“Per avere una qualche efficacia, l’interpretazione analitica deve sorprendere. Come dice Lacan, deve battere in velocità l’inconscio”.

J.-A. Miller e altri 84 amici, Chi sono i vostri psicoanalisti?, Roma, Astrolabio, 2003, p. 415.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°42 – 27 aprile 2022

In copertina:

Omar Battisti, non senza l’équipe “sfumature di dire”
Screenshot dal video realizzato per il XIX° Convegno della SLP-Cf:
Interpretazioni esemplari che hanno avuto effetti

L’interpretazione è una discontinuità*

Laurent Dupont, membro ECF e AMP, Parigi

La psicoanalisi è consustanziale all’idea di interpretazione. Freud la maneggia in modi diversi, in momenti diversi. Per esempio c’è la costruzione sulla quale Freud ha scritto un articolo nel quale afferma: «L’analista deve scoprire, o per essere più esatti costruire il materiale dimenticato a partire dalle tracce che di esso sono rimaste»[1], poi lo comunica al paziente. Freud aggiunge: «non rivendichiamo per essa autorità alcuna, non pretendiamo dal paziente un immediato consenso né ci mettiamo a discutere con lui se a tutta prima la ricusa»[2]. La costruzione non è un dialogo, non richiede nessuna risposta, è un “è così”. L’adesione o meno del paziente, secondo Freud, vale solo come indice del suo transfert. Un’altra forma di interpretazione, vicina alla costruzione, è il racconto di cui Freud ha fatto un largo uso, in particolare con l’Uomo dei lupi[3] e all’inizio della sua scoperta dell’inconscio. Lo si ritrova regolarmente nei suoi Studi sull’isteria[4] e il caso Katharina mi sembra paradigmatico: «Le dissi dunque, dopo che ella ebbe terminato la sua confessione: “Adesso so quel che Lei ha pensato quella volta guardando dentro nella stanza. Lei ha pensato: “adesso fa con quella ciò che allora di notte e le altre volte aveva voluto fare con me”. È di questo che Lei ha sentito ripugnanza, perché si è ricordata dell’impressione quando si era svegliata di notte sentendo il suo corpo»[5]. La risposta di Katharina è eloquente: «Può essere che io abbia sentito ripugnanza di ciò e che allora abbia pensato questo»[6]. Il «può essere» segnala che è il racconto di Freud a far sorgere l’idea stessa di quanto accaduto. Evidentemente si vedono gli effetti di suggestione, ma ogni interpretazione che implica un’aggiunta sotto transfert non è forse suggestione? Anche con l’equivoco, se giunge dall’analista, la risonanza che opera non è forse un far intendere che…? È questo un problema? Uno psicoanalista non deve forse permettere al soggetto di costruire un senso nuovo là dove il sintomo racchiude una significazione rimossa?

C’è un altro tipo di interpretazione, la rettificazione soggettiva. Un esempio formidabile, ancora una volta da Freud, con il caso di Dora: di fronte alla resistenza di Dora, le rinvia sistematicamente che a ciò di cui si lamenta, ella vi prende parte[7]. Questa interpretazione ha un lato di ritorno all’emittente che evoca il famoso: rinviare al soggetto il suo messaggio in forma rovesciata, di Lacan. Questa forma di interpretazione non aggiunge ai detti del paziente, ma intende ciò che si dice. Si può intendere qui l’eco di quell’orientamento di Lacan che non ha neanche una ruga: «che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende»[8]. Nella parola dell’analizzante, c’è qualcosa da intendere al di là dell’ascolto: che cosa intendo in ciò che ascolto? Il semplice enunciato di ciò che si intende in ciò che si dice opera questa rettificazione. Il soggetto non è più pieno e intero, eccolo barrato dal suo inconscio.

In questo catalogo alla Prévert delle interpretazioni che Freud esplorerà, resta quella che chiamerei la forzatura. Possiamo intendere la forzatura per esempio nel tentativo di Freud di gettare Dora nelle braccia del Signor K…[9] e gli effetti deleteri che ne seguiranno: «La premessa della Sua fantasia di parto è che allora qualche cosa sia successo, che Lei abbia allora vissuto e provato tutto ciò che più tardi avrebbe attinto dall’enciclopedia. Vede, allora, che il Suo amore per il signor K. non finì con quella scena, ma […] è continuato fino a oggi, benché, certo, Lei ne fosse inconscia»[10]. Mentre Freud esprime la propria soddisfazione per la sua piccola costruzione, Dora «rispose sprezzantemente: “E dove sarebbero questi gran risultati?”»[11].

Nella seduta successiva, Freud si lancia in un racconto per riaffermare quello che le ha detto, da cui prelevo tre frasi: «Certo, due anni fa, Lei era ancora molto giovane, ma Lei stessa mi ha raccontato che sua madre si fidanzò a diciassette anni e aspettò poi due anni per sposarsi. La storia d’amore della madre serve di solito di modello per le figlie. Anche Lei dunque voleva attendere il signor K. e supponeva che egli stesse solo aspettando che Lei fosse matura per il matrimonio. Immagino che Lei avesse fatto dei veri e propri progetti per il Suo futuro»[12]. Allora Dora abbandona Freud «col tono più amabile. Si congedò facendomi i più calorosi auguri di buon anno e… non ritornò più»[13]. Nelle tre frasi che ho estratto, si può reperire una logica d’implicazione nel modo di un sillogismo. Se p implica q e q implica z allora z è conseguenza di p. Questa logica è una forzatura che si potrebbe dire così: Sua madre si è sposata a 17 anni e se il romanzo della madre diventa quello della figlia, allora lei voleva sposarsi con il Signor K…a 17 anni come sua madre. È una forzatura logica il cui effetto è quello di fare fuggire Dora. Ne abbiamo un altro esempio con Irma in cui lei non fugge ma rifiuta la “soluzione” di Freud. Ne farà un incubo celebre in cui il raffrontarsi con la bocca aperta della ragazza lo rinvierà, lui, Freud, all’enigma e all’orrore del femminile. Nella forzatura, ciò che è interpretato, è l’analista stesso in posizione di soggetto.

