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Perché tanto odio? Una tintura di io-dio e passerà tutto

Annalisa Piergallini, Membro SLP e AMP,
Ascoli Piceno, 30 settembre 2022, h. 2.05

Quando a diciannove anni mi iscrissi a psicologia ero già contagiata da quella che ritenevo un’infatuazione per la psicoanalisi, senza sapere che sarebbe stato amore. Allora il furor curandi non aveva ancora i connotati epidemici che ha oggi e le facoltà di psicologia erano solo due: Padova e Roma. Entrambe sufficientemente lontane. La scelta non era avulsa dal desiderio di fuggire dal mio paese, dalla mia famiglia e dal mio fidanzato: tutto il pacchetto mi appariva allora troppo confortante. Hahaha, come mi sbagliavo! Ma l’analisi ha svelato le truffe a cui mi sottoponevo e la risposta che trovai, dentro di me, era effettivamente sbagliata, come nella mitica battuta di Guzzanti. La verità è menzogna, come dice Lacan, ma trovarla non è come non trovarla. Solo che a fare la differenza occorre metterci del proprio e non una volta per tutte, ma ogni giorno.

La psicoanalisi è un fallimento? Interrogata da un caro collega, mi sono risposta che dipende tutto dal coraggio. Se ci si mette il coraggio è una vittoria, ma ogni volta che vacilliamo sul coraggio, ecco che anche l’analisi diventa un fallimento.

Il coraggio di seguire il proprio desiderio può vacillare anche anni dopo che un’analisi è terminata. Quando la via scelta non ci ripaga come vorremmo, magari anche in termini di denaro, di sicurezze, per esempio, ci può succedere di pensare di avere sbagliato tutto.

La mania di curare gli altri, per cui fioriscono, con la complicità degli psicologi, le scuole di counseling, va di pari passo con il rifiuto di volerne sapere. Si interrompe una cura o non la si fa affatto e ci si tuffa nel sostenere l’altrui sofferenza, se ci si riesce, allora significa che si è sani. Ci si tiene nel tenere in piedi gli altri.

Quasi ogni testo che ho dovuto sorbirmi all’università si prodigava nel tentare di dimostrare come Freud fosse superato, sì nella corsia di sorpasso, senza averne percorso la via. Ce n’era uno, in particolare, una storia della psicologia di un certo Schultz, che sembrava scritto apposta per screditare Freud. Io lo trovavo divertente tutto quell’odio per l’analisi e non faceva che aumentare la mia infatuazione. Se gente così importante e così inetta si affannava tanto per affossarla doveva esserci davvero qualcosa di sovversivo in questa giovane pratica, che si dichiarava già morta, come la letteratura o la pittura.

Una delle genialità di Lacan, ma anche in Freud c’era già, è che la psicoanalisi tiene in conto il suo limite. Non si può dire tutto, non tutto della pulsione è riassorbibile, il reale non si addomestica. Lo sapevamo già, Freud e Lacan ce l’hanno diversamente detto a chiare lettere; eppure penso che chiunque sia andato abbastanza avanti con la propria analisi abbia attraversato un periodo, anche molto lungo, di un certo odio per la psicoanalisi. Poi pian piano l’odio si trasforma in vergogna, la vergogna di esserci cascati, sebbene avvertiti, nell’illusione che la cura potesse arrivare anche là dove non può. Io mi sono sentita prima invasa dal godimento e come il reale è diventato un poco più gestibile ecco all’orizzonte profilarsi due mostri: la vergogna per la propria debilità e la paura della solitudine.

Sulla debilità e l’imbarazzo che ne seguiva ci è voluto del tempo per accettare che fossi stata così sciocca, ingenua, credulona. Io che mi beffavo di chi diceva, quel libro mi ha cambiato la vita, mi ero illusa che il mio libro, quello che andavo scrivendo in analisi, leggendo il mio inconscio, avrebbe cambiato tutto. No, non è cambiato tutto. Il libro come in un celebre geniale video di Bjork si scrive e poi si cancella. Resta il macigno, come un sasso, cosa morta, ma anche impossibile da uccidere, la propria pelle che brucia in un modo non dissimile da prima. Diceva Virginio Baio ‘amare il reale’, ma a me veniva spesso piuttosto: a mare il reale! È così amaro il reale, il corpo che soffre, che soffrirà e poi morirà. La mia prozia, davanti alla bara dov’era mio padre mi consolò come nessun altro, in un modo apparentemente brutale, ma autentico; stringendomi le braccia e guardandomi negli occhi, mi disse: dobbiamo arrivare al travaglio!

Avevo da poco conosciuto un reale insopportabile, i dolori del parto, ma lei mi parlava di un altro travaglio, a lei più vicino, ma prossimo a ognuno: il passaggio della morte. Quella stretta e quello sguardo mi incitavano a una cosa sola: al coraggio.

E così ogni giorno vacillo e a volte cado, ma cado effettivamente ogni volta che cedo sul mio desiderio. Se invece con la complicità di compagni coraggiosi, riesco a sentire, come scrive Castaneda, che la morte non mi ha ancora toccato, ecco che la verità scritta nel libro del mio inconscio si fa amore.

I peggiori detrattori dell’analisi siamo noi psicoanalisti, ogni volta che ci facciamo toccare dalla morte, cedendo alla viltà. Voglio che la morte mi colga da vivo, dice un mio caro amico pittore. Se ci lasciamo prendere dallo sconforto, se ci lasciamo vivere come se non avessimo aperto gli occhi sul reale, ecco allora la psicoanalisi viene investita dall’odio. Il percorso che abbiamo fatto e che proponiamo ai nostri pazienti diventa puro fallimento e rinneghiamo, per trenta denari o anche meno, quello che abbiamo scelto, che nel frattempo ci ha tolto i paraocchi, negando la possibilità, a chi vorrebbe, di fare un giro completo o anche un solo passo verso la dignità di essere umano, consapevole, con gli occhi aperti. Perché, nel frattempo che si gira intorno al buco, le cose cambiano davvero. Non tutte, non tutto, ovviamente, e se abbiamo creduto diversamente ebbene non c’è che una persona da odiare: noi stessi.

Vietato indugiare nella cabina elettorale, c’è nel regolamento delle votazioni. Mi affascinava quella regola, quando facevo la segretaria di un presidente di seggio che era mio padre e che mi amava al punto di non darmi mai una risposta. Vattela a studiare, cercala nel regolamento. Vietato indugiare nella cabina elettorale, vietato indugiare nell’odiarsi per la propria stupidità, vietato indugiare nel mare del godimento, vietato indugiare nell’odio, nell’io, nel dio della rinuncia e nella denuncia. Se altri possono servirsi di noi per fare anche un solo passo nella lettura del proprio inconscio, vietato indugiare nella melma del reale.

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