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Giustizia e violenza: cornute e mazziate?

Aurora Mastroleo, partecipante alle attività della SLP, Milano – 18 Febbraio 2023

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A gennaio sono stata sorpresa dal constatare che solo alcune voci dei circuiti a contrasto della violenza di genere abbiano richiamato l’attenzione sulla recentissima entrata in vigore della Riforma Cartabia. Il 23 gennaio sulla stampa nazionale circola il comunicato stampa “Il grido di allarme di Differenza Donna: la Riforma Cartabia viola la Convenzione di Istanbul. Correggere subito o aumenteranno femminicidi”.1 La Convenzione di Istanbul è una Legge del Consiglio d’Europa del 2011 riguardante il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e alla violenza domestica, ratificata dallo Stato Italiano ben 10 anni fa.2 Qualche giorno dopo si aggiunge la posizione del Centro Antiviolenza Renata Forte, espressa direttamente all’onorevole Rocella, oggi a capo di quel Ministero che l’attuale Governo ha incisivamente voluto ribattezzare “della famiglia, la natalità e le pari opportunità” … manca solo “il focolare”. Sottolineano che nella Riforma non è specificata la facoltà della vittima di violenza di rifiutare la mediazione che l’imputato può richiedere al fine di trarre uno sconto sulla pena, anche una sospensiva. Tale vuoto normativo fa paventare l’ipotesi che “l’assenza della vittima all’udienza per la quale è stata citata, senza legittimo impedimento, equivalga a remissione tacita della querela”3, cioè la fisiologica estinzione del procedimento e quindi il proscioglimento dell’artefice. In effetti, mancando i principi normativi che consentirebbero di orientare il procedimento in caso di rifiuto, si rischia di imporre – certo non per legge ma di fatto – l’obbligo di incontro tra la donna che ha denunciato e l’uomo violento. Importante allora ricordare che dal 2009 lo Stato Italiano ha istituito centri finalizzati alla riabilitazione e risocializzazione di uomini maltrattanti, trasformati a maggio 2022 – con disposizione di legge sempre sotto il ministero Cartabia – in CUAV, Centri per Uomini Autori di Violenza. La trasformazione del nome colpisce: tra il “maltrattante” e il “violento” scorre un’escalation che merita attenzione.  Strappando all’angoscia la sua certezza, l’agire violento assicura al soggetto un più di godimento che viene al posto della parola, è espressione diretta di un soddisfacimento pulsionale, “è la soddisfazione della pulsione di morte”4.  “Uomini Autori di Violenza” non è una banale insegna come tante, poiché sotto di essa è possibile accomunare, isolandoli, i fratelli di godimento. Vi si può convogliare una nuova forma di segregazione, in grado di scatenare la netta contrapposizione immaginaria uomo-donna e offrire il fianco al più becero maschilismo. Interessante allora registrare che già dallo scorso settembre diverse organizzazioni afferenti alla Rete anti-violenza avevano denunciato il forte sbilanciamento in relazione agli accessi effettivi avuti negli anni nell’erogazione dei finanziamenti ai CUAV.5 Dopo quasi un secolo riaffiora la rigida e arbitraria divisione uomo-donna d’antan, calcomania di vittima-carnefice. A quale ulteriore svolta del discorso sociale stiamo assistendo? La storia ci insegna che la visione stereotipata del genere ripartita tra sesso forte e sesso debole va di pari passo con l’ascesa dei movimenti fascisti che sponsorizzano il dominio sull’etheros e incentivano l’aggressività, la denigrazione e l’odio per il femminile.

Allora, la preoccupazione espressa dal Centro Renata Forte che “la donna che rifiuti di incontrare l’uomo che ha denunciato potrebbe essere considerata responsabile della mancata redenzione dello stesso” non suona poi così infondata. In effetti la necessità di Stato di riabilitare i violenti non dovrebbe far dimenticare che l’Italia si distingue in Europa per una precipua debolezza nella protezione delle vittime di violenza e di garanzie circa la vittimizzazione secondaria6. Ad esempio quel rischio – frequentemente confermato dalla cronaca – di ritorsioni o di vere e proprie forme di vendetta a cui le donne che intraprendono il complesso iter della denuncia di violenza sono esposte. In nome della “riparazione sociale” la mediazione avrà come conseguenza la sbrigativa ricomposizione di quella diabolica coppia di godimento uomo-donna della violenza, che prima si intendeva in ogni modo separare. Ora, invece, la coppia sarà chiamata a darsi appuntamento, sotto lo sguardo caritatevole di un filotto di mediatori, riuniti, come novelli padri misericordiosi, per redimere il violento e riconciliare la coppia.

Per queste ragioni ritengo che l’attuale riforma, firmata da una donna e approvata in legge dalla prima donna a capo del Governo, si rivela essere un autogoal “tutto-donna”: triste conferma che il femminile, indice di un irriducibile all’ordine fallico, fa orrore a molte donne, oltre che ad alcuni uomini. Se consideriamo l’ordinamento legislativo di uno Stato come una “difesa dall’orrore del potere” – potere sempre sotteso al legame sociale- 7 allora possiamo attenderci una veloce riorganizzazione di tale orrore, che non sembra proprio deporre a favore del rispetto del femminile e tantomeno della diminuzione della violenza contro le donne.

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[1] https://www.differenzadonna.org/wp-content/uploads/2023/02/CS-23gen23.pdf

[2] Legge n. 77/2013 emanata sotto la XVII Legislatura.

[3] https://www.iltaccoditalia.info/2023/01/26/il-centro-antiviolenza-renata-fonte-incontra-la-ministra-roccella/

[4] J.-A. Miller, “Bambini violenti”, in Adoviolenza. La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti (a cura di) P. Bolgiani, Rosemberg &Sellier, Torino, 2020, p. 15.

[5] Noidonne.it 14/09/22: “Subito un tavolo di revisione con le associazioni per modificare il documento sui requisiti minimi previsti per i C.U.A.V”

[6] Nell’ottobre 2020 lo Stato Italiano è stato nuovamente condannato dal Consiglio d’Europa per la scarsa tutela di vittime di reati violenti dai rischi di vittimizzazione secondaria in occasione dei procedimenti penali.

[7] E. Laurent, “L’orrore del potere”, in Ma che vuole l’Italia?I paradossi della colpa: potere, donne, corruzione (a cura di) R.E. Manzetti, Borla, Torino, 2011, p. 55.

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