Pierre Sidon, Membro dell’ECF e dell’AMP, Parigi
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Nel suo corso “Dal sintomo e fantasma e ritorno”, J.-A. Miller ha sottolineato che il Discorso del Padrone “può reggere solo rompendo il fantasma”1: il legame sociale indotto da questo Discorso, distinto da Lacan, è un legame funzionale: “che circoli!”2 Esso inscrive l’impossibile del fantasma singolare: S // a.
Discorso dell’inservilismo imposto. Oppure: il Per’Uno
Ma se questo gira bene, non è forse perché il fantasma – individuale – è intessuto dal e nel legame sociale? S→S1→ S2→a. Certamente il sintomo, come l’inconscio, è sociale. Ma c’è una perfetta tenuta tra i discorsi, che determinano il legame sociale, e il fantasma? Il legame sociale non è forse ovunque un fruscio di segrete affinità tra le servitù volontarie e il fantasma? L’articolazione che Lacan potrà scrivere S ◊ a, non testimonia forse la complicità dei corpi e del registro simbolico che Lacan metterà al principio della nozione di legame sociale? Nelle parole di Lacan: “Io ho il compito di tracciare lo statuto di un discorso, là dove pongo che ci sia … discorso: e lo pongo a partire dal legame sociale a cui si sottomettono i corpi che, questo discorso, labitano”3. Ma che dire allora dell’ascesa in potenza del discorso della scienza che produce l’ascesa degli oggetti più-di-godere allo zenit della civiltà?
Il più di godere produce una connessione con l’impossibile che nega la castrazione. Permette un nuovo circuito del godimento, diverso dal fantasma. Questo, a differenza dell’inconscio, non è sociale, cortocircuita il circuito della parola S1→S2 e non fa Discorso: S→a. Da questa autorizzazione al godimento deriva l’individualismo democratico precocemente identificato da Tocqueville. Non si tratta, in questo caso, né di fantasma né di Discorso del Padrone, poiché il significante padrone, l’ideale, non presiede più al godimento, che è pluralizzato e flocculato nella civiltà. Lacan lo ha chiamato ironicamente discorso: il discorso del capitalista. Quindi non è più che il fantasma è rotto come la collottola di una bestia da soma imbrigliata dal Padrone (“il soggetto è servo nel suo statuto di soggetto dell’inconscio”4, ha affermato una volta Jacques-Alain Miller), ma che ha a disposizione la sua briglia: è l’inservilismo di fatto, imposto a tutti. Ed è proprio perché l’asino è libero che l’“asino da lista” si aggira ora nella civiltà.
Ma corrono anche il Padrone (S1), irresponsabile del godimento, affiancato dalla sua spalla l’Università (S2), anch’essa liberata. Questo traino disarticolato del potere paralitico e del sapere cieco batte la campagna credendosi ancora re; si gonfia addirittura distribuendo prescrizioni e divieti a volontà, credendosi onnipotente perché irresponsabile e non gli si chiede più nulla. Tale è il potere oggi: informare, educare, valutare (“È proprio l’Università ad avere il coltello dalla parte del manico”5, diceva Lacan a proposito dell’URSS): una tirannia dittatoriale igienista acefala, tanto autoritaria quanto impotente. È “il principio autoritario degli educatori di sempre”6, come disse Lacan nel 1958. I corpi, invece, vanno alla deriva di contrabbando nell’aletosfera: liberi in “piena coscienza” – questo è il successo delle pratiche di meditazione – o equipaggiati dalla tecnica – questo è l’impero dell’oggetto. C’è forse una terza via: l’articolazione degli Uno informati del loro godimento singolare, ma disposti a condividere il loro rifiuto con gli altri: una forma pluralizzata e assunta di governo dell’Uno: la continuazione dell’Illuminismo, insomma, da parte della psicoanalisi. Questo è il progetto politico.
L’eductologia
Un esempio viene dalla nostra disciplina, la cosiddetta addictology o tossicologia, dove assistiamo in prima fila a questo trionfo dell’“educativo”: educativo per la categoria professionale maggiormente rappresentata in ambito istituzionale, educativo nel modo di curare “motivando”7, educativo nella terapia cognitivo-comportamentale addictologica e psichiatrica, educativo nell’ambito infermieristico con l’“educazione alla terapeutica”, educativo in una letteratura del how to do che invade le librerie, educativo nello spirito della prevenzione. Questa è l’eductologia!
