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Alcune note sull’insulto in linguistica ed in psicoanalisi

Pasquale Mormile, Membro SLP e AMP,
Ischia, 3 ottobre 2022

Tullio De Mauro, noto linguista ed ex Ministro dell’Istruzione, in un’intervista rilasciata alla giornalista Alessandra Lemme nel febbraio 2016 circa l’uso politico dell’ingiuria, dell’insulto, a partire dal termine handicappato rivolto dall’Onorevole Gasparri ad un inviato delle Iene durante il Family day, attribuiva ciò ad uno scadimento del livello culturale medio ed insinuava il sospetto che questi fenomeni eccessivi servissero a velare una scarsa capacità di usare le risorse più appropriate della lingua.[1]

D’altra parte, già qualche anno prima, altri linguisti come Alberto Sobrero, “avevano colto la forte spinta politico-mediatica all’ostentazione del turpiloquio come ad esempio il «celodurismo» di Bossi, le corna di Berlusconi durante un vertice internazionale, il Vaffanculo Day inaugurato da Beppe Grillo[2]: una tendenza comunicativa, dunque, oltre le righe, con una caduta dello sforzo dialettico a vantaggio del facile effettismo”. Dulcis in fundo viene ricordata anche la parola sprezzante rivolta dal Capitano De Falco al Comandante Schettino “Torni a bordo, cazzo”, mentre la Concordia affondava.

Come può, allora, questo collasso dell’interazione dialogica, essere interrogato dalla psicoanalisi?

Vediamo innanzitutto come la sensibilità all’insulto non sia affatto una prerogativa della modernità, ma, come abbia a che fare piuttosto con la struttura del linguaggio stesso, con la sua potenzialità trasgressiva, metaforica, delinquenziale, che in quanto atto illecito, fa appello al Legislatore per essere sanzionato.

Già Tommaso D’Aquino, nella Somma Teologica,[3]aveva inserito l’insulto come peccato mortale tra i peccati di lingua, in quanto la contumelia, non meno del furto che detrae la ricchezza materiale, toglie ad un uomo l’onorabilità proprio perché una persona ama il proprio onore non meno delle proprietà.

Ancora nel medioevo, Dante, nel De Vulgari eloquentia e nella Divina Commedia, utilizza un lessico con diversi tipi di elementi bassi dall’ingiuria come puttana, bastardo, fica, cazzo, fino alla coprolalia, senza omettere le allusioni a malattie e menomazioni che pregiudicano l’integrità fisica quali guercio, sciancato, moncherino.[4]

Proprio Tullio De Mauro nel GRADIT[5] (Gran Dizionario della lingua italiana), nelle due aree semantiche più rappresentative (sessuale ed escrementizia), descrive con l’indicazione volgare 365 parole con una schiacciante prevalenza di quelle con riferimento sessuale.

J.-A. Miller riprendendo quanto scrive Lacan[6] a proposito dell’insulto come prima ed ultima parola del dialogo, fa riferimento nel suo corso su L’Orientamento Lacaniano[7], all’Iliade, dove appunto l’incipit e la fine sono contrassegnati da un insulto: “ubriacone e cane pazzo”.

Ritornando al GRADIT risulta che tra le parole volgari insultanti, la più antica parolaccia sia “puttana” unica che venga fatta risalire al secolo XII dando l’occasione a P. Trifone[8] di osservare come stranamente non venga nominato tra le ingiurie un altro significante “putta” che ha lo stesso significato di “puttana” e che è il termine passato alla storia in quanto compare in una battuta a dir poco insolente: “Fili de le pute, traite”. È una variante questa che compare, appunto, in un’antica iscrizione presente all’interno di un affresco della Basilica sotterranea di S. Clemente a Roma.

Il dipinto è databile a cavallo tra l’XI ed il XII secolo dopo il 1084, anno in cui le truppe di Roberto il Viscardo, devastarono il territorio del Celio e la stessa Basilica, evento che rese necessario edificare nuove mura tra le quali quella che ospita l’opera pittorica in questione.

Come sottolineato da Aurelio Ramaglia[9] le scritte tendono a formare una sorta di fumetto che illustra un miracolo del Santo, tra i più atti a colpire la fantasia popolare.

In breve, comandati dal boss Sisinno, tre servi dello stesso, Comari, Albertello e Carbonello, trascinano una enorme colonna convinti di trasportare Clemente che in questo modo sfugge alla cattura in maniera rocambolesca.

C’è un testo accanto ai personaggi della scena ove viene in primo piano l’ingiuria rivolta ai suoi servi da parte di Sisinno, che li insulta per renderli più efficienti nel tirare: “Fili de le pute, traite”.