Questi diversi esempi di interpretazioni freudiane hanno tutti in comune il fatto di mirare a un senso nuovo, a una modifica nella catena significante, nel modo in cui il soggetto si racconta la storia che lascia scorrere nell’associazione libera. L’interpretazione, ed è così che è percepita dal grande pubblico, è prima di tutto una rettifica soggettiva. È una modifica dell’“io”, passaggio da un “io” dell’enunciato a un “io” dell’enunciazione, ciò che non si dice ma si intende, o, per dirlo con Lacan, ciò che si legge nella seduta. Io, soggetto, “io” parlo e “io” mi intendo dire “io” e questo “io” acquista un altro senso, un altro colore. In questo modo l’interpretazione è omotetica al grande grafo di Lacan, il grafo del desiderio. Essa ha di mira, nella retroazione interpretativa, di dare un significato nuovo a partire da un significante preso nella catena significante. Questo circuito retroattivo viene a tagliare la catena significante per prelevare, far risuonare, un significante singolare che apporta con sé un “altro” senso, un senso nuovo nell’Altro.

Questo taglio è operato dall’analista che inventava la psicoanalisi a mano a mano che ne faceva esperienza e ha cercato molti modi interpretativi per fare scaturire la significazione inconscia ma, alla fine, abbandonerà le interpretazioni che poggiavano su una volontà di suggestione: l’ipnosi, la forzatura, il racconto. Conserverà la costruzione, la risonanza significante e il taglio della catena significante. La costruzione che ha come scopo quello di rilanciare l’associazione libera.

L’aggiunta di un senso nuovo implica per il soggetto una sorpresa, di cui Lacan ha sottolineato l’importanza, questa sorpresa implica che solo il paziente può dire se c’è stata interpretazione o no. L’interpretazione è dunque dal lato del paziente. La sorpresa può prendere differenti forme, più o meno felici, stupore, silenzio, lacrime, riso … il corpo vi è incluso.

L’interpretazione, un prima e un dopo

Riteniamo dunque che se c’è interpretazione, c’è un prima e un dopo. L’ascolto solo, silenzioso, ritmico, lineare, dalla temporalità regolata dall’orologio che siano trenta, quarantacinque minuti a seconda delle scuole, non può produrre un prima/dopo, è una continuità che, per la sua ripetizione, non può essere feconda di quel momento che farà evento.

La ricerca permanente di Freud, il modo di ottenere una rettifica soggettiva – Costruzioni nell’analisi è uno dei suoi ultimi scritti – mostra bene che l’annodamento della temporalità e della parola opera a partire dalla sorpresa. Nessuno standard per Freud e in un altro dei suoi ultimi scritti, Analisi terminabile e interminabile, la temporalità apparirà anche in una plasticità che ogni volta implica una fine e un al di là. Ciò che si intende in ciò che si dice non richiama il punto finale, ma piuttosto la virgola o, per dirlo con Lacan, i tre piccoli punti, ovvero non una fine ma una sospensione: una sospensione di seduta.

L’interpretazione opera una discontinuità da cui Lacan trarrà le conseguenze e il cui vocabolo ben noto di “seduta breve” non rende del tutto conto. In effetti, se la seduta è sistematicamente breve in modo da essere breve, ovvero con una nuova temporalità regolata dall’orologio, ritroviamo la routine senza sorpresa, che sia di dieci o di quarantacinque minuti. La vera bussola quindi non è il cronometro ma il taglio. Comunque diciamolo, una seduta di quarantacinque minuti ha poche possibilità di essere un taglio, ma potrebbe, in una seduta singolare, fare sorpresa, se la lettura del caso vi si presta, in quel momento.

Così ritroviamo un certo numero di termini che sostengono l’interpretazione: taglio significante, costruzione, retroazione che produce un nuovo significato, sorpresa, corpo – e dunque il transfert. Il tutto, su uno sfondo di discontinuità

Eccoci a un nuovo paradosso: come operare se l’unico orientamento è la discontinuità? La discontinuità permanente, come la rivoluzione permanente, non è più la discontinuità, è la routine. Non c’è più discontinuità. Occorre dunque considerare l’elemento logico, che può esserci discontinuità se, e solo se, c’è continuità. Al cuore di questa logica si trova la funzione del tempo e dell’ascolto. Il grafo del desiderio, che è il modello dell’interpretazione, implica una doppia temporalità, una temporalità lineare – quella della catena significante, dell’associazione libera – e quella che viene a fare taglio, sorpresa, per mezzo dell’interpretazione e che produce un piccolo evento soggettivo, una retroazione temporale.

La necessità della routine

Il tempo uno non ha durata in quanto tale, è annodato all’associazione libera, alla parola, al bla bla, si fa tempo concreto per mezzo del taglio stesso. Un’analisi è fatta di multipli grafi del desiderio che si incatenano. Non in ogni seduta, certamente, ma ciò a cui mira l’analista, l’urgenza alla quale è invitato, è sul punto del taglio. La seduta mantiene la sua propria routine, unità di luogo, di giorno, di orario, di analista e di regola: la libera associazione. La retroazione del taglio è radicalmente differente dall’ascolto neutro e benevolo, attento, dal “parlare fa bene”, “essere ascoltato fa bene”. L’analista non mira al “questo fa bene”, ma mira a installare la routine della libera associazione per operarvi un taglio così che una retroazione operi a partire dalla sorpresa provata.

