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L’intruso

Pietro Enrico Bossola, Membro SLP e AMP, Milano, 2 dicembre 2022

_______

Gli ultimi avvenimenti di Pantelleria sono legati a una politica che si ripete ormai nella sua gravità.

Proviamo a vedere a cosa risponde al di là della propaganda e dell’uso degli avvenimenti come cavallo di battaglia per dimostrare nei fatti e nel linguaggio una decisa mancanza di volontà degli europei ad avere un orientamento comune rispetto al fenomeno epocale dell’immigrazione.

Sicuramente la migrazione degli ultimi verso i paesi strutturati economicamente e socialmente è una delle questioni del futuro.

È vero che le migrazioni ci sono sempre state. Nell’antichità abbiamo avuto tante guerre di contenimento per limitare lo spostamento delle genti, ma sappiamo di tantissime situazioni, invece, di assorbimento di queste nel paese in cui volevano andare. Siamo tutti frutto di un mescolamento. Siamo tutti meticci in qualche modo. La modernità, invece, con il concetto di nazione, impone un ideale di uniformità, di razza, di cultura possibilmente di lingua e religione.

Gli americani alcuni anni fa parlavano del fatto che “dovevamo mantenere il proprio stile di vita”.

Per gli europei la questione è piuttosto quella di salvare la nostra civiltà.

Il principio di sicurezza oggi dominante ha a che fare con la necessità di preservarci in fondo da qualsiasi pericolo che può arrivare dall’interno del paese da persone o da situazioni che mettono a rischio lo status quo di ognuno.

L’identità, di cui si parla tanto, è sostenuta, attraverso i modi di vita, piuttosto che dalla cultura, dal modo di lavorare e dall’organizzazione sociale, ma è altrettanto sostenuta dalle tradizioni, dai modi di comportarsi, vestire, mangiare; in altri termini l’identità e il modo di godere collettivo sono strettamente intrecciati. In questo non c’è nulla di nuovo, tutto ciò che porta all’identità della nazione, in realtà è un trattamento del godimento che permetta alle masse di ritrovarsi e “condividere” lo stesso spazio. La nazione in fondo è questo trattamento.

Ora lo straniero, l’estraneo è portatore di un godimento altro che può essere minaccioso e può mettere in discussione i meccanismi che rendono possibile un godimento “socializzato”, se così si può dire. La paura è quella di trovarsi di fronte a una sottrazione di godimento a favore di un godimento estraneo appunto, oppure a un disfunzionamento sociale che comporta anch’esso una perdita.

Queste cose le abbiamo viste, sappiamo che una certa politica punta su questo punto per ingenerare la paura e l’angoscia; è una vecchia tecnica politica che ha come fine quello di chiudere le porte. È una chiusura nel proprio luogo attivando le mura di protezione. Ma quel che è successo ha una differenza; certo gli ingredienti di base sono quelli che dicevo, ma sappiamo anche che l’angoscia e la paura possono essere usate strumentalmente al fine di un certo progetto politico. Sappiamo anche dell’effetto inconscio che questo modo di far politica produce nei soggetti: abbiamo un rovesciamento, nel senso che l’estraneità che proviene dall’esterno diventa un’estraneità presente nel soggetto stesso, perché ciò porta con sé un’inevitabile “squilibrio” nel modo di godere.

La percezione, anche solo immaginaria, di ritrovarsi di fronte a un “disturbo” del proprio godimento”, apre un vuoto soggettivo, si rischia di perdersi. Il rapporto tra il proprio e l’altrui godimento è traumatico, soprattutto perché vi è un accostamento al reale che il soggetto tende a tenere fuori di sé.

La tendenza espulsiva non è tanto rivolta al corpo estraneo che si presenta; il soggetto tende a espellere, a non volerne sapere di un reale che si percepisce.

Ciò che si è presentato a Pantelleria è, però, un altro significante: l’intruso.

L’intruso porta qualcosa di diverso: evoca un aspetto ancora più inquietante rispetto allo straniero, perché si tratta di un certo rapporto con la soglia.

Lo straniero in sé bussa alla porta, gli si apre e iniziano i convenevoli simbolici per farlo entrare e, se non è gradito, lo si respinge. In ogni caso lo straniero diventa parte del sistema simbolico della comunità anche se rimane in una data posizione. In fondo non è più “straniero” se è stato accolto, perché entra in un insieme comunitario a cui viene riunito.

A Pantelleria, le persone che arrivavano invece tramite le ONG entravano dalla porta sbagliata.

In Italia arrivano migliaia di naufraghi tramite la guardia costiera e di questi non ne sentiamo parlare.

Coloro che arrivano tramite altri stranieri o comunque persone non gradite perché accusate di favorire il viaggio in mare, ricevono il divieto di passare la soglia e se provano a forzare tale rifiuto diventano degli esclusi.