Ritornando alle affermazioni di De Mauro, circa le scarse capacità di utilizzare le risorse della lingua nel turpiloquio, si può evidenziare che le cose non stanno proprio così. Lacan in effetti tira in ballo nella contumelia non solo “l’invettiva della guerra” bensì anche quella “dimensione di ingiuria in cui ha origine la metafora”.[10]

L’importanza della funzione della metafora era già stata posta da Lacan nella lezione del 21 gennaio ‘59 del Seminario[11], laddove parla della metafora come: “… necessità strutturale piuttosto che misteriosa operazione mentale primitiva, affinché si produca qualcosa dell’ordine del significato”. Nel prosieguo di quella seduta, descrive proprio la trasformazione del segno in significante e della messa alla prova del potere del significante “ … Lo si mette alla prova con ogni forma di sostituzione e quindi poco importa se viene sostituito ad altri significanti o a delle entità del reale” e ancora “… l’apice di questo processo viene raggiunto con il gatto che fa bau bau e il cane che fa miao miao” che “… è il modo con il quale il bambino sillaba i poteri del discorso ed inaugura il pensiero”.[12]

Per G. D’Alessandro, studioso del linguaggio giuridico “Le parole sono come plastilina: si modellano a seconda delle situazioni. Ecco perché – in linea di principio – qualunque vocabolo anche seggiola, prato o lapislazzulo, può diventare un insulto se proferito con tale intento”.[13]

A tal proposito J.-A. Miller, evoca nel significante l’uso insultante di “nomi supposti neutri”: nomi perfettamente innocui possono assumere un significato ingiurioso a seconda del contesto.[14]

Freud ad esempio, ne “L’uomo dei topi”, [15] riporta l’episodio nel quale Ernst in un accesso di rabbia si rivolge al padre, che l’aveva accusato di aver morso la bambinaia, con una serie di parole quali “Lampada! Asciugamano! Piatto!”, significanti per l’appunto neutri, che avevano il compito di degradare la funzione paterna.

L’insulto è dunque un uso del linguaggio che raggiunge la sua stessa costituzione: “l’uso dell’insulto che si può fare del significante è quello che prende di mira l’essere dell’altro. È un uso che prende di mira l’altro nel punto dell’indicibile. Ecco perché è un tentativo di dire la cosa stessa, di tentare di definirla come oggetto a piccolo, e così di trafiggere l’altro nel suo Dasein, nella merda che è”.[16]

Il tramonto del simbolico, a causa dell’irruzione del reale del godimento, con la comparsa dell’insulto, richiama la lettera inviata da Freud a Fliess il 30 maggio 1896, laddove “Il risveglio di un ricordo sessuale produce un eccesso di sessualità che impedisce la traduzione in parole”.[17]

In letteratura è presente un passaggio già evidenziato da Ph. Lacadée nel testo di Musil, I turbamenti dell’allievo Torless[18], nel quale è in gioco la comparsa, l’irruzione degli insulti, nel tentativo di metaforizzare un eccesso di disgusto, di ribrezzo e di vergogna associati al presentarsi “di qualcosa di inerente al sesso che si era inaspettatamente e senza nesso palese insinuato nei suoi pensieri”.[19] Ancora “… a Torless crescevano dentro degli insulti per i quali non sapeva trovare parole”.[20]

Nel panorama degli ultimi decenni, la cultura Hip Hop, soprattutto negli anni ‘70-‘80, è caratterizzata da un’attenzione particolare all’insulto considerando che “il rap proviene proprio dalla messa in forma dei rituali di insulto (dozens) nei quali il locutore eccelle nell’arte della replica”.[21]

Nel rap l’insulto mira proprio a ridurre ed annullare il valore dell’avversario e il rapper, di colore, indirizza contro l’avversario il suo stesso insulto razzista, per contrastare la discriminazione razziale portando con orgoglio il nome ingiurioso che gli è stato attribuito.

[1] P. Trifone, Brutte, sporche e cattive, Roma, Carocci 2022, p. 47.

[2] Ivi, p. 48.

[3] T. D’Aquino, La Somma Teologica, edizioni studio domenicano, Bologna 2014.

[4] P. Trifone, op. cit., p. 60.

[5] T. De Mauro, GRADIT Grande dizionario italiano dell’uso, Torino, UTET, 199.9

[6] J. Lacan, Lo Stordito, in Altri Scritti, a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 485.

[7] J.-A. Miller, L’Orientation Lacanienne, Le banquet des analystes (1989-1990), lezione del 6 dicembre 1989, inedito.

[8] P. Trifone, op. cit., p. 31.

[9] Ivi, p. 32.

[10] J. Lacan, La metafora del soggetto, in Scritti, Vol II, Einaudi, Torino 2002, p. 896.

[11] J. Lacan, Il Seminario, Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione, Einaudi, Torino, 2016, p. 195 e sgg.

[12] J. Lacan, La metafora del soggetto, op. cit., p. 896.

[13] G. D’Alessandro, Dizionario Giuridico degli insulti, gruppo editoriale Bonanno, Acireale-Roma, 2016, p. 9.

[14] J.-A. Miller, L’Orientation Lacanienne, Le banquet des analystes (1989-1990), op. cit., ibidem.

[15] S. Freud, “Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva, caso clinico dell’uomo dei topi” (1909), in Opere, Boringhieri, Torino, 1989, Vol VI, p. 44.

[16] J.-A. Miller, L’Orientation Lacanienne, Le banquet des analystes (1989-1990), lezione del 6 e del 13 dicembre 1989, inedito

[17] S. Freud, Lettere a Wilhelm Fliess, Boringhieri, Torino, 1996, p. 217.

[18] Cfr. Ph. Lacadée, L’éveil et l’exil, Enseignement psychanalytique de la plus délicate des transitions : l’adolescence, Cécile    Default, Nantes, 2007.

[19] R. Musil, I turbamenti dell’allievo Torless, Feltrinelli, Milano, 2020, p. 20.

[20] Ibidem.

[21] H. Bazin, La cultura Hip Hop, Besa, Nardò, 1995, p. 198.

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