In questo senso potremmo dire che la fine dell’analisi è una sorpresa senza retroazione, il corpo lascia il soggetto da solo con la sua sorpresa. Taglio dell’analisi stessa. Se la passe è un taglio, c’è un al di là che non è tappato dal senso della retroazione, Jacques-Alain Miller lo ha riassunto in tre parole: sempre in divenire. Non c’è essere analista.

Questo delinea due punti temporali del taglio annodato all’interpretazione e al transfert: la retroazione che fa senso e l’orizzonte infinito che disegna un punto fuori senso. Freud ha finito col teorizzare la questione della fine della cura analitica, ponendo giustamente un punto insuperabile che implica un infinito dell’analisi: la roccia della castrazione. Lacan, con la passe, marca anche un punto finale e un al di là. Questo al di là che J.-A. Miller ha formalizzato con l’oltrepasse. Il taglio, producendo un senso nuovo, si depura sempre più da questa retroazione per non mirare ad altro se non alla sorpresa, sorpresa che lascia il soggetto alla solitudine di un corpo che si gode, punto di singolarità assoluta che è l’obiettivo di un’analisi, non senza il transfert. Il punto di mira della singolarità assoluta di un soggetto fa sorgere questo punto fuori senso all’infinito, come afferma J.-A. Miller in Introduzione all’erotica del tempo: «La cosa va diversamente se considerate che la seduta analitica è dotata di un punto all’infinito. Ora, è proprio ciò che considero essere la seduta lacaniana: è un lasso di tempo con supplemento infinito»[14]. L’ascolto dunque non è nulla senza l’interpretazione e possiamo anche dire che non c’è analisi senza l’interpretazione. La psicoanalisi È l’interpretazione, ma l’interpretazione è sia un silenzio che una parola, un suono, un gesto, un rumore … Soprattutto è un transfert che necessita di un dispositivo che instaura una routine sul cui sfondo si può provare la sorpresa.

Perché ci sia interpretazione bisogna credere all’inconscio

Il dispositivo e l’interpretazione sono lì, in un primo tempo, affinché il soggetto provi il suo «è più forte di me», «non posso impedirmi», «questo si ripete» … e l’analista fa intendere questa divisione. «Occorre, ed è sufficiente, che si installi il circuito con il quale “l’emittente riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita”, da quel momento il soggetto si trova ancorato sul sapere supposto di cui ignorava essere egli stesso la sede[15]», ovvero che «il chiacchiericcio si riveli contenere un Tesoro, quello di un senso altro che vale come risposta, ovvero come sapere detto inconscio»[16] e, per i soggetti detti “disabbonati dall’inconscio”, un punto d’arresto, un allentamento delle identificazioni ideali, delle esigenze del superio, o un consolidamento dell’io a opera dei significanti propri al soggetto, un’armatura di sostegno, propone J.-A. Miller[17]. Per questo, precisa che occorre «non volere niente a priori per il bene dell’altro, essere senza pregiudizio»[18]. E aggiunge: disfarsi dell’idea terapeutica.

Siamo dunque molto lontani dall’ascolto che fa bene, miriamo all’instaurarsi dell’inconscio stesso, l’inconscio transferale, in un primo tempo, quello che sostiene l’interpretazione retroattiva che permette di fare sorgere, da questo inconscio singolare, quello del soggetto, la sua propria interpretazione, questo senso nuovo a partire dal taglio. «Io considero la fine della seduta come punto di capitone, cioè come punto singolare, punto che ha un’altra struttura rispetto agli altri punti. […] cioè il cambiamento di puntuazione, il cambiamento di senso e il cambiamento di modalità logica»[19].

L’ascolto è una logica

Ben al di là del “ciò fa bene”, l’ascolto non è confortevole, è ascolto di una logica. Ciò che si intende in ciò che si dice produce una logica che taglia la logica binaria della catena significante (S1-S2) e al tempo stesso non la ricopre. Intendere questa logica implica che l’analista non sia troppo lì, non troppo all’ascolto di ciò che si dice, «di non farsi incantare dal brillio delle significazioni»[20]. La logica è al di qua della catena significante.

Alla nostra breve lista significante di ciò che fa interpretazione, possiamo così aggiungere la logica, quindi abbiamo: il transfert, l’inconscio, il taglio, la sorpresa, il corpo, la retroazione e la logica, il tutto su uno sfondo di discontinuità.

Non c’è analisi dunque senza il corpo che vi è implicato. L’analista incarna, con la sua sola presenza e quella dell’analizzante, il non-rapporto sessuale per la disconnessione che opera nella catena significante. La presenza in corpo è dunque un mezzo necessario all’esercizio della psicoanalisi.

Concludiamo con questa citazione sotto forma di testimonianza di Lacan: «Quando qualcuno viene nel mio studio per la prima volta e io scandisco il nostro debutto nella faccenda con qualche colloquio preliminare, quello che importa è il confronto dei corpi. È proprio perché si parte da tale incontro di corpi, che non si tratterà più in questo dal momento in cui si entra nel discorso analitico. Ciò non toglie però che a livello in cui funziona il discorso che non è il discorso analitico si ponga la questione di come esso sia riuscito ad acchiappare dei corpi»[21]. La questione si pone, dice Lacan. La questione si pone e deve continuare a porsi durante tutta l’analisi e continua a porsi nelle sue conseguenze, al di là della passe, sempre verso quel punto all’infinito che fa la singolarità di un soggetto.

