Omar Battisti
Membro SLP e AMP, Longiano, 3 dicembre 2022

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“Le risposte che sono abituato a dare sono delle improvvisazioni.
Voi mi date una nota musicale, con una domanda, poi cerco di trovare la nota
che risponde e questo crea una piccola aria.

Nel jazz si chiama una “jam session”. Adotto questo termine.
Quindi proveremo a fare una jam session”

Jacques-Alain Miller, “Sortir de l’âge du père. 20 avril 2013”, Miller TV, 2022.

I real book usati nelle jam session non sono spartiti. È una traccia, un canovaccio. Chi suona non legge musica scritta, legge musica non scritta? Davis sosteneva: “Non suonare quello che c’è, suona quello che non c’è”. Poi vengono le trascrizioni, pratica di traduzione dell’orale allo scritto. Miller è così che stabilisce il testo dei Seminari di Lacan. Lacan stesso ci gioca su questo termine nella postfazione dal Seminario XI, sostenendo una differenza fra trascrizione e scritto: “Una trascrizione, ecco un termine che scopro grazie alla modestia di J.-A. M., Jacques-Alain, Miller di cognome: quel che si legge passa-a-traverso la scrittura restandone indenne”.1

Perché allora non parlare di etica dell’improvvisazione? Etica rimanda a responsabilità a rispondere. Un modo di rispondere che non si basa su un sapere scritto a priori, ma su un sapere non saputo a priori. Non per fare una mistica del non sapere quanto per sostenere una posizione scomoda, in cui ciò che è in causa non è già scritto ma deriva senza volgere al peggio. Deriva dal “maneggiamento del reale”, dal maneggiamento della materia stessa con sui è fatta la musica: il tempo.

Non si tratta di una creazione ex-nihilo come nelle composizioni precedenti al XX secolo, dove è a partire dal nulla che si mette in forma un’opera. In una jam session si manipola qualcosa che c’è. Qualcosa che è dell’ordine del reale con cui occorre fare i conti. Non partendo da un dovrebbe essere. Si cerca di orientare in modo improvvisato quello che arriva, emerge nel “mistero dell’istante”. Si sente una nota e si risponde con un’altra nota, “questo crea un’aria”. Interessante parlare di aria e non di riff parlando di jam session. C’è un equivoco qui in gioco: si crea un movimento prova a rispondere alla fissità del reale? se quello che c’è è reale, fisso, inamovibile, l’improvvisazione corre il rischio di orientare una risposta senza alcun sapere a priori, ma a partire da un non sapere avvertito. Avvertito dalla necessità di dar luogo ad una conversazione. Ovvero: provare a rendere chi parla colui che ascolta ciò che dice per arrivare a trarne tutte le logiche conseguenze. Non è questa una delle poste in gioco nell’analisi?

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[1] J. Lacan, “Postfazione al Seminario XI”, Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 501.