola è abbastanza accogliente. Pensare di poter essere inclusi nelle parole è un abbaglio. Lo è per chiunque, di ogni genere e sesso e età e classe. Questa illusione è il contrario della politica». Sul parassitismo alieno della parola: «La lingua è una specie di animale cresciuto dentro di me, che abita nel profondo del mio petto, al centro del mio cranio, sulla punta delle dita. È la cosa più intima e più estranea che ho. È intima, perché si è installata nei miei pensieri più occulti; è portatile, mi segue dappertutto, è un’inquilina talmente domestica che non ci faccio nemmeno più caso, pretende di essere parte di me». Non posso includere nella manchettina tutto l’articolo, al limite, appunto come dicevo, incorniciarlo.

[Tiziano Scarpa, “Domani”, 16 febbraio 2022]

SURPRISE. Leggi una recensione sul nuovo romanzo di Katie Kitamura (ignorante non sapevi ne avessi scritti altri prima né che fosse una scrittrice, adorata tra l’altro da Barak Obama) e verso la fine trasecoli: «In un suo saggio, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, Jacques Lacan distingue tra…». Fatichi a mettere tutto insieme, ma l’autrice è brava e cita Lacan con pertinenza e precisione. La rubrica – forse non a caso – si chiama SCOPERTE. Lettura consigliata.

[Viola Ardone, “Robinson”, 5 febbraio 2022]