Traduzione: Giuliana Zani

*Articolo pubblicato ne “La Cause du désir”, 108, 2021, pp. 66-71.
[1]S. Freud, Costruzioni nell’analisi, Opere, vol. 11, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 543
[2] Ivi, p. 549.
[3] Cf. S. Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile, Opere, vol. 7, Torino, Bollati Boringhieri, 1989.
[4] Cf. S. Freud, J. Breuer, Studi sull’isteria, Opere, vol. 1, Torino, Bollati Boringhieri, 1989.
[5] Ivi, p. 296.
[6] Ibidem.
[7] S. Freud, Frammento di un’analisi d’isteria, Opere, vol. 4, Torino, Bollati Boringhieri, 1989.
[8] J. Lacan, Lo stordito, Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 445.
[9] S. Freud, Frammento di un’analisi d’isteria, cit., pp. 387-388.
[10] Ivi, p. 387.
[11] Ivi, p. 388.
[12] Ivi, pp. 390-391.
[13] Ivi, p. 391.
[14] J.-A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo, “La psicoanalisi”, 37, Roma, Astrolabio, 2005, p. 33.
[15] J.-A. Miller, Vers Pipol 4, “Mental”, 20, febbraio 2008, p. 187.
[16] Ibidem.
[17] J.-A. Miller, Les contre-indications au traitement psychanalytique, “Mental”, 5, luglio 1988, p.14.
[18] Ibidem.
[19] J.-A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo, cit., p. 33.
[20] J.-A. Miller, L’Un est lettre, “La Cause du désir”, 107, marzo 2021, p. 25.
[21] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, …ou pire, Einaudi, Torino, 2020, p. 226.

Interpretazione di senso, interpretazione fuori-senso*

Hélène Bonnaud, membro AME dell’ECF e dell’AMP, Parigi

Tutto inizia con l’interpretazione perché l’inconscio interpreta ciò che è cifrato dal linguaggio. Tuttavia, questa operazione significante porta ad una certa impasse, poiché la parola è il godimento del senso. Pertanto, l’interpretazione permette di stringere, di orientare, di isolare i significanti primordiali per mettervi ordine, per capitonare una frase o cogliere al volo un enunciato che fissa un senso o, al contrario, lo denuda.  Dall’inizio dell’analisi, l’interpretazione attiva l’inconscio di cui il soggetto si fa lettore.

L’interpretazione transferale

L’inconscio si stabilisce a partire dall’interpretazione transferale che lo incita. L’analista ne apre la strada, secondo le diverse modalità di cui dispone, affinché il transfert possa operare e mettere l’analizzante al lavoro sulle sue associazioni significanti. Il filo del desiderio si snoda allora sotto il regno della verità da scoprire; scansioni, tagli e punteggiature vengono a tamponare il flusso dell’associazione libera. Questa differisce a seconda dei soggetti, poiché ognuno ha il suo proprio modo di dare alla sua parola una certa portata. Lo stile della «parola vuota» che Lacan opponeva alla «parola piena»[1] indica già la portata delle parole, nel senso della significazione, che assumono per il soggetto. Se la parola vuota non impegna nulla della sua soggettività, la parola piena, invece, la trasforma. Indica che il simbolico opera fin dall’inizio, nel rapporto del soggetto con ciò che dice. La parola può essere posta e limitata, già acquisita nel lavoro del ben dire o totalmente diffratta, più o meno incoerente e senza punto di capitone. Può essere confusa o chiara, rivolta all’analista come Altro della domanda, o errante, come se fosse senza domicilio fisso, e che prende l’analista come testimone.

C’è quindi, all’inizio dell’analisi, un’attenzione all’interpretazione come riconoscimento che c’è soggetto dell’inconscio. Il fatto che sia oracolare le conferisce una portata di entusiasmo, come se si scoprisse la catena significante, ricca di tutti i significanti che logificano la struttura dell’inconscio. Questa catena, scritta S1-S2, porta le significazioni che ne danno il potere di rivelazione, ma anche il godi-senso che la riduce all’oggetto a che la racchiude.

Fuori senso, equivoco e scrittura

Vent’anni dopo i suoi primi scritti, in cui Lacan afferma la portata della parola e la sua operatività, si interroga, ne Il fenomeno lacaniano, su ciò che accade sul lato dell’analista in questi termini: «Ci sono parole che hanno una portata, e altre che non l’hanno. Questo è ciò che si chiama l’interpretazione.[2]»  Che non abbiano una portata non significa che non abbiano senso. Al contrario, è a partire da questo punto in cui il senso non fa più interpretazione che Lacan punterà al fuori senso, e questo segue i suoi progressi sul reale in quanto escluso dal senso. Infatti, in questo testo, indica che affinché l’analista possa avere un dire che vada al di là delle chiacchiere del paziente, l’interpretazione deve mirare al fuori senso. Essa è dalla parte dell’equivoco. «E l’equivoco», dice Lacan, «è il linguaggio»[3].

Pertanto, l’interpretazione si orienta verso la nozione di risonanza del significante e privilegia il concetto di equivoco. Il significante non è solo ciò che ha senso, ma si sente e risuona. L’interpretazione gioca sull’equivoco dei significanti. È, in questo senso, direttamente in contatto con la scrittura. L’inconscio si afferra come un testo che si legge, ma la cui lettura è equivoca, lasciando intendere gli effetti sonori che ne minano il senso. Certamente, alcune affermazioni provocano un effetto di sorpresa – l’effetto lampo dell’interpretazione attraversa tutti i momenti dell’analisi – quando fa emergere l’equivoco come risonanza significante che a volte devia il senso da ciò che voleva dire, per consegnarne un altro, spesso agalmatico, o al contrario, per far esplodere ogni portata di significazione. Il fuori senso indica che laddove la parola ha un senso, una volta che viene diffusa, questo comincia a vacillare o a disfarsi. Ciò che viene interpretato è il versante semantico del significante e ciò che costituisce la sua risonanza, grazie all’equivoco, lo trascina come al di là del senso. È in questa separazione tra ciò che è detto e ciò che è inteso che si fonda l’interpretazione. Mira a un effetto di suspense del senso. Disabilita il godimento del senso per far emergere il nonsenso. L’interpretazione attacca l’idea del senso.

