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L’imprevisto figlio/a trans

Mary Nicotra
Membro SLP e AMP – Torino, 20 novembre 2022

—

In questo breve testo porto una piccola esperienza che mi interroga e che si situa nel crocevia del legame familiare quando questo è toccato da un reale che, se non trova le sue vie per bordarsi, sfocia in violenza agita e psicologica tra genitori e figli.

Recentemente, negli ultimi anni, anche in Italia assistiamo ad un’esplosione di un “fenomeno” che prende il nome di “disforia di genere” in giovani e adolescenti. Nel caso specifico di individui minorenni i genitori sono implicati a pieno titolo. Diventa sempre più frequente che dei genitori si rivolgano ad un’istituzione o a uno psicoterapeuta per affrontare le istanze portate dal figlio o dalla figlia.

In questi incontri emerge una enorme difficoltà da ambe le parti (genitori e figli) che sfocia spesso, non sempre, in scontro tra “verità” dove una produzione dialettica è quasi impossibile. Sono incontri difficili poiché mettono in rilievo quanto per ciascuno di loro, uno per uno, sia difficile o impossibile cedere qualche briciola del proprio godimento per far posto al legame.

Mamma, papà sono trans!

Davanti a questa affermazione del figlio o della figlia, i genitori navigano in un disorientamento generalizzato. Le reazioni sono le più variegate e testimoniano, nella loro singolarità, la produzione di un ‘impossibile’ che alcuni cercano di bordare, altri non ne vogliono proprio sapere nulla.

Per citare solo alcune frasi emerse in alcuni colloqui:

– B. chiede alla figlia di “inchiodarsi” alla biologia.

– C. chiede al figlio di allontanarsi da casa andando a vivere dai nonni.

– D. dice di essere addolorato ma prova a fare con la complessità di questo “imprevisto”.

– F. ritiene che sia una crisi di passaggio e che passerà

-G ritiene che va tutto bene purché stia bene lui.

– H ritiene che siano tutti capricci, a 17 anni non si può sapere ancora nulla della propria sessualità

– I dice di essere disorientato e chiede ‘aiuto’ per capire cosa succede.

– L si chiede cosa hanno sbagliato loro…

– M chiede di ‘guarirlo’ perché è una malattia

– N è pronto ad aiutare il figlio ma è molto in difficoltà rispetto allo sguardo sociale

La ‘bruciante’ questione del nome 

Il figlio chiede di essere chiamato con un nome femminile o la figlia chiede di essere chiamata con un nome maschile, c’è chi anche sceglie un nome neutro. La questione del nome è tra le prime che sorge ed è quella che spesso incontra molte resistenze da parte dei genitori.

Questo strappo del simbolico tocca spesso dell’insopportabile per la coppia genitoriale o per uno dei due genitori e, dunque, nonostante l’evidente disagio e sofferenza mostrata dai figli, si continua a nominarli con il nome della nascita. L’unico nome accettabile per loro.

Come sopportare che Il nome dato alla nascita, il desiderio che ha legato la coppia, la cultura che ha anticipato il senso del suo crescere, il sistema di miti, fiabe e racconti che hanno contribuito alla costruzione della realtà sociale in cui loro sono cresciuti e si sono immersi hanno preso una via imprevista e non conforme per quel figlio rispetto alla biologia?  Come sopportare che questo figlio o questa figlia, come soggetto marchiato dai primi significanti provenienti dall’Altro, non concatena dei significanti conformi al sesso attribuito biologicamente alla nascita?

Con Lacan abbiamo imparato che il soggetto, marchiato da questi primi significanti che lo alienano all’Altro, deve scegliere di dare loro un senso concatenando altri significanti.

Il significante, che è nel campo del Simbolico, produce significazioni molteplici che diventano parte del campo immaginario. L’accezione di uno stesso significante – ad esempio uomo oppure donna ‒ può generare molti significati immaginari. E l’immaginario si nutre anche degli immaginari che si producono nella cultura di un’epoca.

Dunque, ciò che succede è che nuovi immaginari che circolano nel discorso sociale fanno traballare alcune certezze epocali che si fondano sul dimorfismo sessuale e sulla dicotomia uomo-donna. I giovani e gli adolescenti sono antenne privilegiate del nostro tempo e sono sensibilmente toccati e intercettano la proposta che è veicolata dai media, da internet che è anche il riflesso di un clima dell’epoca. Per alcuni individui sembra coincidere con la soluzione che permette loro di trattare un disagio, una dissonanza con il proprio corpo e produrre un annodamento vivibile attraverso una soluzione sintomatica di immaginario, simbolico, reale.

Nelle complesse formule della sessuazione Lacan sostiene che la scelta della posizione sessuata, per ogni parlessere, si produce a partire da come si situa rispetto al significante fallico. Il significante fallico è senza dubbio bussola del desiderio del soggetto, ma non costituisce alcuna garanzia dell’atto di parola. Ogni soggetto si situa in relazione alla sessualità attraverso la sua parola. Il processo della sessuazione non proviene dalla biologia né dal contesto culturale, ma dalla logica del discorso propria a ciascuno. Lacan con le formule della sessuazione1 aveva già operato questa disgiunzione tra biologia e godimento.

Ciò che emerge nell’incontro con giovani adolescenti è che questa proposta che intercettano, unita al prendere atto che anche altri individui hanno conosciuto e attraversato una sofferenza che fa eco alla loro, li strappa da un isolamento difficile da sopportare.

Questa proposta che scollega il corpo che gode dal determinismo biologico assume per alcuni la soluzione per trattare un reale indicibile e trova la sua via attraverso invenzioni particolari e bricolage che permette di trovare dei modi per bordare il buco simbolico e non rimanere ostaggio del proprio godimento, fuori discorso.

Per altri diventa un punto di partenza per dipanare una confusione che vibra con un malessere nel corpo portando un proprio dire nelle sedute.

Per chi è chiamato non in una posizione di psicoanalista ma in una posizione interlocutoria dai genitori, si tratta di accogliere il discorso che si produce, non senza tener presente ciò che disse Lacan:

L’impasse sessuale secerne le finzioni che razionalizzano l’impossibile da cui essa proviene. Non dico che siano immaginate, ma come Freud vi leggo il richiamo al Reale che di esse risponde2

La domanda sorge spontanea:

come possono trattare la complessità che inevitabilmente attraversa la loro vita genitoriale e accogliere che per i loro figli si è prodotta una “disforia di genere” come effetto di un reale impossibile da sopportare nel corpo?

Alcuni di questi genitori si affidano a un lavoro individuale con un counselor, altri si iscrivono a delle associazioni di genitori LGBTQ+ per trattare quel reale e risignificare l’esperienza che tocca la propria vita, altri non ne voglio sapere proprio nulla, ancorati alla certezza che guida la propria vita e rigettano la certezza del/della figlio/a.

Il 20 Novembre di ogni anno vi è una ricorrenza mondiale nella quale si ricordano tutte le vittime di transfobia. Questo numero è sempre molto alto, fa eco ai femminicidi, con una differenza però; nell’universo T anche il numero delle persone che si suicidano è significativo. Molti di loro, sono soprattutto molto giovani.

Questioni complesse che toccano la società, la famiglia, ogni individuo.

Siamo dunque chiamati, sempre più, ad accogliere la complessità delle nuove manifestazioni sintomatiche che si gioca nelle vite delle persone che bussano alla nostra porta o che ci interpellano nelle istituzioni con le quali collaboriamo.

—

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p. 73.

[2] J. Lacan, “Televisione”, in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 526.

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