L’addestramento sembra essere tutto ciò che si meritano quelli che non si adeguano: “ci vuole più pedagogia!” gridano i politici al popolo in rivolta. Ma possiamo contare anche sui nostri maestri di atarassia: “la passione è positiva quando lascia ancora spazio alla gestione del quotidiano”8, predica un accademico dell’amore. E poi ogni gesto quotidiano è accompagnato da un commento parassitario moraleggiante e colpevolizzante che bombarda il soggetto contemporaneo con istruzioni contrarie, invitando al consumo… e alla sua moderazione allo stesso tempo. Questa prevenzione è stata inefficace per decenni, e persino dannosa a causa dell’eccesso di messaggi igienisti repellenti per l’intelligenza. Concentrandosi solo sul consumo e non su ciò che esso cura, rischiano di incoraggiare una trasgressione più o meno drammatica9. Tuttavia, i messaggi di prevenzione non funzionano? Facciamone di più! Ma queste ingiunzioni privano anche i professionisti dell’uso della loro parola singolare, sostituendoli come gli invasori della famosa serie televisiva10, che però sono robotizzati. Così, gli “operatori della prevenzione” sono sempre più chiamati a diffondere questi messaggi standardizzati ai giovani a scapito dei loro tradizionali interventi vivaci, adattivi e ricchi di sfumature: soprattutto, impedire qualsiasi forma di transfert.
Utenti ben educati
Come vivono i cosiddetti “utenti” – questo bel nome dato ai pazienti che frequentano le istituzioni del settore chiamato “medico-sociale” in Francia, in questo caso in tossicologia – l’assalto educativo che devono affrontare? Lo affrontano e molti vi navigano addirittura con indifferenza, perseguendo i loro propri obiettivi. I soggetti con gravi dipendenze non dispongono della funzione desiderio. È per questo che spesso assumono droghe che compensano tale funzione carente e che, quindi, arrivano nelle nostre istituzioni solo quando non possono più usarle. Quando vogliono separarsi da queste protesi, spesso è un buco, il vuoto, che minaccia di risucchiarli come il primo giorno e non le difficoltà di un desiderio. Quindi questo discorso educativo preconfezionato è qualcosa con cui possono convivere per un po’, soprattutto durante il periodo del loro soggiorno. Ma alcuni si spingono oltre: integrano e promuovono con passione il discorso dell’astinenza, soprattutto all’interno delle comunità di tipo Anonimi. Altri si ritualizzano negli istituti di cura, sostenuti dai numerosi professionisti che li accolgono. Ma in questi casi si tratta solo di una pratica educativa? Sarebbe come ignorare la presenza animata e investita degli operatori del metodo che credono di servire. È l’azione incarnata dei professionisti, degli anziani e dei volontari a costituire il motore più potente dell’aiuto fornito. Come hanno rivelato i famosi studi sull’efficacia delle psicoterapie (il famoso verdetto di Dodo), non è tanto il metodo a funzionare quanto la qualità dell’operatore11. Malati del rifiuto, i nostri utenti sono aiutati innanzitutto dalla qualità dell’accoglienza. È il transfert nel senso di un desiderio di vita per loro, che funziona in questo caso come prima medicina. Quando, invece, il discorso educativo – o meglio rieducativo – è applicato senz’anima, è una macchina che schiaccia la soggettività che opera allora pretendendo di imporre al soggetto una sovrastruttura che vincola il pensiero per frenarne la pulsione. Un Superio. Questo è il principio stesso del comportamentismo che vuole ignorare la “scatola nera”, anche se è ridipinto con i colori modernisti di una scienza dal cognitivismo semplicistico. Ciò non cambia nulla perché, volendo rieducare i pensieri errati, questo cognitivismo manca ancora una volta ciò che il comportamentismo voleva ignorare: la causa dei pensieri, cioè la pulsione. Per di più, caricando il Superio, l’effetto ottenuto è quello ben identificato da Freud in poi, di alimentare la sua avidità e di appesantire la coltre di indegnità che già pesa così tanto sulle spalle del soggetto. Non è raro che il soggetto stesso si faccia già carico di questi imperativi e si presenti volendo “smettere tutto” in un colpo solo e reintegrarsi, normalizzarsi. Il contraccolpo non tarda ad arrivare sotto forma di un rinnovato, insaziabile appetito, raddoppiato e vendicativo, come sempre, del danno arrecato alla pulsione dall’ideale. Non si “solletica” impunemente l’oggetto a, come diceva Lacan, tanto più che qui si tratta addirittura di ridurlo. E quando è il soggetto stesso ad essere nella posizione di oggetto, non è solo la pulsione a vendicarsi, ma l’intero soggetto, e il più delle volte contro se stesso. Può essere anche il gruppo sociale costituito dalla collettivizzazione che il suo rifiuto ha costituito12. Attenzione alle esplosioni: la jihad islamica non è l’ultimo degli esempi di questa problematica, così come la guerra del ’14 aveva liberato la pulsione di morte compressa dalla precedente epoca vittoriana, com’è stata interpretata da Freud.