L’interpretazione è l’inconscio stesso

Il simbolico, che all’inizio dell’insegnamento di Lacan era la via regia dell’interpretazione come rivelazione di una verità nascosta o ignorata, oggi ha un impatto minore. Quando Jacques-Alain Miller, nel suo testo “Il rovescio dell’interpretazione”, indica che «l’interpretazione innanzitutto è quella dell’inconscio […] è l’inconscio che interpreta[4]», questa è già scritta. Si tratta dunque di leggerne il testo, di afferrarne la logica e la cifratura, fino allo sfinimento.

Che cosa interpreta l’inconscio oggi?

Un voler leggere l’inconscio di cui sono soggetto, affidandosi all’interpretazione come risposta al chi sono? dell’entrata in analisi fino alla sua delucidazione. L’analizzante si pone la domanda del suo essere, della sua mancanza-a-essere più precisamente, cercando di identificare le fonti dei suoi sintomi usando l’interpretazione come una parola che si deposita, i cui effetti si scrivono in catene di lettere. Se crede nell’inconscio, è nel senso di una «ipotesi […] necessaria e legittima»[5], che potrà essere verificata alla fine del percorso. L’esame della passe permette di realizzarne «l’istorizzazione»[6], secondo la formula di Lacan che fa consistere l’equivoco tra storia e isteria, a partire dagli echi di lalingua e dai loro effetti che si tracciano sul corpo. In questo, la psicoanalisi incanta e scoraggia, disgregando la verità, mentre la rimozione viene tolta. Ma è anche «una mispresa»[7], come dirà Lacan del soggetto supposto sapere, indicando il momento in cui ciò che sosteneva il desiderio di sapere si sgretola e lascia il posto al «disessere»[8]. L’inconscio-interpretazione del desiderio e della verità si impantana, si impoverisce e si scontra con il muro del sintomo che non cambia. Questo momento è stato identificato da J.-A. Miller come il primo momento di passe nell’analisi. La verità è sostituita dalla menzogna, l’entusiasmo dalla solitudine della fine dell’analisi e il desiderio di senso dal non-senso del godimento. Il percorso di un’analisi è una traversata che è di per sé da interpretare. Questo, d’altronde, costituisce tutta la dimensione etica della passe, che mette al lavoro i punti vivi in cui l’analisi come esperienza può essere interpretata, in particolare per quanto riguarda il desiderio dell’analista.

Dall’interpretazione alla constatazione

L’inconscio non è altro che la sua interpretazione da parte dell’analizzante, a condizione che sia sottoposto all’esperienza sotto transfert che è un’analisi. Per questo Lacan dice che «voi supponete che il soggetto dell’inconscio sappia leggere»[9]. Si suppone che sappia leggere l’inconscio di cui è soggetto, fino al punto in cui l’interpretazione non ha più senso. Questa è l’operazione che J.-A. Miller sviluppa nella sua ripresa del testo di Lacan, “Prefazione all’edizione inglese”[10], a proposito delle conseguenze che trarrà dalla prima frase: «Quando […] l’espace d’un lapsus, non ha più alcuna portata di senso (o interpretazione), solo allora si è sicuri che si è nell’inconscio»[11], che commenta come la disgiunzione tra inconscio e interpretazione. Quando l’interpretazione non opera più, è perché siamo nell’inconscio reale. Per questo, è necessario aver svuotato l’inconscio transferale della sua verità menzognera, così come delle interpretazioni che hanno cristallizzato i suoi significanti padroni. Una volta completata, questa operazione segna una rottura radicale. L’interpretazione si separa dall’inconscio come sapere-verità e si orienta a partire dall’iterazione del sintomo. L’inconscio non si interpreta più come senso, la cui rimozione era materia significante, ma come un sintomo che non ha senso e che itera. L’inconscio reale può essere raggiunto solo dopo che l’interpretazione transferale si è prosciugata, quando il senso e l’interpretazione si staccano dal voler sapere iniziale, allora l’inconscio non è più rimozione. Si è nell’inconscio reale e non si interpreta.

Pertanto, si tratta per l’analista di inventare un’altra forma di interpretazione che miri al reale del godimento. Il corpo è sempre presente perché è nel corpo che si è scritto il primo evento che rimane attivo come traccia di godimento che itera. Per afferrarlo, diverse modalità di intervento dell’analista possono illuminare lo stile di reale, sia che si tratti di un intervento che indica l’S1 da solo che ha segnato il corpo, sia che si tratti di un intervento in cui il corpo dell’analista viene a incarnare il godimento iterativo, in vivo. Entrambi i modi segnano l’intrusione del corpo nella parola, facendoci intravedere come il sinthomo sia questo resto di godimento, sganciato dall’Altro che itera senza capo né coda. Questo reale, di cui un’analisi lascia intravedere come si è fissato e ha orientato il destino del parlessere, dipende da una fine analisi ridotta al suo osso. Se l’analista riesce ad estrarne la singolarità, si tratta spesso di un’interpretazione che si enuncia come una «constatazione»[12].

L’interpretazione senza legge

In un certo senso, l’interpretazione come concetto è sbiadita. È la faccia nascosta di un’analisi poiché è assorbita dall’inconscio che ne costituisce la sua fodera. Se la punteggiatura della seduta opera sul significante per staccarlo dalla sua significazione attesa, essa lascia praticamente intatto il godimento. Questo richiede un altro modo di operare, controcorrente rispetto a ciò che alimentava l’analisi come godimento della parola. In questo ultimo tempo dell’analisi, l’interpretazione viene a disturbare la difesa nel senso che disfa i sembianti e scopre la radice corporea della rimozione. Pertanto, si può dire che l’interpretazione raggiunge, mira al reale e in questo modo, anch’essa fa parte di ciò che lo definisce come senza legge. L’interpretazione è allora uguale a «il reale […] senza legge»[13].

