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Identità versus identificazioni

Francesca Biagi-Chai, Membro AME dell’ECF e dell’AMP
Parigi, 27 settembre 2022

—

Testo preparatorio alle 52sime Giornate dell’Ecole de la Cause freudienne, «Je suis ce que je dis», che si terranno il 19 e il 20 novembre 2022 online (per iscriversi : https://journees.causefreudienne.org/)

Durante l’ultima Giornata Questione di Scuola, il sintagma “Io sono ciò che dico” è stato identificato da Jacques-Alain Miller come una declinazione moderna del cogito cartesiano nel modo di un dizionario. Questo sintagma è apparso appropriato per rendere conto delle forme attuali del discorso, o meglio della sua riduzione. Una dichiarazione informativa e affermativa, data come indiscutibile, non vale più come atto di parola, potenzialmente dialettizzabile, ma come fatto. Il sapere, proprio come la conoscenza, scompare. Rimane solo la rivendicazione, cioè la volontà – e non il desiderio – che questo dato venga riconosciuto, quasi esclusivamente, solo in modo sociale e giuridico.

Questo modo di relazionarsi con l’altro consacra l’era del wokismo. Quest’ultimo si espande gradualmente e tende a prendere il posto del discorso del Padrone, che è troppo occupato dall’economia per prestarvi attenzione. Questo modo di farsi riconoscere modifica insidiosamente la lingua e le forme del pensiero.

Gli psicoanalisti non possono rimanere indifferenti a questa evoluzione nella misura in cui, in analisi, si tratta dell’essere parlante in quanto la parola vi determina un godimento che lo supera. Questo lo costringe, lo infantilizza, lo confonde, lo inibisce o lo tormenta. Questo è anche il valore di ciò che il soggetto ha di più reale: il sintomo. La psicoanalisi non ha altra scelta che affrontare il wokismo, a causa dell’estensione del diritto generalizzato e dell’aspetto totalitario che questa nuova forma di massima porta con sé.

Nato da un movimento militante afroamericano, il wokismo si è concettualmente distaccato dalla sua base pragmatica per arrivare alla costruzione di una filosofia politica che dovrebbe esprimere ed essere la coscienza delle oppressioni individuali. Il sapere è già lì, offerto, collettivizzato, motore di una presa di potere ideologica che non equivale affatto a una ricerca della verità. Infatti, una presa di potere impone lo stesso reale per tutti, a differenza della psicoanalisi per la quale esso può essere solo singolare. Questa pretesa di essere ciò che si dice, quello in cui si alloggia, si spinge fino a includere il corpo, e il corpo sessuato. L’incontro con il corpo proprio non è più un mistero, ma diventa occasionalmente un errore imputato alla natura stessa. Il riferimento alla natura separata dalla cultura che il wokismo vuole far esistere non può non evocare alcune teorie fasciste. La natura diventa quindi una base su cui tutto deve essere inventato, creato e investito di significanti nuovi. La cancel culture si posiziona qui.

Identità versus identificazioni

Io sono ciò che dico appartiene a tale creazione. La formula non equivale a un Io sono ciò che sono, che assume il sintomo. In effetti, in quest’ultima affermazione c’è una dimensione dichiarata di godimento, un “nel bene e nel male”, un “prendere o lasciare”.

Non si tratta nemmeno di Io sono ciò che voglio, perché il margine tra l’essere e la volontà mostra un’inadeguatezza e l’impotenza della volontà a imporsi sul soggetto è evidente. Io sono ciò che dico, invece, mira alla produzione di un’identità e pretende di rispondere ad essa.

In questo Io dico la parola precede l’essere, nel senso che lo assegna a una definizione prima ancora che si ponga la questione con il soggetto, come dice Lacan. Di conseguenza, sopprime ogni interpretazione, equivoca o meno, paradossale o meno, proprio come l’esperienza di godimento che lì vi è congelata, catturata dal significante dell’identità.

Affermando Io sono ciò che dico, si dichiara una certezza. Questa cortocircuita la dimensione del sapere poiché il soggetto, sulla base dei significanti comunitari e della loro china inflazionistica, al pari dell’operazione di un Nome-del-Padre, si vede come “nominato a” un’identità che, immaginariamente, lo fissa. Questa identità gli consegna allora un godimento che non è il suo. Nella misura in cui viene assunta come del reale, questa identità non costituisce una nominazione, nel senso dell’incontro tra un significante e il godimento, che fissa il nome del godimento proprio di un soggetto. Essa nega che non ci sia Altro dell’Altro e che sia il reale a venire in questo posto.

In questa sovversione del discorso del Padrone, che ne è del soggetto, delle identificazioni, del godimento, per non parlare del desiderio e dell’oggetto a che restano difficili da identificare?