Si vede, dunque, che l’addestramento è senza speranza per gli esseri umani, soprattutto rispetto alla loro reticenza, che è proporzionale all’assenza primordiale di desiderio. L’educativo, in quanto innesto di un desiderio estraneo – per quanto benevolo possa essere – rischia di sfociare in una reazione di rifiuto – illegittimità di quest’ultimo – o in un attacco dell’innesto contro l’ospite che uccide il paziente. Non c’è allora nulla da fare?
Desiderio dei curanti
In primo luogo, c’è il dovere umano fondamentale della cura. Il movimento “housing first”13 (prima un tetto) ne è un esempio. Tuttavia, non deve sottovalutare la causa individuale della rottura del legame sociale e attribuirla all’Altro sociale. Questo anche perché si rischia di contribuire all’annullamento del professionista dietro questa causa sociale e quindi di rafforzare una paranoia primitiva, che rispecchia l’annullamento del paziente da parte sua. Se l’istituzione di cura, dal canto suo, non cancella il desiderio dei professionisti dietro il minimo vitale da fornire è perché l’essere umano non può essere ridotto ai suoi bisogni. Il tempo delle soluzioni non deve essere dissociato dal tempo della sopravvivenza: è formaggio e dessert. Quale soluzione si può dunque proporre di fronte all’aspirazione verso il buco, a parte il desiderio, assente, e dell’addestramento, che è deleterio?
Il sostegno di un professionista può essere destinato a durare. Può anche puntare più in alto, senza ideali, certo, ma senza rinunce. Dove puntare? Senza la funzione del fantasma per articolare il soggetto con l’Altro, si tratta di evitare l’attrazione e la pietrificazione verso l’oggetto14: oggetto del fantasma dell’Altro, cioè il suo scarto. Rimettere in funzione lo scambio di parole è il primo passo. È il primo rimedio contro la pietrificazione e può essere sufficiente a condizione che la conversazione sia mantenuta. Ma è anche la strada verso la ricerca di soluzioni alternative all’assenza di desiderio, cioè la ricerca di un nuovo posto per il soggetto nel legame sociale. Non c’è possibilità di raggiungere questo obiettivo senza cercare con la volontà più determinata la manifestazione più minuta delle risorse intime del soggetto, l’unica vera fonte di passione e l’unico rimedio alla derelizione.
L’impotenza della politica
Le considerazioni cliniche in tossicologia non sono prive di echi politici, dato che l’oppio è diventato la religione del popolo15. Certo, si potrebbe essere tentati, seguendo Lacan che indica che “l’inconscio è la politica”, di voler agire sul politico per modificare le condizioni dell’inconscio. Ma anche questa è una fonte d’ispirazione per la rieducazione. Così alcuni pensano di poter controbilanciare l’influenza della “società della dipendenza” “reimpiegando” i professionisti nel campo sociale. Si teme l’emergere di quello che sarebbe come un neo-epicureismo che si appresta a riversare nella società un esercito di educatori benevoli formati in completa autonomia e dotati di tutte le scienze umane necessarie per moderare tutti in nome del Bene comune. Resta però una domanda che l’autore ha ben compreso: come vestire Paolo senza spogliare Pietro? È proprio questa l’obiezione sollevata dal rapporto di psichiatria Piel-Roelandt, pubblicato nel 2001, che mirava a ridistribuire gli strizzacervelli “nei luoghi di passaggio dei pazienti”. In altre parole: informare tutti per non dover più curare nessuno. Qui si è raggiunto un certo grado di idealismo che impedisce, per il momento, a questa soluzione da sogno di diffondere i suoi benefici.
Rimangono soluzioni che appaiono opposte: il proibizionismo – che ha causato tanti morti quanti la droga stessa, morti causati dalla “guerra alla droga”, come ha ricordato Éric Laurent. E poi la legalizzazione, che sta già avendo i suoi effetti problematici qua e là, mentre si sperimenta. È che proibire o autorizzare appartengono entrambi al Discorso del Padrone: sia dal lato dell’imperativo che proibisce (S1) sia da quello dell’autorizzazione, o addirittura della spinta al godimento (a). Si tratta infatti ancora di un godimento prescritto – dal Padrone: tirannia anche del piacere. La conclusione è ovvia: non esistono soluzioni collettive oppure esse sono peggiori del male.