Traduzione: Adele Succetti

*Articolo pubblicato ne “La Cause du désir”, n.108, luglio 2021
[1] J. Lacan., Funzione e campo della parola e del linguaggio, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.240.
[2] J. Lacan, Le phénomène lacanien, Tiré à part des “Cahiers cliniques de Nice”, n°1, p.17.
[3] J. Lacan, Il fenomeno lacaniano, in “La Psicoanalisi”, n.24, Roma, Astrolabio, 1998, p.16.
[4] J.-A. Miller, Il rovescio dell’interpretazione, in “La Psicoanalisi”, n.19, Roma, Astrolabio, 1996, p.122.
[5] S. Freud. L’inconscio, in Metapsicologia, in Opere complete, Torino, Bollati Boringhieri, p.50.
[6] Cfr. J. Lacan, Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.564.
[7] J. Lacan, La mispresa del soggetto supposto sapere, in Altri scritti, cit., p.334.
[8] J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, cit., p.252.
[9] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.34.
[10] J. Lacan, Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI, cit., p.563.
[11] J.-A. Miller, L’inconscio reale, in “La Psicoanalisi”, n. 43-44, Roma, Astrolabio, 2008, p.224.
[12] J.-A. Miller, L’Uno-tutto-solo, Roma, Astrolabio, 2018, p.142.
[13] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il sinthomo, Roma, Astrolabio, 2006, p.134.

Interpretare il bambino debile*

Mathieu Siriot, membro ECF – Parigi.

Nel suo Seminario, Lacan si è interessato esplicitamente alla clinica dei bambini cosiddetti ritardati o debili. Ne I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi fa riferimento ad essi per la prima volta. Basandosi sul libro di Maud Mannoni, Il bambino ritardato e la madre[1], afferma che in questi bambini la prima coppia di significanti, S1-S2, si solidifica, si olofrasizza e che, non potendo essere soggetti e rappresentati nel campo del linguaggio, essi sono ridotti ad essere solo il supporto del desiderio della madre.[2]

Nel 1964, ciò che predomina nell’insegnamento di Lacan è la dimensione dell’Altro e la struttura significante. Questo spiega il fatto che M. Mannoni, sua allieva, incentri i suoi sviluppi sulla relazione fantasmatica tra il bambino e la madre. La sua tesi principale ritiene che il bambino ritardato e sua madre formino un solo corpo, da cui deriva il fatto che la cura debba aiutare il bambino ad assumere a suo nome la propria storia.

 

Tra due discorsi

Nel suo articolo “Fuori strada. Sulla debilità mentale”, del 1985, Pierre Bruno afferma che M. Mannoni elabora una concezione della debilità mentale che deriva essenzialmente da un dire parentale. Lo cito: «La mira del suo libro […] è di rendere al bambino debile il suo statuto di soggetto alleggerendolo dai significanti parentali e medici che lo identificano come “debile”[3]». A partire dal caso Hem, sviluppato nel suo testo, P. Bruno si colloca nel solco dell’allieva di Lacan, vale a dire in una concezione incentrata sulla relazione simbolica tra il bambino e l’Altro. M. Mannoni affermava che il bambino si rende debile per mascherare la depressione materna, mentre per P. Bruno lo fa affinché l’Altro resti intatto. L’interpretazione mirava quindi a separare il bambino dalla sua alienazione all’Altro alfine di far emergere la propria catena significante. L’atto dell’analista si fondava qui su una teoria che concepiva un certo rapporto, un certo continuum, tra il soggetto e l’Altro. Ora, il titolo dell’articolo di P. Bruno, “Fuori strada”, è mutuato dal Seminario … o peggio di Lacan, in cui, per l’appunto, quello che prevale non è l’Altro ma bensì l’Uno.

Ricollochiamo questa citazione nella sua precisione, che d’altronde si trova nel capitolo intitolato da Jacques-Alain Miller «Nel campo dell’Uniano». Cito quindi Lacan: «Chiamo debilità mentale il fatto di essere un essere parlante che non è installato saldamente in un discorso. È questo a costituire il pregio del debile. Non c’è nessun’altra definizione che gli possa attribuire se non quella di essere, come si dice, un po’ fuori strada, e cioè di fluttuare tra due discorsi.[4]»

La debilità mentale generalizzata

Se Lacan evoca la debilità e, di conseguenza, il bambino debile, in questo momento preciso del suo insegnamento è perché questa clinica mette a nudo la struttura. Con la sua lettura del Parmenide di Platone poi, nel Seminario successivo, dei neoplatonici e delle mistiche, Lacan tenta di affrontare l’al di qua del linguaggio e della struttura. Quando il simbolico viene a mancare, quando il simbolico è debile, che cosa ex-siste allora? Ebbene, c’è l’Uno-tutto-solo, cioè lalingua, vale a dire la parola fuori senso in quanto fa evento, in quanto ha un impatto sul corpo.

Lacan si è interessato sia alla debilità mentale sia alla psicosi, vale a dire a forme cliniche in cui il Nome-del-Padre non è operativo, per isolare il reale che ex-siste alla struttura e che al contempo la condiziona. Senza il Nome-del-Padre, come precisa J.-A. Miller, c’è il caos nel simbolico, il senso appare slegato dal reale ed abbiamo il regno de lalingua e dell’evento di corpo.[5]

Il linguaggio per Lacan si prefigura ormai come «un’elucubrazione di sapere su lalingua[6]». Si stabilisce al di sopra di quello che è il reale. In seguito Lacan generalizzerà la debilità mentale all’insieme dei cosiddetti parlesseri. «Il mentale è il discorso[7]» diventa, secondo lui, fondamentalmente debile poiché è senza rapporto con il reale del corpo e del godimento. Ormai esiste solo il godimento dell’Uno, sullo sfondo dell’inesistenza dell’Altro.