A quel punto non c’è alcun riconoscimento simbolico, sono niente, possono anche morire in mare. Il destino dell’intruso non importa a nessuno, perde ogni soggettività, si perde.

È un residuo, come ebbe a dire il ministro Matteo Piantedosi, è un vuoto a perdere.

Non può passare la soglia, è nel puro esterno, fuori dalla soglia che indica il punto di entrata simbolica.

Rimane senza diritto, se non c’è una forma di ricevimento, rimane un corpo estraneo che insiste per entrare.

Come dice Jean-Luc Nancy, parlando dell’intruso: “La sua venuta non cessa”[1], cioè il suo venire rimane senza tempo, in una sospensione e rimane come colui che procura un disordine nell’intimo di ognuno. Si provoca qualcosa di inaccettabile, è un oggetto non ricevuto con tutto ciò che questo significa.

La cosa grave è l’irresponsabilità di coloro che sono obbligati a ricevere, perché la legge del mare obbliga a farlo. Non si può lasciare un umano nel niente del mare. Altrimenti passa l’idea per cui un soggetto può essere lasciato morire.

Se passa questo, non siamo lontanissimi in fondo dai campi di concentramento e dai gulag, nel senso che esiste una tendenza culturale, ideologica che si rifà alla necessità umana, che si presenta talvolta, di riduzione dell’Altro a niente.

Lo straniero se insiste può fare intrusione in quanto, non essendo passato dall’atto di ricevimento, non passa nemmeno dal simbolico. Se si vuole siamo vicini al meccanismo del rifiuto.

Lo straniero se è entrato dalla soglia del simbolico, può diventare parte della collettività. Altrimenti resta un potenziale intruso che è un nome dell’inquietante e dell’insopportabile. È come avere un intruso in casa.

Nel nostro caso c’è stato un tentativo di produrre intrusi, con l’obiettivo di accusare le ONG e i “paesi europei” di essere in una posizione di ostilità nei confronti dell’Italia.

Per converso le ONG sono considerate responsabili nel favorire l’intrusione, con lo scopo di creare nel paese uno stato di insostenibilità. Sono dei privati che portano alla soglia lo straniero forzando la porta che vogliono tenere chiusa. Solo lo stato può occuparsi del problema. Le ONG sono portatrici di un pericolo perché evocano la forzatura, indicano una volontà di forzatura per creare un’angoscia collettiva.

Invece i paesi europei sono coloro che non vogliono condividere il problema. In Italia abbiamo un modo di esprimere il nostro rapporto con l’istituzione europea che passa, per esempio da frasi di questo tenore: “portiamo il problema in Europa”, come se essa fosse un corpo estraneo all’Italia e come se noi italiani non fossimo parte della Comunità Europea.

Questo è un atteggiamento che forse c’è da sempre; in questo caso è enfatizzato per marcare il fatto che, al fondo, è l’Altro che vuole disporre o imporre una sua modalità di posizioni. L’Europa è l’esterno con il quale siamo in relazione, senza renderci conto che noi siamo parte interna dell’Europa. È una sorta di infantilismo: la cosa è voluta dall’Altro non barrato, a cui si risponde attraverso un atteggiamento rivendicativo.

C’è sempre stato da noi un atteggiamento di distanza da un’autorità superiore, ciò avviene anche al nostro interno: lo stato non è benevolo, vuole sempre qualcosa da noi e nello stesso tempo non da, ciò comporta un atteggiamento del soggetto improntato al tentativo di strappare qualcosa. Lo vediamo nel rapporto con la burocrazia: domandare anche un semplice documento è una fatica.

Insomma, nel nome degli interessi nazionali, lo straniero talvolta è posto nella posizione dell’oggetto niente come strumento politico per affermare la sovranità contro un progetto operativo che prevede una cessione, appunto di sovranità, per un guadagno collettivo.

Il fondo di questo si basa sulla difesa di una padronanza sempre minacciata dall’Altro, la quale deve rimanere tale, per perpetuare uno stato di minorità nazionale e personale. Si rimane a livello della rivendicazione attuata da soggetti che, al fondo, temono l’esclusione o che per lo meno non sono tenuti nella debita considerazione.

La logica non è mai quella del partner. In fondo siamo nell’eterna ricerca del padrone o nel pensare qualcuno come padrone a cui assoggettarsi e nello stesso tempo nella posizione di soggezione per mantenere un rapporto di minorità che toglie il soggetto dalla responsabilità.

Il “progetto” politico sottostante prevede una delega a un padrone che però si vorrebbe apparentemente mancante. Possiamo vederla come la posizione di un adolescente che così facendo, può sopportare la sua insufficienza perché il padrone non è da meno, anche se non ci crede.

Pantelleria è il tentativo di confermare questa disposizione nazionale: mostrare che il padrone non barrato esiste.

____

[1] J.-L. Nancy, L’intruso, Cronopio, Napoli, 2019, p. 11.

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