Gérard Wajcman, Membro dell’ECF e dell’AMP, Parigi
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Articolo pubblicato in francese, il 5 marzo 2023, nel n. 296 di Hebdo-Blog, disponibile qui: https://www.hebdo-blog.fr/de-la-civilisation-et-de-la-guerre-1-la-guerre-nous-regarde/
Non si potrebbe trovare titolo più azzeccato per aprire oggi questa “Cronaca del disagio” di quello dato da Katty Langelez-Stevens al suo editoriale dell’Hebdo-Blog dell’11 aprile 2022 [1].
Sì, la guerra ci riguarda, da molto vicino, soprattutto quando lo scorso 24 febbraio si conta un anno di guerra dall’invasione russa in Ucraina, e allo stesso tempo, alla fine di questo anno di guerra, la prospettiva di una fine prossima a venire sembra ancora allontanarsi.
La guerra è un nostro evento, oggi e senza dubbio domani. È necessario tenerne conto.
Capriccio meteorologico inatteso sotto i nostri cieli impassibili, fino alla sera del 23 febbraio 2022, la guerra in Europa aveva dell’impossibile. E il 24 mattina, l’impossibile ci è piombato addosso – a dire il vero sugli Ucraini. Un blocco di reale. Questo ci ha brutalmente svegliati dal sonno della pace. Uscita improvvisa da una nebbia di cecità e di negazione – esclusi gli USA. Questo reale, come l’aveva perfettamente raffigurato Jacques-Alain Miller, ci abbiamo sbattuto contro. La civiltà ad ogni modo ha subito un duro colpo. Disagio.
Disagio e luce. Voglio dire che è qui che Walter Benjamin avrebbe visto sorgere il senso della storia, che, per lui, come dice Stéphane Mosès, non si rivela nel processo della sua evoluzione, ma nelle rotture della sua apparente continuità, nelle sue faglie e nei suoi incidenti, dove l’improvvisa irruzione dell’imprevedibile interrompe il suo corso e scopre in un lampo un frammento di verità. [2]
Questa verità potrebbe essere quella rivelata da Paul Valéry nel 1919, quando le società occidentali si stavano appena riprendendo dall’orrore della Grande Guerra: “Noi civiltà sappiamo ormai di essere mortali” [3]. E Valéry conclude sulla vanità della civiltà: “Sentiamo che una civiltà ha la stessa fragilità di una vita” [4]. Ma di quale civiltà si tratta?
La civiltà, la guerra, la vita, ecco di cosa si tratta. Si annoda. Ma come?
È chiaro che l’invasione dell’Ucraina ha prodotto questo effetto di angoscia per il fatto che la guerra alle nostre porte minacciava noi, l’Europa e l’Occidente come civiltà, che questa guerra era un trauma di una civiltà del dopo guerra – la seconda –, cioè una civiltà assolutamente ideale che aveva costruito una “escatologia di un mondo senza guerra”, per parlare come Stéphane Auoduin-Rouzeau [5], da cui la guerra sarebbe stata estirpata, presumibilmente, e in cui non restava che occuparsi gentilmente dei propri affari, in sostanza, fare affari.
Nel 1914, la guerra era ancora un imprevisto. La fine del XIX secolo è stata tuttavia una sfilata militare ininterrotta, dopo la guerra franco-tedesca del 1870, passando per la Spedizione di Tonkin, la guerra del Dahomey, la conquista della Tunisia nel 1881, la guerra franco-siamese del 1893 fino alla guerra dei Boxers in Cina che si conclude nel 1900 con le “55 giornate di Pechino”. In Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte del 1915, Freud difende la tesi che gli uomini prima del 1914 avevano voluto dimenticare la morte, eliminarla dalla vita, e che la guerra del ‘14 l’ha riportata brutalmente e su una scala propriamente inimmaginabile. Nel 1914, nessuno era pronto per l’ecatombe; e quattro anni più tardi, si contano circa 10 milioni di morti [6].
Ma trattandosi dell’invasione russa in Ucraina, la guerra non è più un semplice imprevisto. Può darsi che, tra l’altro, non abbiamo prestato l’attenzione necessaria all’affermazione ripetuta da Putin di una “via russa”, che esprime, tra le altre cose, la sua volontà di riconciliare l’eredità zarista e sovietica e ricreare l’unità di una nazione opposta alla disgregazione supposta degli stati democratici occidentali. Nei calcoli infiniti del nostro mondo, dall’instaurazione di una Comunità europea negli anni cinquanta, di una Unione sovranazionale, con la creazione di un’Europa unita fondata sull’“amicizia franco-tedesca”, la guerra era un evento imprevisto nella mente della gente. E, sorgendo dall’est dell’Europa, l’irruzione dell’imprevedibile ci ha scoperto, in un lampo, un frammento di verità meno rassicurante sulla pace. Una verità a cui, specialmente oggi, dobbiamo risvegliarci, ovvero, come scriveva Francis Ratier, il fatto che “la pace è un delirio” [7].
La guerra in Bosnia negli anni ‘90, nei vicini Balcani, avrebbe potuto minare queste credenze deliranti in un’Europa eternamente pacifista. Non fu così. Questo vuol dire che con l’invasione russa dell’Ucraina ci siamo risvegliati e che la guerra in Europa è divenuta ormai affar nostro?
Traduzione: Omar Battisti
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[1] K. Langelez-Stevens, « Éditorial : la guerre nous regarde », L’Hebdo-Blog, n° 267, 11 avril 2022.
[2] Cfr. S. Mosès, L’Ange de l’histoire, Rosenzweig, Benjamin, Scholem, Paris, Seuil, 1992.
[3] P. Valery, « La crise de l’esprit », La Nouvelle Revue Française, n° 71, 1er août 1919, p. 321, disponibile su internet.
[4] Ivi, p. 322.
[5] Cfr. Studio Lacan, « Édition spéciale : Le retour de la guerre en Europe, avec Stéphane Audoin-Rouzeau », émission du 30 mars 2022, disponible sur YouTube.
[6] S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, in OSF, Bollati Boringhieri, Torino, 1989, pp. 123-148.
[7] F. Ratier, “La pace è un delirio”, in Guerre senza limite, Rosenberg & Sellier, Torino, 2017, pp. 148-168.