Un pezzo di lingua inteso

Questa concezione dell’ultimo e dell’ultimissimo Lacan introduce una nuova prospettiva nella pratica con i bambini debili, oggi chiamati bambini con disabilità intellettive. In effetti, quello che d’ora in poi prevale è il carattere contingente della parola e il suo effetto di perplessità sul soggetto, prima di qualsiasi relazione fantasmatica e intersoggettiva. Il neologismo di Lacan, lalingua, designa la dimensione materna della parola, ma prima della comprensione simbolica e strutturata all’Altro. La parola, fuori senso per il soggetto, colpisce il corpo, facendosi evento, ed è l’interpretazione che esso ne fa che stabilirà e definirà la sua relazione con l’Altro.

Come dirà Lacan ne La Terza, lalingua supporta il simbolico[8]. I bambini cosiddetti debili o con disabilità intellettive, poiché utilizzano troppo poco l’Altro e il mentale, sono quindi confrontati senza velo al lato vivente della lingua e del corpo, talvolta senza poter sintomatizzare o bucare con il linguaggio tale reale. Un pezzo di lingua inteso da un piccolo altro, fuori da ogni relazione fantasmatica, agita e colpisce i loro corpi. Questi bambini, più parlati di quanto non parlino, sono anche urtati dal sessuale, dal vivente di un corpo che fa di testa sua, in quanto non è accoppiato con nessuna teoria sessuale né con nessuna bussola fallica. Il loro sesso è un enigma e la sessualità è un buco nero. Essi testimoniano e svelano il fatto che la sessualità dipende dal discorso dell’Altro e dalle sue variazioni culturali, e che al di qua c’è il regno dell’Uno, vale a dire del vivente derivante dall’incontro del corpo con la lingua.

Puntare all’estraneità

Di conseguenza, come concepire l’interpretazione a partire da questo cambiamento di registro, vale a dire, non più simbolico come al tempo di M. Mannoni, ma reale? In questa ottica, l’atto dell’analista si prefigura a partire da quello che è reale per un soggetto, seguendo il modo in cui lui stesso interpreta e sintomatizza uno o dei pezzi di lingua fuori senso. L’interpretazione si fa certo con la parola, ma puntando all’estraneità, addirittura all’enigma, del corpo o di una frase intesa.

Per molti anni ho ricevuto in terapia un bambino di dieci anni che voleva pitturarsi di verde, dalla testa ai piedi, come il supereroe Hulk. Quando era contrariato, diventava molto agitato e molto violento, come il personaggio della Marvel. In seduta, dopo diversi mesi, ha potuto testimoniare del fatto che questa idea gli era venuta mentre guardava il cartone animato Hulk e, soprattutto, dopo una frase insignificante del padre: «Più tardi sarai grande».

Isolando questo significante da solo, nominando il suo effetto di estraneità per questo soggetto, la sua risposta – essere grande come Hulk – ha perso consistenza. La violenza cessò e il bambino si avviò su un’altra via di significazione, più elegante, di un tale pezzo di lingua.

Traduzione: Adele Succetti

*Articolo pubblicato in francese ne “La Cause du désir”, n. 108, luglio 2021
[1] M. Mannoni, Il bambino ritardato e la madre, Torino, Bollati Boringhieri, 1971.
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, p. 233.
[3] P. Bruno, À côté de la plaque. Sur la débilité mentale, in “Papiers psychanalytiques. Expérience et structure”, Toulouse, Presses Universitaires du Mirail, avril 2004, p.57.
[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, …o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.127.
[5] Cfr. J.-A. Miller, Le dernier enseignement de Lacan, “La Cause freudienne”, n.51, février 2002, pp.7-32.
[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.133.
[7] J. Lacan, Vers un signifiant nouveau, in Le Séminaire, livre XXIV, « L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre », leçon du 19 avril 1977, in “Ornicar?, nn.17/18, janvier 1979, p.14.
[8] Cfr. J. Lacan, La Terza, “La Psicoanalisi”, n.12, Roma, Astrolabio, 1993, pp.11-38.

Interventismo

Omar Battisti – membro SLP e AMP – Rimini – 22 marzo 2022

La guerra muove fantasmi, sintomi, angosce, inibizioni e ogni altra manifestazione del rapporto di ciascun uomo con la propria vita e la propria morte. Intervenire può diventare un imperativo spinto non si sa bene da cosa e da dove. Se non se ne vuole sapere da dove ciò che agita e spinge ad intervenire si muove, il rischio è di farsi giocare da una pulsione acefala che porta al peggio.

Intervenire in un conflitto risuona con qualcosa che tocca l’esperienza della psicoanalisi. Quando intervenire? In che modo? Con quali mezzi?

La parola non solo in psicoanalisi è il mezzo di un intervento ma anche il veicolo di qualche cosa che sta al seguito e non è affatto riducibile alle parole. Un insopportabile viene preso di mira nell’intervento con la parola. Mezzo e veicolo che paradossalmente è dalla parte sia del problema che della soluzione. Quando si interviene nel conflitto occorre avere prudenza, tuttavia, dato che non c’è garanzia alcuna dell’esito del proprio intervento, occorre anche una certa dose di coraggio.

Coraggio di fronte a ciò che Lacan chiama, nel seminario XXIII, “un rischio assoluto”. Gli effetti di un intervento, che in psicoanalisi potremmo mettere sotto l’egida dell’interpretazione, sono incalcolabili. Ma non si tratta per questo di intervenire così a caso, spinti appunto da qualcosa di non precisato; occorre seguire una logica altrimenti ogni intervento è destinato a non essere altro che “imbecille”.

Intervento militare, dunque? Le parole sono armi che possono provocare disastri al pari delle bombe, se non vengono maneggiate con cautela. Questo è ciò che l’esperienza psicoanalitica mette in primo piano e mi insegna.

Quindi prima di schierarsi apertamente contro questa o quella parte occorre la prudenza di cogliere quale sia la posta in gioco e fare attenzione alle conseguenze del proprio intervento. Pur se gli effetti sono incalcolabile l’etica della psicoanalisi non agisce a partire dalle intenzioni ma delle conseguenze imprevedibili che un intervento può scatenare, di cui si è responsabili pur non sapendo in anticipo quali saranno.