La psicoanalisi in soccorso
È qui, in questo punto preciso, che la psicoanalisi può e deve intervenire a livello politico: non per fare politica in quanto tale, ma per preservare uno spazio di respiro al parlessere e per permettere a ciascuno, nell’epoca della “post-verità”, di costruire la propria soluzione su misura. Spetta al Discorso dell’Analista dispiegare la sua efficacia nella società, e quindi nella politica, per garantire il gioco necessario al lavoro singolare del fantasma o alla costruzione di un Io. La sfida per il futuro è quella di mantenere il libero e pieno esercizio della parola considerata come un diritto umano fondamentale, un diritto quindi alle fesserie, vitale come l’aria che respiriamo: “un sistema politico felice deve permettere alla fesseria di avere il suo spazio. E d’altronde le cose vanno bene soltanto quando è la fesseria a regnare”16, ci dice Lacan. Questa è anche un’ecologia: quella di un parlessere che sta sprofondando come la banchisa o i ghiacciai, un parlessere minacciato ogni giorno di più dalla robotizzazione, che è una riduzione a scarto, il politicamente corretto, la teocrazia e tutte le tirannie: la scienza che salva le vite ci promette anche un humus aumentato. Stiamo diventando tutti dipendenti sotto la pioggia di oggetti ed è il nostro parassita linguistico che ci viene così strappato. In questa prospettiva, nessuna serendipità ci viene più offerta, nessun incontro promesso di cui fare fortuna (bon heur) in un mondo uniformizzato e finalmente tranquillo. Bye bye Zadig! Non ci resterà che “tornare a casa”, come gli hikikomori del geniale film di Bong Joon-Ho Tokyo, e sperare in un po’ più di amore contro un individualismo spinto alle sue estreme conseguenze: la fine di ogni legame sociale. Il mondo ha quindi bisogno di un sintomo: è la psicoanalisi. Noi siamo qui.
Traduzione: Adele Succetti
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[1] J.-A. Miller, L’Orientation lacanienne, Cours du 3/11/1982, inédit.
[2] Ibidem.
[3] J. Lacan, “Lo stordito”, Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 472.
[4] J.-A. Miller, L’Orientation lacanienne, Cours du 21/11/1992, inédit.
[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2001, p. 257.
[6] J. Lacan, “La direzione della cura e i principi del suo potere”, Scritti, Einaudi, Torino, 2002, p. 585.
[7] Ad esempio: “L’incontro con il sistema di cura richiede (…) l’impiego di tecniche motivazionali che permettano di accettare la decisione di cambiare”, G. Brousse, M. Sautereau, L. Lehugeur, A. Benyamina, L. Malet, “Alcool et soins sous contrainte” (Alcol e cure forzate) Encyclopédie Médico Chirurgicale, (Elsevier Masson SAS, Paris), Psychiatry, 37-901-A-30, 2010.
[8] M. Reynaud, L’amour est une drogue douce, Robert Laffont, Champs essais, 2005, p. 220.
[9] Questo significante è stato notoriamente promosso dal dottor Olivenstein alla Clinique Marmotan di Parigi, in relazione ai cosiddetti tossicodipendenti. Tuttavia, a nostro avviso, caratterizza meglio coloro che ripongono una certa fiducia nell’Altro.
[10] The Invaders, Serie TV creata da Larry Cohen nel 1967 alla televisione americana, rete ABC.
[11] Si veda What works for whom ?, la celebre recensione di Anthony Roth e Peter Fonagy.
[12] É. Laurent, « De la folie de la horde aux triomphes des religions », Hebdoblog, 26 mars 2017, http://www.hebdo-blog.fr/de-la-folie-de-la-horde-aux-triomphes-des-religions/#fnref3
[13] La pratica dell’housing first, nata in Nord America e in Nord Europa alla fine degli anni 2000, mira a fornire un alloggio incondizionato ai senzatetto prima di qualsiasi forma di assistenza.
[14] A. Stevens, « Deux destins pour le sujet : identification dans la névrose et pétrification dans la psychose », Feuillets du Courtil n°2, 1990.
[15] G. Anders, L’obsolescence du sens, 1972.
[16] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, …. O peggio, Einaudi, Torino, 2020, p. 21.