Già nel 2005, Jacques-Alain Miller aveva sollevato, sulla base di un intervento di Éric Laurent,1 la questione del “relativismo senza sponde [delle teorie di genere] che pensano di poter riassorbire la molteplicità delle identità di godimento nella pluralità dei generi, senza resto”.2 “Un’impresa impossibile per Lacan”,3 Jacques-Alain Miller identificava così che si trattava di un rovesciamento: le identificazioni si sostituiscono alle identità, identità sessuali il cui non-rapporto fa enigma e rimanda queste identità sessuali al sembiante, se non altro attraverso le formule della sessuazione che vanno oltre l’anatomia. Le identificazioni sono qui emancipate, consegnate dall’Altro, e così facendo tappano, in un diniego della castrazione, l’accesso a qualsiasi risposta singolare veramente sinthomatica. Polverizzando questi limiti, i nomi che “appaiono come eccedenze”4 sono dell’“ordine della creazione […] rispetto all’invenzione del reale”,5 cosa che Lacan evoca nel seminario del Sinthomo? Possiamo dire che qui abbiamo a che fare con identificazioni che Jacques-Alain Miller ha qualificato come trans–sessuali6 perché si basano sul tratto unario? Si tratta allora di prelevare questo tratto, di isolarlo in S2, significanti in cui l’S1 sarebbe congelato o assente, ridotto a un’immagine o a una sensazione corporea indefinibile catturata da S2. In altre parole, degli S2 che vengono scambiati per degli S1, sciami di certezze identitarie, da cui deriva la cautela con la quale ci avvicineremo a tali soggetti. L’attenzione sarà focalizzata sulla discriminazione clinica della certezza. La clinica ritrova qui i suoi titoli di nobiltà in un simile contesto di spinta alla nominazione. Perché questo sfocia in realtà in una spinta alla debilità, cioè all’impossibilità di tenere un discorso, “contro il quale non c’è per l’appunto alcuna obiezione mentale”.7

In un certo senso, il dizionario moderno produce identità dall’aspetto sinthomatico, ma che possono solo fallire a dire il parlessere. Al contrario, in una cura, una nominazione permette “che le chiacchiere, in senso stretto, si annodino a qualcosa del Reale”,8 e porta a “stabilire questo rapporto tra il senso e il reale, non a intendersi con l’Altro sul senso, [che è ciò che fa il wokismo], ma ad aggiungere al reale qualcosa che abbia senso”.9

Certezze e conseguenze per la clinica

La psicoanalisi ha un rapporto stretto con il soggetto della certezza cartesiana, tanto più in quanto è, secondo Martial Guéroult, “puntuale ed evanescente”.10 È così che il cogito, lungi dal chiudere la faglia, fornisce le basi dell’inconscio. Inconscio che testimonia di un soggetto non trasparente a se stesso: il soggetto diviso. O “penso dove non sono, dunque sono dove non penso”.11 Ma questo soggetto non può essere solo quello delle formazioni dell’inconscio. Sarà necessariamente bucato dall’introduzione del concetto di godimento. In senso stretto, è il “cogito lacaniano” che introduce il godimento legato all’oggetto a, al corpo parlante, trans–strutturale che dà all’inconscio il suo nome lacaniano: parlessere. Questo cogito “non consegna un Io sono, ma […] un Si gode che richiederebbe un egli. […] (egli) Si gode”.12 È il percorso che, in un’analisi, va dal sintomo che disturba al nome di godimento, messo a nudo, che scopre il posto da cui il soggetto parla, una certezza allora intravista. Quanto alla certezza psicotica, essa dà occasionalmente il suo rimedio, la sua soluzione al soggetto, situandolo nell’Altro – soluzione psicotica, a carattere strettamente privato, unico.

Ripristinare la dimensione dell’inconscio, di fronte a questo nuovo disagio, è il compito che spetta alla psicoanalisi. Innanzitutto attraverso l’interpretazione dell’insidiosa ideologia che cerca di rimodellare i discorsi in profondità: “Il padrone di domani è da oggi che comanda”.13 Questa interpretazione ci è permessa grazie all’elaborazione di Lacan, del suo ultimo insegnamento. In esso vi unisce, condensandoli, dei significanti della clinica che fino ad allora erano stati separati. In questo modo, fa apparire dei neologismi che includono la dimensione del godimento come ineliminabile, come lalingua o il parlessere. Ci permettono di andare verso il soggetto, sottomettendoci, come raccomanda Lacan in relazione alla psicosi, alle posizioni propriamente soggettive. Fare spazio a ciò che è risultato congelato, fissato nell’identità, senza puntare alla decostruzione o alla divisione ci permette, con la necessaria finezza clinica, di scongelare dei significanti coagulati. Si tratta allora di tirarne fuori il valore di difesa salutare o, al contrario, mortificante, ripristinando così l’inconscio del desiderio, o della supplenza e del sinthomo.

Traduzione: Adele Succetti

—

[1] J.-A Miller, Pezzi staccati: introduzione al Seminario XXIII «Il Sinthomo», Astrolabio, Roma, 2006 lezione del 1° giugno 2005.

[2] Ivi, lezione del 18 maggio.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, lezione del 1° giugno.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII, « R.S.I. », leçon du 11 mars 1975, inédit.

[9] J.-A Miller, Pezzi staccati: introduzione al Seminario XXIII «Il Sinthomo», op. cit., lezione del 15 dicembre 2004.

[10] J. Lacan, “La scienza e a verità”, Scritti, Einaudi, Torino, 2002, p. 862.

[11] J. Lacan, “L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud”, Scritti, op. cit., p. 512.

[12] J.-A. Miller, “L’économie de jouissance”, La Cause freudienne, n. 77, février 2011, p. 135.

[13] J. Lacan, Lacan quotidien, n. 710, 30 mars 2017, disponibile qui : http://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2017/05/LQ-710-B.pdf

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