Freud considerava che il conflitto fosse tra istanze psichiche in antitesi. Ma con Lacan forse potremmo sostenere che «ogni formazione umana ha per essenza e non per accidente di frenare il godimento», per cui la posta in gioco è di frenare ciò che, se lasciato andare, porta al peggio.

La guerra chiama in causa un godere che si tratta di non lasciar andare verso il peggio. Il potere di ciascuno non è di certo quello di fermare eserciti o bombardamenti, ma di non lasciarsi andare al peggio che ci abita.

Rischio e traumatismo

Pamela Pace – partecipante SLP – Milano

La pandemia ha riproposto, in una forma inedita, il concetto di rischio dopo che, in Occidente, fu per primo il diffondersi dell’AIDS ad inaugurare e veicolare il concetto di rischio a livello globale. Ciò comportò innanzitutto l’assunzione, in un’eco faucoltiana, di una biopolitica in grado di introdurre sia una prevenzione sia un compromesso tra interessi politico-economici e la profilassi della vita. Sto riflettendo allora sul tempo attuale. Già nel Tractatus [1]Wittgenstein  evidenziava come le leggi di natura, seppur pretendono di spiegare e prevedere, non danno un senso agli accadimenti e, in “Note sul “Ramo d’oro” di Frazer”,  ribadisce: «[..]si può solo descrivere e dire: così è la vita umana»[2].

Al reale inedito e virulento del Covid oggi si aggiunge il rischio di un altro, seppur diverso, reale catastrofico, come ogni guerra è e comporta. Ciò che mi interroga è se tali rischi abbiano come rimedio una garanzia di protezione da parte dei vari riferimenti simbolici. Mi sono chiesta quanto una sorta di amministrazione strategica del rischio, da parte degli apparati dello Stato e del sistema sanitario, abbia scelto una strategia di governance, una logica che risponde più ad interessi economici  e di potere che umani, rinunciando  a mettere al centro il valore di una profilassi della società e il rispetto dei singoli cittadini. Tuttavia l’attualità, parafrasando Foucault, è una sorta di istante di fuga della costruzione storica, comporta la non-contemporaneità di quel dato momento storico. Se ne può dire solo poi. Tale riflessione mi riporta al concetto freudiano degli effetti del trauma come sempre in après coup.

E’ innegabile che il momento attuale sia traumatico, proprio tenendo conto di una serie di congiunture traumatiche: catastrofi naturali, virus, varianti Covid 19, guerre, femminicidi, baby gang. Tali irruzioni impreviste, continue del e nel reale quale destino hanno rispetto alla capacità di resistenza soggettiva, o meglio rispetto a quelle che Freud ha chiamato le forze del soggetto? Nella prospettiva data da Lacan,  il trauma ha sempre a che fare con il linguaggio e la relazione con l’Altro. Penso che le faglie,  i “buchi” del discorso ipermoderno, l’inconsistenza dell’Altro, promuovano un’incertezza e un disorientamento traumatici; un’inquietudine rispetto al rischio. La politica della psicoanalisi, come ha recentemente ricordato Alfredo Zenoni[3],  è una politica del sintomo e la clinica psicoanalitica ci orienta a tenere una posizione etica che metta al centro ciò che muove il soggetto, ciò che fa la sostanza della condizione umana: il desiderio e la conseguente responsabilità. La prospettiva della psicoanalisi ci rammenta che in fondo è il soggetto stesso a doversi implicare nel fare i suoi conti rispetto al valore traumatico del reale. Tale lettura contraddice ciò che il discorso massmediale veicola insistentemente: è dunque possibile pensare ad una sorta di traumatismo- o meglio per dirla con Lacan di troumatisme–  che pervade la società, l’esistenza umana, rendendo l’attuale un’epoca traumatica? La politica della psicoanalisi si oppone ad una sorta di “trionfalismo del trauma” che soprattutto il discorso mass mediale veicola rischiando di reificare il soggetto, e la responsabilità soggettiva, a mero oggetto-vittima delle diverse congiunture traumatiche, destituendolo da una sua implicazione soggettiva. Così leggo e per questo attribuisco valore alla presenza costante, in questo tempo traumatico, delle voci scese nelle piazze, in particolare delle presenze giovanili che, occupando gli unici spazi istituzionali a loro consentiti – le scuole e le piazze – si sono implicati assumendosi la responsabilità di far sentire la loro presenza e la loro voce. Dando cioè parola, nell’atto di presenza, al loro opporsi a tale reificazione ad oggetti vittime del discorso globale. Testimonianze di una capacità di resistenza che fa sentire una presenza attiva – in un’eco arendtiana – che possa svelare i buchi del discorso e del funzionamento simbolico del nostro tempo, così marchiato dall’inconsistenza dell’Altro e dal suo godimento.  Mi chiedo se la lettura che da più parti circola di una sorta di globalizzazione del rischio, del trauma e del  disagio della condizione umana abbia come effetto innanzitutto una offesa del sentimento della vita di cui Lacan parla nella Questione preliminare.

A tal riguardo la metafora heideggeriana degli Holzwege[4] – sentieri del bosco – ci orienta ad accogliere questo particolare momento epocale più come un’erranza che imbroglia e impegna ciascuno a sbrogliarsela che ad una lettura definitiva dei tanti imbrogli come trauma epocale.

[1] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, A.G.Conte (a cura di), Einaudi, Torino, 2009.
[2] L. Wittgenstein, Note sul “Ramo d’oro” di Frazer, Adelphi, Milano 1975, p.19.
[3] Conferenza La psicoanalisi si occupa di qualcosa di reale? Sezione Clinica Milano del 25/03/2022.
[4] M. Heidegger, Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze 1968.